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sabato 26 agosto 2017

2017 L36: Carlo Lucarelli - L'estate torbida

Einaudi Stile Libero 2017

Cosa fa, lui, dopo? Mi è successo cosí dopo il primo romanzo che ho scritto, Carta bianca: mi sono chiesto dove andava il commissario De Luca, cosa faceva da quel momento in poi, perché sí, certo, l'assassino lo aveva scoperto, il giallo era chiuso, ma la vita, con i suoi conti da regolare, andava avanti e io volevo saperne di più.

Continuo a leggere i primi libri di Lucarelli e sono simpatici, per l'estate vanno benissimo

2015 L35: Giancarlo De Cataldo - Nell'ombra e nella luce


Einaudi Stile libero, 2014

«Lui era lí, chino su di me, come quella prima sera. Vedevo la sua bocca dalla piega amara, a stento coperta dal becco argenteo. La sua voce era quella di sempre: calda, profonda, educata. Posso riferirti esattamente le sue ultime parole: "Non è ancora tempo di morire, signor Saint-Just. Sarò io a decidere quando"».

A me è piaciuto, quindi lo consiglio.

domenica 20 agosto 2017

2017 L34: Marie Van Moere - Petite Louve



Pocket - La Manufacture de Livres, 2014

Marseille, aujourd hui; une mère est confrontée au drame que chaque parent redoute. Sa fille, à peine adolescente, a été enlevée sur le chemin de retour du collège et violée. Son couple n'y a pas survécu. Son mari a pris la fuite. Mère et filles vivent ensemble. Lorsque le suspect de l'agression est libéré sur vice de procédure, la mère renonce à la justice des hommes. Elle décide de se venger, simplement et brutalement. La chirurgienne sans histoire va donc assassiner un homme. Cet homme, celui qu'elle considère comme un monstre, c'est aussi un fils, un frère. En l'occurrence, il est issu d une famille de gitans sédentarisés défavorablement connus des services de police comme on dit pudiquement. Une famille, elle aussi, avec son histoire et ses drames, une famille à laquelle on ne s'attaque pas impunément. Voilà la mère criminelle, et un crime ne peut rester impuni. Les frères de la victime vont poursuivre mère et fille, parties dans une fuite qui commence à Marseille pour se poursuivre sur les routes de Corse. Là les deux femmes vont croiser d autres êtres humains au lourd passé. Tandis que sur leur piste, une fratrie sème la violence, une mère et une fille vont se découvrir. Mais qui sont les proies, qui sont les victimes? Qui sont les forts et qui sont les faibles ? L'humain se loge parfois dans des endroits obscurs.

Primo libro dell'autrice. Sconta ovviamente qualche peccatuccio, e una certa evidente difficoltà a ingranare all'inizio, ma se riuscite a prenderci gusto, va avanti in crescendo. Si legge con piacere.

Cile: una rappacificazione ancora inconclusa


Questa settimana ci sarebbero state vari spunti da commentare, legati o meno all’attualità quotidiana. Ovviamente l’attentato di Barcellona verrebbe in testa alla lista, ma non è di quello che voglio parlare. Ho già scritto parecchie volte su questi temi e pur comprendendo tutta la retorica sul fatto che questi “terroristi” vogliono cambiare le nostre libertà e il nostro modo di vivere etc. etc., non posso fare a meno di pensare che il “nostro” modo di vivere è fatto di intromissioni continue a casa d’altri, per andarci a prendere tutto quel che ci serve, non solo le risorse naturali ma anche le risorse umane di qualità da impiegare nei settori dove siamo deficienti. In fin dei conti, ricordo, siamo “noi” ad avere le basi militari imposte a casa loro, che siano francesi, americane e, fra poco, anche cinesi, e non viceversa. Siamo noi ad andare a prendergli, con le buone o con le cattive, l’uranio, il petrolio e gas, le foreste e tutto il resto. Quindi quando sento i leader europei, in particolare la sopravvalutata Merkel, dire che non cambieremo il nostro stile di vita per colpa loro, allora penso che dobbiamo prepararci a un futuro fatto di attentati più frequenti e disperati. 

