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giovedì 22 giugno 2017

Lucia


Ieri era il compleanno di un’amica vicentina e, grazie al social che me l’ha ricordato, ho potuto mandarle un piccolo messaggio di auguri. Un attimo, un soffio solo per ricordare all’altro che per un instante hai pensato a lui/lei. Poi però l’associazione di idee mi ha fatto andar a cercare notizia di un’altra Lucia, che tornava a casa dopo aver organizzato uno splendido evento in Piazza Maggiore a Bologna.

Con lei e Norman ci conoscemmo decenni fa, causa un articolo relativo al progetto che lui stava dirigendo in Eritrea e che gli pubblicai nella rivista della FAO di cui mi sono occupato per lunghi anni. Finito quel progetto, ne apparve uno ancor più interessante all’orizzonte, finanziato dagli italiani, in vari paesi dell’America Latina. Lui venne scelto per il Nicaragua, e siccome era interessato al tipo di lavoro che facevo all’epoca, ci trovammo a collaborare in modo più organico.

Tanto che a un certo punto, io mia moglie e figlia piccolina, decidemmo di andar a fare un giro a salutare oltreché loro anche altri vecchi amici in Costa Rica.

Ci ricordiamo quelle vacanze come fosse oggi. Sia per l’assoluta novità che Norman tiro fuori dopo cena (anche quella avrebbe meritato un post a parte, andammo nel ristorante di Casimirri, un italiano ex-brigatista fuggito in Nicaragua e riciclatosi nella ristorazione). Vabbè di questo parleremo un’altra volta. Dopo cena Norman tiro fuori una cosa che sembrava un pacchetto di sigarette, pesante, e mi chiese se volevo ascoltare qualche canzone, italiana o no. Ben volentieri gli risposi, e lui mi passo quell’aggeggio che, scoprii, era un Ipod. Uno die primi in circolazione, e ne rimasi affascinato fino ad oggi. Ma non fu solo per quello, fu anche per le malattie di sua figlia Satya e di Charlotte che ci costrinsero a fare la navetta da casa alle urgenze dell’ospedale, ed anche per lo spavento che prendemmo noi genitori idioti, a metterci in acqua, “protetti” da una specie di scoglio, per farci fare la doccia dalle onde dell’oceano, che erano forti assai. Ne arrivò una sbilenca, e ci prese di infilata, facendoci volare tutti e tre come fuscelli. Era pieno di pietre, per fortuna Charlotte rimase aggrappata a me, e a parte la paura non successe nulla. Che idioti, ma anche che senso di fragilità estrema. Adesso ci sei e un momento dopo, finito tutto.

Anni dopo, Norman fu anche oggetto di un tentativo di rapimento a Kabul, quando lavorava per la Banca. I giornali italiani ne parlarono parecchio. Anche lì, un po’ di fortuna e un bravo autista che riuscì a scappare via.

Di Norma ho poi perso un po’ le tracce. Lei invece, lavorando nella comunicazione, e a volte anche con un amico romano, era più facile seguirla. Si capiva che nella vita personale qualcosa era cambiato, ma questo non aveva nulla a che fare sia con la stima professionale per tutti e due, sia con quei ricordi di quando si strutturo una amicizia cosi vecchia.

Oggi ci siamo, e domani… no. Come un soffio di vento. Cocciante scrisse una canzone intitolata Lucia: “Sei una farfalla che si è fatta trasportare su dal vento per girare intorno al sole…”. Lucia era tornata a casa, ma per quanto fosse spessissimo sui social, doveva essere molto stanca e andò a dormire. L’indomani ci sarebbe stato tempo e occasioni per raccontare a tutti le belle cose fatte a Bologna.

Ma non si è risvegliata più. E la storia è finita li. Devono farsene una ragione i figli, Norman e tutti gli amici e amiche che le sono state vicine in questi anni. E anche noi qui a pensare di usare la nostra vita, le nostre vane risorse, per un mondo diverso, migliore magari.  

