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martedì 30 maggio 2017

Gocce di speranza ancora esistono

Per chi come me ha passato decenni a battersi all’interno di organizzazioni internazionali interessate maggiormente al mantenimento dello status quo piuttosto che combattere realmente contro povertà, fame e disastri ambientali, le notizie positive non sono mai molto frequenti.
Capita quindi che in tanti, partiti con bei propositi e tanta energia, ci si perda per strada e si finisca stanchi, delusi, depressi o quant’altro. Sembrano sforzi immani e Sisifo un compagno di viaggio quotidiano. Ricevi scappellotti sulla nuca, tipico gesto italiano per “correggere” i bambini disubbidienti e riottosi. Te li danno non fisicamente ma moralmente, con reprimende fra quattro mura; ti limitano nei viaggi, ti tolgono progetti, insomma il solito (light) mobbying. L’idea di presentarsi per posti a livelli superiori capisci subito che non porterà da nessuna parte, e quindi o trovi dentro di te le energie necessarie oppure ti butti giù. 
Io ho scelto una strada un po’ diversa, complicata ma che mi fa andare ancora con la testa alta dopo quasi 30 anni passati in questo mondo. Avendo una buona base tecnica di partenza, grazie agli insegnamenti di come si studino storicamente i sistemi agrari, le loro evoluzioni e possibili crisi, ho potuto zittire spesso la bocca di colleghi arroganti che non avevano né l’umiltà né le capacità tecniche per occuparsi di progetti e programmi di sviluppo. Avevano, spesso, l’autorità, il grado superiore, capi, direttori e via via sempre più su. Ma questo non è mai stato un vero problema, nel senso che, rispettoso della gerarchia come è doveroso che sia in grandi agglomerati come i nostri, non ho mai chiuso la bocca e ogni qualvolta venivano offerte possibilità di opinare, le cose le ho dette. Avendo qualcosa da vendere sul mercato della cooperazione internazionale, e avendo una solidità familiare e un accordo con mia moglie che mi ha permesso di non abbassare mai i pantaloni, ho tenuto duro. Ricordo ancora quando un direttore, il mio capo diretto, volle eliminarmi attraverso un concorso interno per formalizzare la mia situazione contrattuale dopo anni di precariato. L’idea sua era di pilotare il concorso e così fece, proponendo ai primi posti delle persone, di fiducia sua, che sfortunatamente per lui, non avevano i requisiti minimi richiesti. Era talmente pieno di sé, che considerava quelli come dei dettagli, quisquilie direbbe Totò. Si era anche parato il culo facendosi approvare le sue mosse dal capo dipartimento.
Il posto lo diedero a me e i due, meschini, fecero una figura di cui i vecchi ancora si ricordano. Ometto i nomi perché non val la pena di soffermarsi su di loro. Era solo per ricordare come, a volte, succedono cose positive, che ti fanno andare avanti. Così facendo siamo riusciti a smuovere le acque sui diritti sulle terre in paesi in guerra o immediatamente alla fine del conflitto. Sono riuscito anche a tirar su un gruppo, numeroso, di giovani di belle speranze, che oggi difendono gli stessi valori nei loro posti di lavoro, con organizzazioni internazionali, private, università e altro. Anche dentro l’organizzazione sono riuscito a dare un po’ di energia e qualcosa ho ricevuto in cambio.
Adesso mancano oramai poche settimane all’addio, e passo il tempo in questo ufficio decentrato dove le logiche interne sono sempre quelle di controllare i pochi soldi disponibili, non condividere nulla con gli altri se non quando obbligati, ottusità mentale, zero empatia e voglia di fare lavoro di squadra.
Una goccia però mi è arrivata anche qui. Ieri, per caso, ho aperto un documento, una nota concettuale si chiama nel gergo nostro, preparata da colleghi della casa madre, relativamente a possibili fonti di finanziamento per progetti sulla degradazione delle risorse naturali. Il testo era figlio di quelle visioni ideologiche del passato, madre natura messa a disposizione di noi umani, ideologia di basso livello che quasi quasi non trovi nemmeno da Trump; proposte intellettualmente limitate con la solita riproposizione di ricette che non hanno dato frutto finora. Le dita sono corse veloci sulla tastiera, e ho mandato indietro una serie di commenti forti, non al vetriolo, ma insomma il messaggio chiaro era: basta con ste cazzate, cominciamo a fare i seri se vogliamo avere ancora un futuro.
Mi aspettavo una valanga di critiche, e invece un collega mi ha detto di aver molto apprezzato questa chiarezza (lui è arrivato da poco, per cui le sue energie sono ancora vive) e mi ha detto: se vuoi un po’ di soldi per far qualcosa di serio e diverso, li posso trovare. Subito.
Un pensiero mi è passato per la testa. Anzi due. Avessi incontrato prima colleghi come questo, chissà quante cose avremmo potuto fare; adesso è tardi per me che conto le settimane. Ma mi son trovato a pensare che valeva la pena raccontare di questa goccia di speranza. Lottare dal di dentro per cambiare in meglio queste organizzazioni è un dispendio di energie enormi. Ma va fatto, e a volte arrivano dei segnali che ti incoraggiano a continuare. Lo dico e lo scrivo soprattutto per i “miei” ex-giovani che resteranno dopo di me a portare avanti questi principi di dialogo, negoziazione e concertazione, lottando contro poteri forti e in situazioni altamente asimmetriche. Arriveranno anche per voi queste gocce di speranza, credeteci.

2 commenti:

  1. Leggerti oggi mi ha fatto ricordare esperienze personali molto forti e quasi simili alle tue... e si... anche io ho tenuto duro fino alla fine per poter riuscire a modificare per bene il sistema necrotico della burocrazia interna che blocca l'aria pulita e sana che arriva da chi ce la mette tutta per lasciare strade meno sporche di quelle che abbiamo trovato. Quanto ti manca per andare in pensione? Io lo sono da quasi due anni e devo dire che si sta una favola fuori... ma il cuore rimarrà sempre UN!!! Auguri Paolo!!!

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  2. a fine anno... ma non intendo mollare... un caro saluto, paolo

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