Comunque su questo non voglio dilungarmi. Non parlerò nemmeno del film documentario che ho guardato ieri sera, (des abeilles et des hommes) sul difficile rapporto tra le api e il mondo umano. Ricordo solo che varrebbe la pena vedere questo documentario solo per i pochi minuti girati in Cina su quello che si preannuncia come il futuro prossimo: in una regione dell’interno, a forza di trattamenti chimici in agricoltura, hanno fatto sparire tutte le api. E quindi, direte voi? Ebbene, a quel punto non resta che l’impollinazione manuale. Uno a uno, fiore per fiore, i contadini vanno a spargere il polline. Auguri a questa umanità che ci stiamo preparando.

Allora, andiamo al tema del giorno, anzi, del passato, quasi remoto per molti giovani.

Un vecchio amico cileno, Octavio S., che guida con buoni risultati l’istituto nazionale incaricato di aiutare i piccoli contadini, ha preso parte a una cerimonia in ricordo dei 50 anni della legge di riforma agraria fatta dal governo democristiano Frei nel lontano 1967. Dopo tre anni gli successe Allende, che radicalizzò la riforma agraria, con risultati alquanto dubbi va detto, e tutto si fermò lì perché gli americani organizzarono un colpo di Stato, guidato formalmente da Pinochet ma orchestrato dal Dipartimento di Stato di Kissinger (un terrorista quindi?).

Sono passati 50 anni, grazie al cielo Pinochet è morto e sepolto, ma altrettanto non si può dire delle ferite profonde che dividevano e dividono ancora adesso il paese.

La riforma agraria, come ha scritto un conosciuto esperto locale, ha rotto gli antichi equilibri quasi pre industriali sui quali si reggeva il Cile. Una società quasi settecentesca basata sul concetto onnicomprensivo della Hacienda, un modello produttivo ma anche di rapporti umani ben gerarchizzati, con una libertà quasi nulla per chi stava in basso e con qualsiasi diritto in mano a chi stava sopra, ovviamente includendo il ius primae noctis quando gli andava. Insomma era un paese feudale, che il residente precedente, Alessandri, sulla scia dell’Alleanza per il Progresso di Kennedy, aveva cercato di cambiare, facendo anche lui una riforma agraria stile gattopardesco, cioè in modo che nulla cambiasse. La sua riforma passò alla storia come la riforma del macetero, dei vasi da fiori, tanto piccoli erano i pezzetti di terra espropriati e dati ai contadini. Nessuno si è mai sognato di farne un anniversario, perché il Cile di prima e dopo era rimasto lo stesso.

Dovette arrivare un democristiano per rompere tutto ciò. L’uomo di mano fu Rafael Moreno che se ne occupò per tre anni, diventando così uno dei nemici storici, combattuto ancora oggi, dalla destra sciovinista nostalgica dell’epoca, e poi, arrivato Allende al potere, diventato senatore e feroce oppositore della continuazione dell’opera portata avanti da altre teste pensanti, come Jacques Chonchol, ministro dell’agricoltura di Allende.

Sta di fatto che il sistema di relazioni industriali, con le sue violenze ma anche con le sue dovute aperture al mondo, entrò in Cile e il paese non fu più lo stesso. Belli i discorsi che sono sati fatti, dalla Presidente Bachelet ad altri, interessanti i commenti sui giornali, e più ancora i commenti, in particolare quelli letti sul Mercurio, il giornale che fu il braccio intellettuale in appoggio al colpo di stato.

Al di là dei pregi e difetti di quel processo, che in realtà furono due e ben diversi, è impressionante notare come, 50 anni dopo, e con uno sviluppo che ha comunque rafforzato una classe media, anche se ancora precaria, ha dato impulso all’economia del paese, una attenzione all’ecologia sempre più pronunciata  

Poche settimane fa, il ricordo di quegli anni e di quelle trasformazioni riuscì a mettere assieme, sullo stesso palco, sia gli eredi di Frei, Rafael Moreno in primis, sia quelli di Allende, nella persona di Jacques Chonchol. La Società Nazionale di Agricoltura ne ha approfittato (http://www.sna.cl/wp/wp-content/uploads/2016/06/Reforma%20Agraria%2050%20anos.pdf) per riproporre un discorso degno degli anni della dittatura. La cosa incredibile non è tanto il rivendicare i privilegi storici che la casta agricola cilena pensa di aver perso, ma il fatto che trovi ancora una eco forte nella società. 