Non ci sono parole per dire come ci si sente. Ritorniamo alla nostra fragilità, al nostro essere poca cosa.

mercoledì 21 giugno 2017

2017 L25: Carlo F. De Filippis - Le molliche del commissario




Giunti, 2015

«Cosa mi sai dire di questo poveraccio?»
«Come prima impressione direi che l'aggressore non voleva dargli una lezione. Perché, se proprio ti è rimasto qualcosa sullo stomaco, un credito da riscuotere supponiamo, gli dai una botta, una sprangata, e te ne vai, mi segui? Questa sembra più una vendetta. Come dite voi vendetta?»
«Dalle mie parti i vecchi dicono: 'a scurdata.»
«Sarebbe?»
«Che una vendetta si serve fredda, quando il debitore non se ne ricorda più, 'a scurdata, appunto: quando l'altro se n'è dimenticato.»

Interessante, una buona lettura sotto l'ombrellone. Commissario nervoso, veloce, incazzato, insomma gli ingredienti già noti. Almeno stavolta non è vedovo. La storia sembra alquanto improbabile, ma oggi siamo in estate e non chiediamo molto. Più leggo questi romanzi, più mi piacciono i libri che ho scritto io, e la cosa mi complica la vita.

domenica 18 giugno 2017

Bangkok: cena pronta ( o quasi)

Qualche amico, una scusa buona per cucinare assieme... ed ecco i risultati






Humus et tapenade comme entrée, suivi par des fettuccine faites maisons avec ragot.
On termine sur une mousse au chocolat.

Pour le spritz... à vous de jouer!

sabato 17 giugno 2017

2017 L24: Piera Carlomagno - L'anello debole

venerdì 16 giugno 2017

Mai dire mai


Onestamente, se un giorno mi avessero detto che anch’io avrei apprezzato un lavoro della Banca mondiale avrei pensato che stessero scherzando. La Banca ha molti difetti, soprattutto quello di una cultura da banchieri (tautologico) per cui chi mette i soldi deve poter decidere. Anticamente, nella preistoria della cooperazione allo sviluppo chi raccattava i soldi poi li passava alle agenzie tecniche delle NNUU in modo da non aver nessuno conflitto di interesse. Poi venne l’epoca quando la Banca decise di applicare la filosofia che noi veneti chiamiamo del FTM (Faso Tuto Mi).
Il FTM prevede che, dopo una fase iniziale in cui aiuti gli altri a imparare a fare le cose bene come solo tu sai fare, ti rompi le balle e ti dici: ma va la’, pantalon’, dame qua che faso tuto mi. A volte si termina con un “xe mejo”. Ma il succo resta lo stesso. I risultati non necessariamente sono migliori, ma quel che è sicuro è che non insegni nulla all’altro, che di fatto neghi persino nella sua esistenza e lo rimandi ai primordi della vita civile.

Ecco quindi la Banca decidere di fare tutto lei, prosciugando le fonti finanziarie di gran parte delle agenzie NNUU. Con gli anni abbiamo visto come questo sia riuscito a coagulare numerosissimi gruppi in opposizione alle direttive calate dall’alto, finché oramai lavorare per la Banca vuol dire far parte di un mondo diverso, Hotel a 5-6 stelle, rapporti pre-digeriti con approcci standardizzati e ideologizzati in favore del Dio mercato.

Detto questo, come ogni organizzazione, esistono degli spazi più o meno grandi di dibattito interno. Il livello di discussione può essere alto o basso dipendendo non tanto dalle capacita eruditive o di citare libri o articoli di altri specialisti, ma dipenderà molto dalle capacita di ascolto dell’altro, di chi la pensa diversamente, insomma, dalla capacita di empatia e di “andare verso l’altro”. Su questo tema per esempio, non credo che la situazione sia migliore all’interno die movimenti contadini (almeno per quanto li conosco). La tendenza a privilegiare un consenso ideologico é sempre stata molto forte, e il livello di aperture mentale con chi la pensa diversamente è sempre stato un limite, di cui sono stato testimone in prima persona.

