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venerdì 17 gennaio 2020

2020 L3: Roberto Ampuero - Cita en el Azul Profundo


Delbolsillo, 2012

Cuarta entrega de la serie del detective Cayetano Brulé.
Esta vez el detective viajará por diferentes partes del mundo para resolver el asesinato de uno de sus clientes.
Al detective Cayetano Brulé lo han citado en el restaurante Azul Profundo para encargarle un nuevo caso. Sin embargo, antes de poder reunirse con su futuro cliente, a este último le disparan varias veces asesinándolo a quemarropa.
Al día siguiente, Brulé encuentra un sobre en el cual el desconocido le paga sus honorarios por adelantado, sin saber siquiera cuál iba a ser su misión. Entonces decide investigar esta muerte y todo lo que le rodea: espionaje, organizaciones secretas y una serie de personajes influyentes.
A través de una trama rápida y vertiginosa, la pesquisa llevará a Cayetano Brulé a viajar por diferentes partes del mundo para resolver este insólito misterio.

Sempre un piacere leggere le avventure, in cileno comunque y corrente, del detective Cayetano. Siccome ne ho quattro, dirò alla fine quale metterò nella Top. Ma sono tutti da leggere, anche se a qualcuno non piace l'autore per il suo passato politico.


lunedì 13 gennaio 2020

Da contadini a agricoltori-massa: 70 anni di politiche contro


Capita di rivedere il film Novecento, oppure L’albero degli zoccoli, e ti ritorna in mente un mondo contadino, duro, difficile, ma dove il rapporto essere umano-natura era basato sul rispetto e sulla coscienza che la Natura era cosa complessa, che stava lì prima di noi umani e che ci sarà ancora dopo di noi. Ecco perché bisognava studiarla, cercare di capirla per anticipare gli avvenimenti. Bisognava conoscere le terre, le acque, le foreste, il clima, le piante e le erbe e gli animali. Un sapere che bisognava aggiornare continuamente, così come si faceva con le scelte produttive: con piantare, come e quando. Lo stesso dicasi poi per gli strumenti di lavoro che andavano costruiti, riparati e adeguati alle diverse necessità delle diverse terre e colture.

Insomma, un/a contadino/a era una figura complessa, faceva sistema a sé. E siccome, malgrado il loro sapere individuale fosse elevato, bisognava anche parlarsi con gli altri, smaniare idee, sementi, chiedere e dare consigli. Erano imprenditori, cioè facevano impresa. Non ha stupito nessuno che queste capacità, una volta passate ad altri settori produttivi negli anni del boom economico, abbiano dato luogo a una miriade di piccole, medie e grandi industrie, un po’ artigianali e un po’ già nel XXI secolo, come le abbiamo conosciute nel nostro Veneto, giusto per fare un esempio.

Uscimmo dalla guerra con questo capitale ma alcuni decisero che, in Europa come negli altri paesi del Nord, era un capitale vecchio, non adeguato al nuovo mondo che si voleva creare. 

In Francia lo hanno studiato e raccontato molto bene. Politiche pubbliche disegnate per ridurre al minimo la biodiversità che usavano i contadini impiegandola nei diversi terreni e climi. Si decise che bisognasse sostituire le varietà di una volta, con altre “moderne”, che venivano prodotte e vendute dallo Stato; pian piano si chiuse ogni possibilità di scambiarsi le vecchie varietà, mentre le nuove portavano meno diversità e più bisogni, di prodotti chimici in particolare. Avvelenare le terre per produrre di più, questo era l’obiettivo dichiarato. Ma non era solo una produzione per alimentare i paesi stremati usciti dalla guerra. Fosse stato così, quando nel 1960 raggiungemmo l’autosufficienza alimentare in Europa occidentale, avremmo potuto iniziare una riflessione di tipo ecologico. Non si fece, perché pian piano l’idea era cresciuta di creare delle forti capacità esportatrici, offrendo al settore privato, il nascente agri-business, quel mondo in trasformazione che si era creato.