Mi hanno fatto pensare quei commenti pieni di un livore che ritorna dal passato, come fosse ieri. E per fortuna che il paese sta economicamente meglio di quel periodo. Insomma non si soffre la fame, anzi il Cile è un paese che ha fatto molti progressi, anche se resta ancora indietro su tanti temi legati ai diritti delle donne e al diritto ad una educazione pubblica universitaria di qualità. Quanto ai popoli indigeni, magari avrebbero qualcosa da ridire, ma resta il fatto che sforzi enormi sono stati fatti dai governi di centro sinistra, della Concertaciòn, per fare pace fra gli uni e gli altri. Eppure, cinquanta anni dopo, grattando sotto la superficie, il fuoco bolle ancora.

Per chi, come me, lavora sul tema die conflitti e post-conflitti, è un segnale da prendere in serissima considerazione. La nostra esperienza professionale più lunga, il Mozambico, dove abbiamo iniziato ad occuparci del tema agrario fin da subito dopo la firma degli accordi di pace nel 1992, ci ricorda che la situazione è quanto mai precaria ancora oggi, e che il rischio che si ritorni a prendere in mano le armi è più vivo che mai. 

Il Cile ci porta a una dimensione storica ancora superiore, e alla necessità di non considerare conclusi processi che di fatto hanno orizzonti storici ben più lunghi. 

Tutte le evidenze disponibili portano a considerare che gli anni a venire saranno anni di conflitti crescenti, in gran parte legati alle risorse naturali anche quando ci si spalmi sopra una mano di vernice religiosa. Al fondo è uno scontro di civiltà che si profila, ma non come lo intendeva Huntington: si va verso uno scontro fra una visione del mondo dominata da una casta ridotta di esseri umani, che usano tutti gli strumenti possibili nonché quelli nuovi che inventano ogni giorno (in particolare il mondo della finanza, assicurazioni catastrofe e quanto altro) per appropriarsi di quanto rimanga di buono su questa terra. Da una parte stanno loro, organizzati anche se in competizione reciproca, e dall’altro troviamo tutti gli altri, tanti e divisi su tutto: ecologisti, animalisti, sinistrorsi, nazionalisti e quanto vogliamo metterci.

Il tutto si gioca su un terreno di scontro, l’ambiente di questa terra, che, comunque vada a finire, resisterà a noi e sarà ancora qui, diverso, mezzo distrutto, quando noi avremo compiuto il hara-kiri finale.

Il caso cileno mi ha fatto pensare a quanto sia difficile per noi esseri umani fare un gesto di umiltà e riconoscenza verso gli altri. Se 50 anni non sono stati sufficienti, e 25 anni non lo sono in Mozambico per calmare gli spiriti ardenti, mi vien da pensare a quante poche speranze abbiamo davanti a noi. I paesi del Nord non sono più capaci di avere un orizzonte etico e di valori da portare ad esempio nel mondo, ma anzi reimportiamo l’odio verso il differente, lo sfruttamento sempre più forte, come se fossero questi i veri valori fondanti di una società. 


Un tempo avevamo sogni ed energia per lottare credendo a un futuro migliore, e ci credevamo come collettività. Oggi siamo qua, individui persi davanti ai nostri schermi di computer, a raccontare la fine della speranza. Non è un bel giorno.

mercoledì 16 agosto 2017

Fra Kim Jong-Un e Maduro qual è il problema più grande?


Domanda trabocchetto. In realtà non credo che nessuno dei due sia realmente la priorità geopolitica principale né per gli americani, né per gli europei e nemmeno per russi e cinesi.
Dal mio punto di vista la questione chiave riguarda cosa sta succedendo nel nord della Siria. La mappa qui sotto, presa dal sito liveumap e aggiornata al 15 agosto, ci dà una idea delle forze in campo: in giallo troviamo le Forze democratiche siriane, una coalizione la cui componente principale sono i curdi siriani, i più attivi sul terreno e che contano anche con l’appoggio aereo degli Stati Uniti. La parte in grigio rappresenta il territorio ad oggi rivendicato dallo Stato Islamico; quello in rosso rappresenta il territorio controllato dal regime di Assad, in verde chiaro i ribelli e finalmente il pezzettino in verde scuro la zona controllata dalla Turchia e i suoi alleati.