A casa nostra, nella organizzazione che mi dà il pane, direi che negli anni abbiamo visto restringersi questi spazi: il gap fra il detto e il fatto si è andato ampliando, per cui come succede nelle elezioni dei paesi occidentali, la gente (i colleghi) si è stancata di partecipare a momenti di retorica assoluta e autocelebrativa.

Nel mio piccolo, io ho cercato di spingere per avere discussioni vere, prendendo in parola i vari slogan che nel tempo hanno segnato le mode “partecipative”, “inclusive”, di “rispetto delle opinioni altrui” etc. Come ho già avuto modo di scrivere, questo ha significato aprire dei fronti di combattimento contro un senior management che nella realtà ha sempre avuto poca voglia di confrontarsi sulle questioni di fondo. Dato che mi occupo di questioni legate alle risorse naturali, al loro accesso, uso e gestione, nonché, tramite colleghi dell’ufficio legale, delle questioni dei diritti, consuetudinari o statutari, delle dimensioni di genere etc.etc., l’evoluzione verso una attenzione maggiore a chi fossero questi molteplici attori interessati a disputarsi risorse sempre più scarse,  mi ha portato, pian piano, ad interessarmi alle parti grigie, ai non detti. Intendo dire alle questioni di fiducia, credibilità e, soprattutto, alle dinamiche di potere e le asimmetrie esistenti nel mondo del sottosviluppo.

Le mie critiche, da quasi un ventennio, portavano sul fatto che promuovere generici approcci partecipativi in condizioni di alta (e forse crescente) asimmetria di potere fra i vari attori, non fa altro che perpetuare, con parole più moderne, quelle stesse dinamiche di sfruttamento che, a parole, diciamo di combattere.

Ecco perché, con prudenza ma fermezza, abbiamo cominciato a chiarire che i nostri approcci, si differenziavano dalle mode del tempo proprio perché stimolavano l’organizzazione ad entrare in questi temi delicati, usando il nostro potere di convocatoria per cercare di portare avanti die processi che prima che interessati alle dimensioni tecniche, fossero centrati sugli esseri umani. Quelli che, volente o nolente, fanno e disfanno i territori del cui sviluppo ci preoccupiamo.
Queste cose pero non basta dirle, bisogna farle sul serio, sia nei progetti sia nella vita professionale quotidiana. Vi ho già raccontato come, a causa di un tentativo di riequilibrare asimmetrie enormi sulle questioni dei diritti fondiari in un paese africano, mi sono ritrovato in panchina, PNG, per due anni. Non fosse stato per il mio direttore dell’epoca, sarei andato a piantare patate nell’orto ben prima di adesso.

Provai ad essere coerente anche dentro l’organizzazione, e cioè ad attaccare quelle asimmetrie di potere interno che, nei fatti, erano (e sono) un freno a un vero lavoro ben fatto, con empatia e professionalità e pro-attivismo, sul tema dello sviluppo. Mi hanno consumato a fuoco lento, ma proprio adesso che sto contando i giorni che mi mancano, ecco arrivare un segnale dalle stelle.

La Banca mondiale ha pubblicato il suo rapporto mondiale sullo sviluppo. Lo apro solo perché una collega mi ha detto di farlo, e che ne valeva la pena. Non vi dico la sorpresa quando ho trovato nella sintesi e nei messaggi principali del documento, una specie di Bibbia che esce annualmente, dettando di fatto l’agenda di gran parte delle istituzioni internazionali, esattamente quelle stesse preoccupazioni che io e miei ragazzi portiamo avanti da ben oltre un decennio.
Non saremo riusciti a farle diventare pane quotidiano interno, anzi alla fine mi ritrovo a pensare a cosa seminerò nel mio orto invernale fra pochi mesi, ma almeno ho il piacere dolce-amaro di vedere che altrove, qualcuno ha cominciato a prendere sul serio queste preoccupazioni. E adesso vado ad aprire una bottiglia, alla faccia di chi so io.