Eravamo partiti con i contadini e, in pochi decenni, grazie alle macchine, alla chimica e a scellerate politiche pubbliche, ci ritrovammo con agricoltori-massa (concetto che prendo a prestito dai lavori di Panzieri, Tronti e Negri sulla figura dell’operaio massa): la differenza magari era la “proprietà dei mezzi di produzione”, ma anche lì i cambiamenti erano in atto. Se la piccola proprietà coltivatrice dominava, i nuovi mezzi di produzione costavano sempre più cari, e solo indebitandosi era possibile comprare trattori e quant’altro. La sostanza resta che mentre i contadini potevano scegliere cosa produrre, sulla base della loro storia e esperienza, ci trovammo con operai alla catena di montaggio, che usavano le sementi scelte dalle politiche pubbliche e poi dal settore privato, alle quali sommavano i prodotti chimici che gli erano dettati, vendevano a prezzi imposti e nei mercati che li dominavano completamente. Insomma, ai produttori restava il rischio d’impresa, ma le scelte della catena di montaggio erano tutte in mani aliene.

Si sono così ridotti i contadini, e abbiamo considerato questo come un esempio di modernizzazione. Li abbiamo ridotti a così pochi che le loro capacità di influenzare le scelte politiche, nazionali e internazionali, sono diventate quasi nulle, malgrado i sogni di qualche movimento contadino mondiale. Sono pochi, ma in più abbiamo perso le conoscenze di quella bio-diversità e di quei territori. Il tutto per produrre “comida chatarra" come dice il mio amico Francisco, il “junk food” che ha prodotto una quantità enormi di persone obese. Ecco quindi che non solo non abbiamo risolto il problema della fame nel mondo, ma anzi ne abbiamo aggiunto un altro.

Come diceva il nostro professore di zoologia, Costa, all’Università: complichiamo un attimo le cose. Ed ecco che la distruzione della biodiversità, dei territori, delle foreste, sta disegnando scenari apocalittici, come quelli che osserviamo in queste settimane in Australia. Sono catastrofi man-made, fatte da noi, in nome di uno “sviluppo” che non sappiamo più cosa sia.

Piccoli Asterix cercano di reagire e resistere. E per fortuna, dico io. Ma i rapporti di forza non fanno ben sperare. Con la trasformazione dei contadini in agricoltori-massa è stato compiuto un parallelo processo di sostituzione del “cittadino” con il “consumatore”, individuale, per giunta. Pian piano iniziamo ad accorgercene, ma non siamo ancora pronti a cambiare le nostre abitudini. Solo da poco iniziamo a riscoprire le varietà quasi scomparse, e una miriade di piccoli esempi cercano di riportarci il sorriso. Ma non dimentichiamo che sono pochi e divisi, senza spessore politico che permetta di sognare qualcosa di diverso. 

Se è vero che indietro non si torna, allora prepariamoci al peggio. Questo macro sistema alimentare ha concentrato l’essenziale del commercio alimentare attorno a quattro prodotti: grano, riso, mais e patate, quando all’inizio avevamo oltre 7,000 (settemila) specie edibili per noi umani. Mangiare male ed ammalarci di questo cattivo cibo. In più roviniamo i territori. 


Non sarebbe ora che qualche forza “progressista”, se ancora ne esistono al mondo, si desse da fare?

2020 L2: Franco Bonelli, Guido Crainz, Piero Bevilacqua, Anna Rossi-Doria - La fine dei contadini e l'industrializzazione in Italia



Rubbettino, 1999

Viene esaminato un lungo arco cronologico che va dall'Unità ad oggi per gettare luce su epoche, aree geografiche, soggetti sociali e problemi molto diversi della storia delle campagne e dello sviluppo delle industrie. Un contributo alla formazione di giovani che saranno studiosi e operatori volgendo la loro attenzione al passato dei contadini in una fine di secolo che conclude e suggella, non solo nel Mezzogiorno, quel grande fenomeno che è stato chiamato“la fine dei contadini”.

Come lo dice bene la foto della copertina, si capisce poco. Il titolo "acchiappa" bene ma il contenuto mi è sembrato povero. Siccome sto riflettendo su questi temi, ho deciso di ricordare il libretto con questo post.

2020 L1: Alexandre Galien - Les cicatrices de la nuit



Fayard, 2019

En se faisant muter à la brigade criminelle après vingt ans de "Mondaine", le commandant Philippe Valmy espérait s'éloigner des bars et des boîtes où il restait jusqu'à l'aube, et ainsi sauver son mariage. Mais quand il découvre que la victime de sa pemière affaire de meurtre est une de ses anciennes indics, il comprend tout de suite qu'il va devoir replonger dans les eaux troubles du Paris nocturne. Pour le pire. Les cicatrices de la nuit sont de celles qui ne s'effacent pas...