Tutto quello che sta a nord della parte gialla è la Turchia. Come forse ricorderete, la bestia nera di Erdogan sono i curdi del PKK. Erdogan considera i curdi siriani come una emanazione dei curdi turchi del PKK (quindi tutti terroristi).
La Turchia è entrata nel conflitto siriano l’anno scorso proprio per evitare che i due pezzi di territorio riconquistati dai curdi siriani si ricongiungano ad Aleppo, la zona verde scuro sotto controllo turco. Succedesse questo, il passo successivo (non certo, ma possibile) sarebbe la richiesta dei curdi siriani di sedersi al tavolo dei vincitori per la futura spartizione della Siria. Considerando la situazione fragilissima del vicino Iraq, e il controllo de facto che i curdi iracheni hanno sulla parte di territorio da loro abitata, il rischio che dalle ceneri di queste guerre rinasca il sogno di un Kurdistan indipendente è cosa ovvia (vedi mappa sotto).


Questo sarebbe il passaggio alla scala superiore del conflitto regionale, dal quale sarebbe difficile che americani, russi, iraniani e financo i cinesi, nonché arabi e israeliani, possano restarne fuori.
La dinamica sul terreno spinge in quella direzione. Nessuno dei paesi vicini o lontani vuol mandare truppe sul terreno. Gli unici a farsi il mazzo sono i curdi ma non è affatto certo che ce la facciano a far fuori Assad. Quindi secondo me ci si avvia, lentamente, a una sconfitta per l’ISIS/Daech, senza che questa diventi realmente definitiva, perché più il tempo passa e più sarà il problema curdo a diventare centrale. Dato che Assad non cede, la negoziazione alla fine si dovrà fare aprendo più spazi a tavola. Diretta o indirettamente ci sarà anche lui, e a quel punto diventerà realmente complicato non far sedere i curdi. Se riescono a chiudere la tenaglia al nord, il futuro sarà bollente. I turchi avrebbero interesse non solo a tenere la zona di Aleppo, ma anche di spingere per far sì che ISIS/Daech sia smantellato rapidamente, e che le negoziazioni iniziassero presto, questo finché i curdi non hanno una legittimità territoriale integra.
Che casino, vien da pensare. E soprattutto verrebbe da dire: ma come avete fatto a infilarvi in una storia del genere?
Quindi può essere utile se ricapitoliamo un po’ la storia recente.
Siccome i turchi, anzi gli ottomani, persero la prima guerra mondiale, l’impero venne smembrato e spartito fra le “potenze” vincitrici, Inghilterra e Francia. Lo fecero con negoziazioni segrete finché arrivarono a mettersi d’accordo con quello che è conosciuto come l'accordo Sykes-Picot, firmato nel maggio del 1916.  Con quel patto i governi francese e britannico concordarono che: (vedi mappa)

·         Francia e Regno Unito sono pronti a riconoscere e proteggere uno Stato arabo indipendente o una confederazione di Stati arabi sotto la sovranità di un capo arabo. Nell'area A la Francia e nell'area B la Gran Bretagna avranno la preminenza su diritti d'impresa e sui prestiti locali. Nell'area A solo la Francia e nell'area B solo la Gran Bretagna potranno fornire consiglieri o funzionari stranieri in caso di richiesta da parte di uno Stato arabo o di una confederazione di Stati arabi.
·         nella zona blu alla Francia e nella zona rossa alla Gran Bretagna verrà permesso di istituire un controllo o un'amministrazione diretta o indiretta a loro piacimento e a seconda se ciò possa armonizzarsi con uno Stato arabo o una confederazione di Stati arabi.
·         nella zona marrone potrà essere istituita un'amministrazione internazionale la cui forma dovrà essere decisa dopo essersi consultati con la Russia ed in seguito con gli altri alleati ed i rappresentanti dello sceriffo della Mecca.