Per chi legge l’inglese, ecco i punti salienti della mia felicità:

Why are carefully designed, sensible policies too often not adopted or implemented? When they are, why do they often fail to generate development outcomes such as security, growth, and equity? And why do some bad policies endure? This World Development Report 2017: Governance and the Law addresses these fundamental questions, which are at the heart of development. Policy making and policy implementation do not occur in a vacuum. Rather, they take place in complex political and social settings, in which individuals and groups with unequal power interact within changing rules as they pursue conflicting interests. The process of these interactions is what this Report calls governance, and the space in which these interactions take place, the policy arena

Main messages:
 Ineffective policies can persist, while potentially effective policies are often not adopted. The World Development Report 2017: Governance and the Law explores why some policies fail to achieve desired outcomes and what makes other policies work. The main messages of the WDR 2017 are:
  • Successful reforms are not just about “best practice.” To be effective, policies must guarantee credible commitment, support coordination, and promote cooperation.
  • Power asymmetries can undermine policy effectiveness. The unequal distribution of power in the policy arena can lead to exclusion, capture, and clientelism.
  • Change is possible. Elites, citizens, and international actors can promote change by shifting incentives, reshaping preferences and beliefs, and enhancing the contestability of the decision making process.
  • Three guiding principles for rethinking governance for development are:
    1. Think not only about the form of institutions, but also about their functions.
    2. Think not only about capacity building, but also about power asymmetries.
    3. Think not only about the rule of law, but also about the role of law.

Magari per voi queste piccolo gocce non significheranno nulla.. ma posso garantirvi che per me contano più di una medaglia.