Non male per un inizio d'anno. 

venerdì 10 gennaio 2020

Sahel: crisi, guerre e risposte sbagliate


L’occidente si ostina a proporre une risposta militare a un problema che militare non è. Potremmo sintetizzare con queste parole la situazione attuale nel Sahel e le risposte sbagliate che stiamo promuovendo.

Il più guerrafondaio di tutti resta il Presidente francese, che ha interessi economici chiari da difendere in nome di settori (privati e pubblici) strategici per l’economia transalpina. Siccome però sul terreno non riesce ad ottenere risultati ed anzi, la situazione si mette sempre peggio, sta cercando adesso di convincere i suoi reticenti alleati a mandare anche loro truppe fresche, sotto il comando francese, ça va sans dire.

A dicembre aveva convocato i presidenti dei paesi del Sahel per annunciare loro il nuovo verbo francese. L’operazione è andata male perché molti di loro si sono offuscati di essere convocati come fossero degli agenti di commercio richiamati dalla casa madre. Ecco allora ripartito il circo per un’altra riunione, che si terrà lunedì prossimo, alla quale, stavolta, saranno “invitati”. Difficile capire cosa possano dirsi con la loro terminologia diplomatica. Macron almeno non potrà dire di non essere stato avvertito, dato che il su Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha ripetuto, davanti alla commissione congiunta di difesa di Camera e Senato che “non ci sarà soluzione militare nel Sahel”. 

Da anni andiamo ripetendo che la fonte, alla quale si abbeverano i vari gruppi terroristici che operano nel Sahel, è alimentata dalla corruzione, la disoccupazione, le elezioni truccate, le violenze etniche, il non rispetto dei diritti sulla terra e una situazione umanitaria al di là dell’immaginabile per i nostri standard. La questione delle risorse naturali, terra (e acqua) in primis, è al centro del problema, ma siccome noi occidentali facciamo parte di quelli che soffiano sul fuoco invece di contribuire a spegnerlo, non sembra restare altra scelta che veder aumentare le tensioni e i conflitti in quella regione.

Durante i miei anni lavorativi alla FAO, avevo provato a mettere in piedi dei progetti sul terreno che andassero all’essenza del problema, e cioè il riconoscimento dei diritti consuetudinari delle popolazioni locali, promuovendo il metodo del dialogo e della negoziazione per provare a risolvere i momenti critici e conflittuali che inevitabilmente nascono in situazioni di crisi prolungate, a volte determinate da cause esterne, ma troppo spesso essendo tutte di origine umana. Con calma e perseveranza eravamo riusciti a portare a casa dei risultati interessanti: cambi di politica e di legislazione, formazione di quadri locali al riconoscimento e al rispetto dei diritti storici, sia delle comunità che, al loro interno, delle donne. Uno sforzo grande che, speravamo, avrebbe indotto i capoccioni dell’organizzazione ad appoggiarci, sia politicamente che con maggiori risorse. Successe tutto il contrario: io, l’unico funzionario del settore “land tenure”, ad occuparsi dei conflitti in Africa, venni mandato in esilio a Bangkok, e gli altri miei consulenti, sono rimasti appiedati una volta i loro contratti finiti. All’inizio pensavo, e speravo, fosse solo l’idiosincrasia di un Direttore Generale inetto, un incapace messo a quel posto per semplici ragioni statistiche (mai prima di lui un latinoamericano era stato nominato a quel posto, ed essendo il Brasile il paese in voga al momento delle elezioni, venne eletto. Ma poi anche lui è passato, ed è risultato chiaro che anche ai piani inferiori, laddove la FAO opera e decide le operazioni nei paesi, la volontà di lavorare concretamente sulle questioni di fondo legate ai conflitti, non interessava. Ci misi un po’, data la mia ingenuità di fondo, a capire che non si fa carriera disturbando i potenti del mondo, siano essi i corrotti governanti dei paesi del Sahel, ma al contrario la si fa facendo finta di far qualcosa, un inutile balletto che alla fine noi europei paghiamo tutti, essendo in prima fila quando, risultato di quei conflitti e delle distruzioni dei sistemi agrari locali, le popolazioni si muovono e ce li ritroviamo pronti ad attraversare il Mediterraneo.

Quindi, il vertice di lunedì prossimo non servirà a nulla a Macron e agli altri. Resta la mia amarezza nel constatare come nessuna forza politica progressista italiana sia capace di portare avanti una riflessione seria su questi temi, sulla quale basare poi una proposta di agenda politica.


giovedì 9 gennaio 2020

I contadini, chi se ne ricorda?