La Siria si trova nella zona A. Ma in realtà anche la Siria era un concetto astratto (vedi mappa sotto). Divisa fra lo stato di Aleppo, lo stato di Damasco e lo stato Druso, senza contare gli altri vicini teorici, la Siria era una terra di lotta di influenze, con i sunniti al centro, alawiti a ovest, drusi al sud e curdi nel nordest. Solo una mano di ferro militare poteva riuscire a tenere sotto controllo questo miscuglio senza pace.

Va ricordato che l’accordo Sykes Picot arrivava giù fino alla Palestina. Rimettere mano alla creatura uscita da quell’accordo significava affondare le mani direttamente nel vulcano primordiale. Quello che esisteva prima dell’accordo era ovviamente frutto di violenza e sopraffazione, ma quello era un altro mondo. Sykes Picot hanno fatto quello che gli veniva chiesto, in una epoca quando a nessuno veniva in mente di pensare che le popolazioni locali potessero avere qualcosa da dire in proposito. Ma il fuoco era già vivo sotto la cenere, basta guardare alla sotria dei primi decenni di indipendenza della Siria.
Eccoci arrivati quindi al probabile capolinea di quel mondo. Cosa uscirà fuori dalla guerra attuale in Siria e Iraq non è prevedibile. Ma quello che è sicuro è che sarà un mondo diverso. Se tutti mettessero un po’ di saggezza magari si potrebbe venirne fuori bene, ma tutti in realtà difendono potere (che hanno, o che vorrebbero). Ognuno gioca per conto suo e la logica delle grandi potenze oramai non conta più in questo frangente. Non ci sono più russi e americani a tenere sotto controllo gli esaltati locali, da qualsiasi parte si trovino. L’interesse curdo è ovvio, ma collide con l’interesse turco, nonché siriano e iracheno (per quello che contano in questo momento). Per l’Iran un kurdistan indipendente potrebbe essere sia una buona che una cattiva notizia. Buona per contenere i turchi, cattiva perché rischierebbero di non avere più accesso diretto al mare via gli amici attuali siriani e libanesi. Si perché se cade la Siria, come oramai sembra probabile, rischia di infiammarsi di nuovo il Libano. E chi dice Libano ovviamente pensa anche al confine sud, cioè Israele. Se i sunniti perdono la Siria, l’Arabia saudita diventerà matta per paura che l’Iran sciita prenda il potere.
Insomma, abbiamo davanti un futuro molto più complicato, e pericolo, dei due soggetti citati all’inizio.

2017 L33: Carlo Lucarelli - Carta Bianca



Einaudi 2014

Aprile 1945. Col finire della guerra il commissario De Luca vuol prendere le distanze dal proprio passato nella polizia politica e adesso indaga proprio su quei crimini comuni, che in tempi di dissoluzione di un regime passano senz'altro in secondo piano. Ma le cose non vanno come ci si aspetta. 

Primo libro di Lucarelli,si legge con piacere e invito i lettori a cui piace lo scrittore, di spendere due soldi anche per questo. Un pomeriggio estivo passa ancor più velocemente.

lunedì 14 agosto 2017

2017 L32: Bernard Mathieu - Carmelita

Gallimard, Folio, 2003

On a tué l'homme qu'elle aimait.
Ivre de chagrin, Carmelita quitte Brasilia et se jette dans la folie grouillante de Rio comme on se fiche à l'eau. Son fils aîné de seize ans l'accompagne. Lorsqu'ils descendent du bus, ils ont le sentiment de débarquer dans un ailleurs indéfinissable. La ville est immense, violente, imprévisible et dévore ses enfants. Logés dans le bidonville qui domine le vieux pénitencier où pourrissent des milliers de détenus dont on entend les voix comme autant d'âmes damnées, Carmelita et Emerson comprennent que pour survivre il leur faudra mettre les mains dans la boue noire du crime.
Carmelita est mêlée à un sequestro tandis qu'Emerson est enrôlé dans la guerre qui déchire les orgas criminelles des favelas... Une superbe tragédie carioca, un livre inoubliable.

Scoperto casualmente, la scrittura di BM è proprio di alta qualità. Terzo libro di una trilogia chiamata Il sangue del capricorno, appena torniamo devo comprare i primi due volumi, Zé e Otelo. Raccomandatissimo, nessun dubbio che sarà nella Top dell'anno.