giovedì 15 giugno 2017

Il "gender" ... questo sconosciuto

Perché da tanti anni mi batto per il vago tema del “gender”
Alcuni anni fa, un mio oramai ex-direttore che, a giorni alterni, si presentava come “amico” e “superiore gerarchico”, mi chiamò nel suo ufficio per esternarmi che, a suo giudizio, io “perdevo” (parola esatta) troppo tempo con altre Divisioni tecniche della nostra stessa organizzazione (intuii subito che si trattasse di una critica al mio modo di proporre di lavorare in modo sistemico sulle questioni legate alle terre e suoi diritti). L’esempio che prese a testimone fu quello della divisione che all’epoca di chiamava di “Gender”. Secondo lui cercar di far entrare nei nostri approcci tecnici una dimensione come quella del genere era “perdere tempo”. Gli andò male, perché pochi giorni dopo vennero resi pubblici i risultati di uno studio interno sulla sensibilità delle varie unità tecniche al tema “genere” e la nostra unità risultava molto bassa in classifica. Quando gli fu chiesto, dal responsabile della divisione Gender, di spiegare il perché di un tal risultato, la risposta fu di negare l’evidenza e insistere sul fatto che io, su ordine suo, spingevo molto per collaborazioni sia normative che di terreno sui temi terra e genere.
Al di là dell’episodio, imbarazzante, quella fu una opportunità per chiedermi come mai, dopo oltre 25 anni spesi a lavorare in quella organizzazione che, fin dal primo giorno in cui ero entrato, aveva iniziato a spingere su questo tema, non si fosse ancora riusciti ad arrivare a risultati concludenti. Ovviamente mi fermai anche a pensare il mio proprio lavoro e il perché insistevo tanto su questo.
Adesso che sta arrivando l’ora di chiudere questa avventura, ne approfitto per mettere giù due righe su questo, che magari potranno tornar utili a chi, mia figlia, ne ha fatto un soggetto principale del suo impegno intellettuale e professionale…
Il mio avvicinamento al tema iniziò per pura casualità quando, dopo aver terminato un master in agricoltura comparata e sviluppo agricolo, entrai a fare uno stage al Centro di Sviluppo dell’OCSE a Parigi. Mi misero a lavorare con un gruppo misto di economisti, capeggiati da uno della destra neoliberale francese e, per strane coincidenze astrali, con una sociologa originaria dei Caraibi inglesi, separata da un italiano, suonava la chitarra e aveva avuto anche una particina nella Dolce Vita di Fellini. Fu grazie a lei, Winnie Weekes-Vagliani (chi volesse leggere qualcosa di quello che scriveva all’epoca ecco un link: http://horizon.documentation.ird.fr/exl-doc/pleins_textes/pleins_textes_4/colloques/17956.pdf), che sentii parlare per la prima volta di Donne nello Sviluppo.
In parallelo col lavoro avevo anche iniziato una tesi di dottorato sotto la tutela della banda dei professori della cattedra parigina oriunda degli insegnamenti di René Dumont. Gente di sinistra, con tendenze varie (e quindi in lite permanente tra di, loro) ma accomunati da una misoginia di fondo. La prova del nove l’ebbi quando, partecipando a un colloquio a Montpellier sui temi dell’agricoltura contadina in Africa (ero lì per proporre a uno dei professori locali di far parte del mio juri’ di tesi), ebbi l’ardire, alla fine della presentazione di uno dei miei prof parigini (uno di quelli di sinistra, amati da tutti noi giovani, Marc Dufumier per la cronaca) di fare un piccolo commento, originato dalle lunghe discussioni con Winnie all’Ocse, sull’importanza non solo degli uomini ma anche, e soprattutto, delle donne nella agricoltura contadina africana. Il commento che fece Marc mi è rimasto in mente fino ad oggi. Lui lo avrà dimenticato, ma per me è rimasto il simbolo di quanta strada ci fosse da fare nel mondo cosiddetto “progressista”. Marc si rivolse alla sala dicendo: “sapete perché Paolo ha fatto questo commento? Lui è italiano, e quindi le donne eh eh eh…”. Tutti i peggiori stereotipi si coalizzarono in quel momento. Non solo l’incapacità di accettare questa pluralità di attori, ma proprio di concettualizzarli come degli esseri aventi gli stessi diritti di quei piccoli contadini che Marc diceva tanto voler difendere.
Entrai nella mia organizzazione attuale con questo bagaglio iniziale, preoccupato di trovarmi in situazioni ben peggiori, data la reputazione che aveva l’organizzazione. Venni subito coinvolto in un corso di formazione, appena sbarcati in Cile: lo protagonizzava la capa dell’unità Donne nello Sviluppo, un’americana che sembrava sbarcata dalla California post-68. Troppo avanti con le idee, e convinta di parlare a un pubblico di studenti interessati al tema, andò sopra le righe e la maggioranza la prese semplicemente per matta. Ricordo0 che era ancora il Cile di Pinochet, dove il ruolo delle donne era nell’economia del hogar, dentro casa. Paradosso storico, fu proprio nel periodo della dittatura pinochetista che le donne in agricoltura guadagnarono spazio e visibilità dato che molti maschi erano stati fatti sparire e il nuovo boom della frutticultura necessitava di mani piccole e attente, per cui la femminizzazione del settore avanzò a passi da gigante, con successive rivendicazioni economiche e sociali.