C’era una volta una figura multivalente che si chiamava il contadino. All’epoca la consonanza maschile era d’obbligo, anche se molte erano le contadine femmine a far parte del gruppo.

Il contadino, figura strana, a cui raramente abbiamo pensato seriamente. Cos’era? Beh, verrebbe da dire, era uno che abitava in campagna, lavorava la terra e produceva da mangiare. Tutto giusto, ma poi le scienze sociali ci hanno insegnato che erano anche qualcos’altro: erano una cultura, una storia e un saper-fare.

La sinistra ha avuto sempre delle difficoltà a decifrare questa figura, e quando lo ha fatto, come alla fine del XIX° secolo, non sapendo che terminologia usare, ha preso a prestito quella urbana che Marx e Engels avevano fornito: le classi sociali contemplavano i ricchi, i padroni, e poi i proletari e infine i sottoproletari. In campagna le cose si complicavano, perché c’erano sia i braccianti, che si potevano assimilare a dei proletari perché fornivano la manodopera e non erano proprietari di nulla, ma c’erano anche i piccoli proprietari che, non sapendo dove metterli, venivano classificati come piccolo-borghesi, cioè dei capitalisti. Le cose si complicavano ulteriormente perché poi arrivavano i mezzadri e infine quelli che erano sia un po’ proprietari che un po’ braccianti. Insomma, un casino. 

Il tentativo ufficiale, sancito dai grandi teorici marxisti come Kautsky a cui si ispirò Lenin, fu di considerarli come una classe destinata a scomparire, perché non erano abbastanza forti come capitalisti, così da considerarli dei nemici di classe, ma nemmeno così chiaramente proletari da “capire” che il loro destino, la loro voglia di diventare piccoli proprietari, andava contro la storia e contro i loro interessi.

Fu così che, grazie a una confusione terminologica e concettuale, la sinistra mondiale condannò la figura del piccolo coltivatore familiare e promosse la collettivizzazione forzata e la proletarizzazione delle forze agricole in nome di un futuro radioso che nelle campagne non si verificò mai.

Questa incapacità da parte della sinistra di capire cosa fossero i contadini (per chi avesse voglia e tempo consiglio di leggere il testo di Hans Georg Lehmann - Il dibattito sulla questione agraria, edito da Feltrinelli nel 1977 con traduzione dall’originale tedesco di mio fratello Bruno) è stata (ed è) responsabile, almeno parzialmente, delle asimmetrie di potere che si sono create pian piano contro questo gruppo sociale.

Durante molti decenni, gli economisti del mondo intero si sono affannati a guardare l’agricoltura (e quindi i contadini) sotto l’angolo dell’economia. Anche l’agronomia veniva ridotta a una scienza complementare alla regina, cioè all’economia. La questione era quanto si produceva (in solido) e con quali costi. Il dibattito destra-sinistra si ridusse così a una questione di numeri su chi facesse meglio usando meno risorse. Produttività unitarie, a ettaro, a ora di lavoro, dettarono per decenni l’agenda di governi e di forze politiche in tutto il mondo.

Era una battaglia persa in partenza per le forze progressiste, perché era evidente che l’avanzare della moto-meccanizzazione e poi della chimica portavano a risultati sorprendenti con sempre meno manodopera. In Italia il dopoguerra fu dominato da una battaglia inutile come quella della difesa dell’imponibile (cioè una certa quantità di manodopera da doversi usare per ogni ettaro coltivato); una battaglia per salvare il lavoro in agricoltura (occhio, non per salvare i contadini, che non erano ancora stati capiti). Battaglia inutile perché le leggi dell’economia con cui si voleva misurare il settore agricolo erano a senso unico: con macchine e chimica aumentava in modo esponenziale la produttività, e i bisogni di contadini si riducevano a vista d’occhio.

Non riuscendo più a capire questo mondo strano, alla fine gli economisti, fra cui i nostri italiani, lasciarono perdere il settore agricolo e si misero a discutere di altro.

Oggi noi cerchiamo di riaprire questa discussione. Da un lato usando lo strumento del romanzo (come ho fatto con Esperanza,  Marne Rosse e Libambos), dall’altro sintetizzando questi ultimi 50 anni con un breve excursus storico-economico pubblicato da Meltemi col titolo: Di chi è la terra?.
Il punto di partenza resta sempre lo stesso: chi sono i contadini (e le contadine). Come avvicinarli, studiarli e capire a che forze siano sottomessi nel mercato globale.

In questo breve post metto solo alcuni elementi iniziali di una riflessione che mi viene nel sonno e a cui sto cercando di dare forma completa.

Il contadino: direi che dobbiamo pensarlo in termini sistemici e quindi al di là del produttore agricolo. Il contadino è quella figura che artificializza un ambiente naturale per renderlo utile a delle necessità umane. E’ quindi un trasformatore, di un ecosistema naturale, del quale fa parte, in modo da renderlo compatibile con le proprie necessità. Trasformatore prima di produttore. Ecco la chiave di lettura. Trasformare e rendere compatibile, il che chiarisce subito quali siano le priorità: (i) la prima è di far sì che l’ecosistema che viene modificato, artificializzato, resti in grado di mantenersi per far sì che, nel ciclo successivo, la stessa operazione possa ripetersi. Modificare un ecosistema per fini alimentari umani vuol dire estrarre della fertilità, canalizzarla verso produzioni utili ai nostri fini, umani ed animali. Ecco quindi la centralità della riproduzione della fertilità. Un contadino che non abbia questa priorità, semplicemente non esiste storicamente, perché è destinato a scomparire.

Le possibilità di aggiustamento del sistema, cioè di far sì che la quantità di fertilità estratta venga riposta, sono molte e dipendono dalle condizioni geografiche, agronomiche e altro. Se la quantità di terra a disposizione è molta, mentre le tecniche lavorative limitate, posso mettere a coltura una superficie per pochi anni, senza preoccuparmi del ripristino della fertilità, ed aspettare qualche decennio perché la natura faccia da sola il suo corso. E’ questo il principio basico della défriche-brulis, slash and burn, corte y quema o taglia e brucia in italiano. La strumentazione è molto basica ma serve una superficie grande, che permetta dei cicli colturali di qualche decennio, in modo che la fertilità estratta nei due-tre anni in coltivazione, possa rifarsi col tempo. A mano a mano che le disponibilità fisiche di terra si riducono, altre tecniche sono state elaborate, per esempio coltivare un anno su due o su tre, e lasciare a “riposo” le terre negli anni non coltivati. In epoche più recenti, dopo la rivoluzione agricola della fine del XVIII° secolo, con l’introduzione delle leguminose il problema si è risolto in modo diverso, permettendo anche un’aumentata produttività unitaria. 

Tecniche che cambiano nel tempo ma restano fedeli al principio di base: riprodurre quella fertilità che viene estratta dalla coltivazione. Questo era il primo principio. Il secondo era collegato a questo: per fare in modo che il sistema agrario aziendale fosse equilibrato, bisognava promuovere dei cicli integrati, quella che oggi chiameremmo agro-ecologia, bisognava mantenere la biodiversità, ecco l’attenzione maniacale alle siepi divisorie, bisognava occuparsi della circolazione dell’acqua (consiglio di leggere: Fossi e cavedagne benedicon le campagne), bisognava trasformare i prodotti e riciclare i residui etc. etc. Insomma il paesaggio economico, ecologico e sociale doveva funzionare come un insieme.  La dimensione ecologica, della biodiversità, così sconosciuta agli economisti di sinistra o no, non venne compresa per troppo tempo. Il contadino era il primo agente ecologico, perché era nel suo interesse mantenere e promuovere un equilibrio tra l’essere umano (predatore di risorse altrui) e la natura (che era esistita, e esisterà, anche senza l’essere umano).

Al ridurre tutta la questione a una semplice discussione di produttività economica, cioè di profitto, ci si dimenticava di tutte le altre variabili che facevano la differenza tra un contadino e un operaio. L’operaio svolge delle mansioni uguali e ripetitive, misurabili in ore e minuti, e non gli si chiede altra capacità che quella di ripetere la stessa operazione in tempi ridotti, mentre il contadino deve aggiustare una serie di variabili alle questioni riproduttive-produttive, in funzione di variabilità climatiche, di qualità dei terreni, delle diverse varietà e delle richieste del mercato. In altre parole, se il contadino non mantiene l’insieme dell’ecosistema all’interno del quale opera, non potrà sopravvivere. 