Torniamo al punto. Dopo un paio d’anni tornammo in Italia e cominciai a lavorare nella divisione della riforma agraria. Delle colleghe preparate e volonterose cercavano di spingere sul tema che cominciava a chiamarsi di “genere”. Tuttavia la compartimentalizzazione dell’organizzazione e soprattutto l’imprinting culturale di un mondo di tecnici poco interessati al lato umano dello sviluppo, ne limitò per moltissimi anni l’avanzata. 
Non si può dire che siano lesinati gli sforzi da parte dei piani alti dell’organizzazione. Ma forse il livello medio del personale responsabile del tema non fu mai veramente all’altezza. Per anni il tema fu sempre visto come quel po’ di formaggio che metti sopra la pastasciutta prima di mangiarla: non un elemento strutturale, ma un addobbo utile, ma non fondamentale.
Iniziai cosi a cercare una possibile porta d’entrata. L’idea che mi girava in testa da un po’ di tempo era la necessità di andare oltre la visione sistemica promossa dai guru francesi, figli delle “alte” scuole di specializzazione, naturalmente impregnati di una cultura del mors tua vita mea, poco inclini alla modestia e all’ascolto degli altri. Fu così che con un gruppo di amici e colleghi iniziammo a battere strade nuove, alla ricerca di piste metodologiche diverse, meno tecniche e più indirizzate alle scienze sociali. 
Arrivammo quindi a teorizzare una via diversa, che superasse l’eterno antagonismo citta-campagna (introducendo cosi il termine oramai usatissimo di “territorialità”), la necessita di accettare la pluralità di attori all’opera in questi spazi concepiti come costruzioni sociali, quindi multilivello, non più determinati solamente dalla geografia o dalle amministrazioni; ma soprattutto iniziammo un percorso verso una maggiore umiltà. Il nostro sguardo su di loro e su questi “territori” non poteva essere ‘unica “verità” possibile, indipendentemente da quanto sistemici e bravi fossimo noi. Cominciammo ad accettare l’idea che ogni attore, singolo o organizzato, sviluppa una propria visone del “territorio”, lo esprime attraverso posizioni (in superficie) e interessi (in profondità), che bisogna imparare a conoscere, rispettare e con cui, se possibile, lavorarci.
Emerse così l’idea dei patti socio-territoriali, risultanti da processi di dialogo, negoziazione e concertazione, dove era necessario cominciare a interessarsi delle dinamiche di potere. Tema, quest’ultimo, tabu, all’interno dell’organizzazione. Ancora oggi, quasi 18 anni dopo le nostre prime riflessioni, troverete pochissimi riferimenti nella pubblicistica interna a questo tema, perché fa paura e, soprattutto, non fa far carriera.
La questione del potere, e delle sue asimmetrie, legata alla necessita di accettare la diversità, e costruire un eventuale percorso di dialogo basato proprio su questa diversità, ci riportò necessariamente al tema di genere.
Qualche passo in avanti l’abbiamo fatto, ma resta ancora molto da fare per far sì che i colleghi capiscano realmente cosa abbiamo in mente. Per noi, o almeno per me, lo sviluppo (qualsiasi cosa intendiamo con questa parola), è un processo generato, guidato (male o bene che sia) da esseri umani. Di conseguenza, se vogliamo intervenire nelle dinamiche di questi processi, dobbiamo imparare a ritornare alla base, e cioè chiederci chi siano questi uomini e queste donne, oggetti e soggetti dello sviluppo. L’impressione che porto a casa ogni giorno di più è che anche se globalmente il livello educativo aumenta, di fatto aumenta in verticale, una moltitudine di torri di babele individuali all’interno delle quali costruiamo quello che consideriamo un “sapere” ma che rifiutiamo di condividere e confrontare con gli altri. Non ci parliamo più, fra simili e, ancor meno, fra diversi.
In queste condizioni non ha senso parlare di sviluppo, far finta di preoccuparsi di grandi temi come il cambio climatico o cose del genere. La verità è che il patto sociale che teneva legati gli esseri umani sembra in via di disfacimento. Quindi per me e per i miei ex-giovani, diventa naturale voler riprendere il filo a partire da questa sbriciolatura. Rimettere insieme i cocci, partendo proprio dal tema difficile, ma non impossibile, almeno spero, della uguaglianza di genere. Imparare ad accettare la diversità, riconoscere i nostri ruoli diversi, complementari ma tutti utili, ricordarci che queste costruzioni sciali si portano dietro imbricazioni storiche e di potere molto difficili da far cambiare, per cui si deve imparare a dosare le forze per lotte di lunga durata. Solo se riusciremo a far avanzare la lotta sulla parità di diritti, sull’uguale trattamento per uomini e donne, dando ovviamente più energia laddove sia necessaria,  