Il secolo passato ha visto questo riduzionismo all’opera come non mai. Grazie alla moto-meccanizzazione, alla chimica e al miglioramento genetico, la questione economica è diventata centrale: ha permesso di abbassare i prezzi agricoli, eliminando in maniera costante e progressiva tutti quei coltivatori che non riuscivano a tenere il ritmo dei più produttivi, e questo in un mercato unico in formazione che metteva in contrapposizione un agricoltore del Mid-West americano con un poveraccio dell’altopiano centrale dell’Angola, con produttività di 1 a 1000. L’eliminazione dei contadini è diventata la regola, tanto che adesso nelle economie avanzate ci accontentiamo di cifre irrisorie, 3-4 percento di contadini rimasti, e sognando che si possano eliminare anche quelli grazie al progresso meccanico, all’automazione e alla chimica e ricerca agricola.

Poi qualcuno ha cominciato a chiedersi se fosse quello il futuro che vogliamo. Malgrado le mirabolanti produttività unitarie in agricoltura e i prezzi sempre più bassi pagati ai contadini, ci troviamo con un miliardo di persone che muoiono di fame, tre miliardi che soffrono la povertà, una obesità crescente nei paesi del Nord e, ciliegina sulla torta, un ambiente sempre più rovinato. Nessuno più si occupa dei boschi, di ripulire i fiumi e i fossi in campagna, l’eliminazione delle siepi ha ridotto la biodiversità dappertutto e la chimica ha fatto il resto. Prezzi pagati ai contadini che scendono e prezzi finali che salgono. Qualcuno intasca la differenza e non lo fa per il bene comune.

Oggi mangiamo male, siamo più ammalati di prima e abbiamo preso una strada dalla quale difficilmente potremo tornare indietro. Siamo riusciti a trasformare i contadini, da esseri che conoscevano e gestivano un ecosistema, a semplici operai-massa, come venivano descritti a fine anni 50 da Tronti e Negri. Operai che sanno fare sempre meno, che non conoscono più il territorio e ai quali abbiamo fatto capire che non ci interessano. Una volta i contadini erano una forza sociale e politica: avevamo le Leghe, bianche e rosse, e bisognava fare i conti con loro. Adesso ci sono rimasti pochi contadini, isolati in un mercato che si è adattato meglio di loro. Per decenni l’obiettivo era di  produrre quantità maggiori di prodotti con qualità simili e a prezzi ridotti, il che ha fatto piazza pulita di migliaia di varietà di grano (solo per fare un esempio) che erano adattate ai terreni diversi delle nostre campagne europee: solo in Francia siamo passati dalle oltre 300 varietà a non più di 15, e questo come risultato di politiche pubbliche che cercavano il taylorismo in campagna. Poi il cittadino si è ribellato e ha cominciato a chiedere la “diversità”. Ed ecco pian piano, negli ultimi decenni, apparire marchi e sottomarini di tutti i tipi, polverizzando l’offerta (sempre però gestita dalla grande distribuzione), in modo da far credere al consumatore di poter scegliere cosa mangia.

Non è vero. Il potere è passato sempre più in poche mani, i contadini trasformati in operai-massa finiranno con lo scomparire, lasciando dietro delle piccole tracce di agricoltori biologici o biodinamici, pochi e isolati, senza potere contrattuale, mentre delle loro terre se ne farà sempre più un uso diverso, non utile alla comunità, e l’accumulo di profitto nelle mani dei pochi riporterà un giorno a chiederci, come facevamo all’inizio: era questo il mondo che volevamo? Io dico di no, e la resistenza va organizzata. Ma innanzitutto bisogna capire a che gioco stiamo giocando, come diceva il Maestro Mazoyer.


La riflessione continua.

lunedì 6 gennaio 2020

La sporca dozzina del 2019

(in ordine di lettura)
L6: Marc Fernandez - Mala Vida
L7: Kader Abdolah - La casa della moschea
L13: Razmig Keucheyan - La nature est un champ de bataille
L15: Piergiorgio Odifreddi - Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)
L18: Pedro Garcia Rosado - Mort sur le Tage
L25: Pierre Lemaitre - Couleurs de l’incendie
L33: Leonardo Sciascia - Il giorno della civetta
L36: Fruttero e Lucentini - A che punto è la notte?
L37: Jo Nesbo - Le fils
L43: Jean Christophe Rufin - Le suspendu de Conakry
L49: Olivier Norek - Surtensions

L51: Caryl Férey - Paz