Come ben fa capire il disegno qui sopra, solo allora potremo sperare di far avanzare il tema dello sviluppo (agricolo o altro) che sia.

In tutti questi anni abbiamo continuamente visto come questo tema interessi poco nelle agenzie tecniche come la nostra. Una mia amica e collega (che sta lavorando e studiando questi temi) parla di approccio minimalista, intendendo riferirsi al fatto che adesso ogni progetto che venga presentato, da noi, dalle banche o da qualsiasi altra organizzazione, deve passare per uno screening minimo per mostrare ai donatori che chi lo ha scritto è cosciente del tema genere. Salvo poi fregarsene completamente nell’esecuzione, e ritornare a bomba nel momento di fare il rapporto finale. Rompere queste logiche è difficile, perché sottendono altre logiche di potere, ma ci proviamo. A luta continua, torneremo in futuro sul tema. 

martedì 13 giugno 2017

WANTED


Voci incontrollate dicono che il soggetto continui ad aggirarsi nei corridoi del suo luogo di lavoro.
Stategli lontano perché è un appestato. Ha osato preoccuparsi di dare una mano a una lunga lista di giovani volonterosi, ben prima che si inventasse il programma dei “volontari” o “interni”; nel passato, assieme a una banda di scriteriati come lui gli è venuto da proporre un concetto “rivoluzionario” in un grosso paese dell’America latina.  Si trattava nientepopodimeno dell’idea dell’agricoltore familiare (quello che mio nonno avrebbe chiamato coltivatore diretto; se fosse vivo e leggesse questa storia di averlo "proposto", insomma "inventato", mi correrebbe dietro con lo schioppo,... a ragione). 
Era questa una categoria che non esisteva nel lessico locale, e quindi non aveva diritto a nessuna politica di appoggio specifica. Lui era banda fecero una serie di studi in lungo e in largo, adattarono metodologie e arrivarono ad associare molti dei professori universitari interessati all’economia agraria. Molti, tutti? No, qualcuno si oppose…
Negli anni seguenti, essendo stato caldamente invitato a girare un po’ al largo dall’America latina (forse c’erano troppi veneti già in giro…), si mise a lavorare sui diritti sulle terre di comunità africane in vari paesi della regione. Anche lì non ebbe il fiuto politico necessario a far carriera in quel tipo di ambienti, per cui lui e i suoi giovani accompagnatori, si misero in testa di difendere i diritti delle comunità di fronte all’insistenza dei pezzi grossi che volevano fregar loro le terre. Errore che gli costò un cartellino rosso con squalifica di due anni come persona non grata (PNG in gergo). Poi cambiarono il ministro, il soggetto tornò, e continua, in maniera indiretta, a fare più gli interessi delle comunità che del governo. Fonti locali continuano ad invitarlo ad andare avanti.
La cosa arrivo' fino all’ufficio del gran boss. Il mio direttore dell’epoca (scusate ma ne ho cambiati tanti, alcuni sono diventati amici dopo, altri, ovviamente, no) mi chiamo' per esternarmi il suo dispiacere per la “cazzata” che avrei commesso in quel paese. Comunque promise di proteggermi in nome di una vecchia amicizia. Passarono pochi giorni e dallo stesso ufficio del gran capo arrivo' una richiesta che fece saltare il mio direttore. Un presidente della repubblica di un paese latinoamericano, nel mezzo di una negoziazione di pace, aveva chiesto l’appoggio di alcuni esperti per formulare un programma di sviluppo per la pace. Il primo tema all’ordine del giorno era quello delle terre e, nella lettera, veniva indicato chiaramente il nome di chi doveva essere quell’esperto.  Il mio direttore mi richiamo', e stavolta mi chiese di spiegargli bene la faccenda, che si stava ingarbugliando assai, soprattutto dopo che gli spiegai che esisteva un nesso stretto tra la “cazzata” di prima e la richiesta di questo paese. Da allora diventammo grandi amici.
Vado a braccio, per cui non seguo un filone cronologico stretto (occhio che ho anche problemi col correttore e mancano degli accenti...). Anni prima, uno dei suoi valenti capi, uno di quegli intellettuali di sinistra che solo l’America latina sa produrre (stesso modello: nascere incendiari per morire pompieri), dopo esser stato preso in parola sulla sua dichiarata volontà di essere aperto, democratico e criticabile, decise che la democrazia e sta partecipazione avevano fatto il suo tempo, come il vecchio Lenin insegnava. Ed ecco che si inventò un concorso interno per farlo fuori. Gli andò male dato che la superbia che lo accompagnava era solo seconda all’ignoranza delle regole interne. Il capo in questione, essendo stato spalleggiato da altri capi ancora più in alto, ovviamente non la prese bene, né lui né quelli al piano di sopra. Il nostro soggetto si guadagno ulteriori nemici (Tex avrebbe detto: tacche sulla sua “45”).
Non passava giorno senza che il nostro non rompesse le balle: osava interpellare i cosiddetti “esperti” nelle riunioni tecniche, andando sempre contro corrente. Un giorno dovette anche alzarsi a difendere una serie di giovani consulenti ai quali era stato chiesto conto, pubblicamente, in presenza di capi, direttori e assistenti del boss, del perché avessero osato dare una valutazione negativa del modo di fare dei capi in questione. Dovette intervenire lui, protetto da un contratto formale, roba oramai rarissima che si potrebbe mettere all’asta da Christie: l’argomento era semplice, tipo “perché chiedere a loro che non possono difendersi, di spiegare il perché di opinioni ufficialmente confidenziali?”. Nemmeno li si guadagnò stima e onori con i capi, ma lui continua a pensare che certe cose le devono dire quelli che possono farlo, e non nascondersi dietro una foglia di fico. Mah, vallo a capire.
Nello stesso periodo, spalleggiato da un direttore questa volta, si mise a stimolare un paio di paesi importanti perché chiedessero al boss superiore che l’organizzazione per cui lavorava si occupasse delle questioni della riforma agraria a livello di conferenza mondiale. Il panico fu generale nel corridoi del gran capo. I diretti superiori del nostro, inglesi purosangue, fecero di tutto per mettere bastoni fra le ruote e far sì che questa idea non andasse avanti. Una ragione centrale era anche il fatto che il nostro e il suo direttore, volevano organizzarla dando spazio amplio ai movimenti contadini e pochissimo alla banca mondiale. Noi provammo a spiegare al nostro che doveva pensare alla famiglia, e starsene buono: niente da fare. La conferenza si fece, andò benissimo perché dimostro che si poteva trovare il modo di parlare e discutere di temi delicati anche assieme ai movimenti sociali. La lista dei nemici, soprattutto anglofoni, continuò ad aumentare.
Forse l’errore più grosso lo commise quando venne chiamato a consigliare un presidente eletto su questioni legate alla riforma agraria. Il cielo si copri di nuvole, e fu chiaro che quella goccia avrebbe fatto traboccare il vaso. Nessuno osò mai questionare il lavoro (anzi, a dire il vero, uno ci provò, chissà cosa direbbe oggi…), che pian piano divento' la base filosofica di tutto quanto fatto in questi anni recenti, soprattutto in paesi in guerra o conflitto. Chi non avesse voglia di leggere può andare a guardarsi un video postato alcuni anni fa, intitolato un viaggio verso gli altri: https://www.youtube.com/watch?v=biekjXni8kI). La critica fu quella di aver messo in ombra certi capi superiori, che gliela giurarono (di fargliela pagare).
Chi lo conosce sa anche come sta finendo la storia. Ma di quella ne riparleremo nei prossimi mesi. Comunque, messaggio per i miei giovani colleghi e amici: e volete far carriera dove lavorate, mi raccomando, imparate a leccare il didietro, a dire sempre di sì e a non avere mai un’opinione. Se farete cosi però, non venitemi a cercare. Come cantava quello di Pavana, su parole di Liga: io, “la mia parte, ve la posso garantire”  https://www.youtube.com/watch?v=_w0SR4HUoFc