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domenica 1 giugno 2014

La necessaria riorganizzazione sociale



Varie sono le correnti di lavoro attorno ai concetti di Stato e nazione. Alcuni per esempio propendono a ritenere che sia nato prima lo Stato e che la sua progressiva strutturazione, attraverso le istituzioni, abbia dato luogo alle nazioni. Questo sarebbe stato in particolare il caso delle grandi monarchie europee, Francia, Spagna ed Inghilterra, grandi spazi dell’ Antico Regime (pre-rivoluzione francese) che avrebbero così creato le condizioni preliminari di unificazione – giuridica, militare, linguistica, economica, amministrativa – da cui è derivato il senso dell’identità nazionale dei loro sudditi.

Altri invece hanno fatto riferimento a processi costitutivi diversi, soprattutto quando i gruppi sociali effettivamente partecipi di un sentire e una cultura comune fossero particolarmente esigui. Si è parlato quindi di “nazionalizzazione delle masse”, con la quale si è inteso definire il processo di integrazione nazionale, operata mediante un largo ricorso a elementi simbolici, da parte delle élitepolitiche nei riguardi dei ceti popolari.

A me sta più simpatica questa seconda concezione, dati gli spazi professionali nei quali mi muovo. La genesi della nazione moderna diventa quindi funzionale all’espansione di nuovi sistemi economici industriali (non a caso questa concezione nasce e si applica al periodo dalla seconda metà dell’ottocento in poi), i quali necessitano di spazi più omogenei di riferimento (i mercati nazionali). L’accento è messo quindi sulla rispondenza di una costruzione sociale, lo Stato-nazione, a un dominus che poco a poco prenderà in mano il divenire dell’uomo: il mercato e il sistema economico su di esso imperniato. La nazione quindi diventa un prodotto assai recente dell’incontro fra un messaggio ideologico e gli interessi di élite economico-sociali che in condizioni non nazionali avrebbero stentato a emergere. Il rischio che questo prodotto, la nazione, possa poi degenerare nel suo estremo, il nazionalismo, era un rischio implicito, che abbiamo già corso con le due guerre mondiali, a dimostrazione che non sempre i processi sociali si possono controllare del tutto.
Resta comunque, in questa concezione, lo Stato-nazione come elemento necessario, in certi momenti storici. 

Ma al giorno d’oggi quello che osserviamo, oramai da qualche decennio, è che il sistema economico ha oltrepassato i limiti dei mercati nazionali; la globalizzazione gioca oramai a livelli più alti, e per questo spinge alla creazione di spazi omogenei ad un piano superiore. Lo Stato-nazione non è più quindi funzionale, da cui la necessità progressiva di rimpiazzarlo con qualcosaltro: queste entità supranazionali, Unione Europea, o Patti tipo il Nafta o altri simili, si presentano nella storia come dei prodotti che soffrono di un sentire e una partecipazione comune, secondo l’espressione usata poc’anzi. Di più, la percezione che se ne hanno è proprio di essere quello che devono essere, cioè delle costruzione funzionali al dispiegarsi della globalizzazione, cioè della sottomissione dell’individuo e dei gruppi sociali, al potere del sistema economico dominante.

Questo stesso sistema economico ha già iniziato da tempo a rimpiazzare le elite nazionali con altri portatori di interessi che operano nella più totale a-nazionalità, non rispondono (o sempre meno) ad interessi specifici di un paese, un governo, ma sempre di più sono autoreferenziali. Parlo delle multi e transnazionali, dei Trust e altri Fondi di investimento. Si tratta di entità che prefigurano quale sarà il nostro futuro: la sottomissione aumenterà, dato che l’asimmetri di potere tenderà ad aumentare, dato che la progressiva marginalizzazione dello stato nazione ridurrà gli strumenti difensivi alla portata del cittadino comune. Quel poco che sappiamo del trattato che si sta negoziando tra la Commissione Europea e gli Stati Uniti, è sufficiente per allarmarsi: nemmeno più una parità fra Stati e Privati, ma oramai i Privati (e i loro interessi) prevarranno sugli Stati (che sono quelli che devono difendere i nostri piccoli interessi). Il Privato, la Company, potrà portare in giudizio uno Stato, nel caso in cui metta i bastoni tra le ruote all’espansione della Company. E’  già successo: La Philip Morris, multinazionale del tabacco, ha portato in giudizio l’Uruguay, reo di aver messo delle norme antifumo troppo stringenti. Eccolo lì ancora una volta il nostro futuro.

Nel Sud del mondo, dove lo Stato-nazione è ancora balbuziente, il dispiegarsi della globalizzazione sta avendo un altro effetto: aumenta la conflittualità. La chiamata a ridefinire i confini degli Stati si sta facendo ogni giorno più forte e la legittimità degli Stati attuali si fragilizza quando gli stessi paesi tutori del Nord cominciano a sentire sul collo il fiato dello stesso fenomeno disgregante: se al Nord abbiamo i catalani, i padani, i corsi etc. a voler ridisegnare l’Europa, al Sud invece abbiamo già avuto l’emergere di Stati nuovi: l’Eritrea, il Sudan del Sud e, sta bussando alla porta per esser riconosciuto come tale, il Somaliland. Non sono i soli, ma i primi ad avere osato mettere le carte sul tavolo. Quello che sta succedendo in Libia è lì a ricordarcelo a due passi da casa. La Tripolitania e la Cirenaica si stanno dicendo addio e dato che il divorzio non è consensuale, bene ecco che si gettano metaforicamente le pentole dalla finestra.

Nel bene e nel male, il dispiegarsi dello Stato nazione moderno, soprattutto dopo gli estremi del nazionalismo, infezione che comunque torna continuamente, aveva permesso a una serie di istituzioni democratiche di interpretare il senso comune e a portare avanti istanze in questo senso. Nulla di rivoluzionario, ma le attuali battaglie per l’acqua bene comune o simili, penso al movimento messo in moto da Rodotà, sia di fatto figlio di quei genitori. Cioè sia potuto nascere e andare avanti perché esisteva un quadro superiore di riferimento, lo Stato nazione con le sue regole e doveri, che lo hanno permesso.

Noi adesso dobbiamo invece coinvivere con qualcosa di molto peggio, dove il dominante economico sarà sempre meno intralciato dalle istituzioni nazionali e, da quanto sembra, anche supra-nazionali, proprio mentre il cittadino lambda comincia a risvegliarsi e a rendersi conto del bisogno di lottare per quel poco di comune che ancora ci resta. Forse non è troppo tardi, ma mi sembra che bisogna cominciare a darsi una mossa in termini di riflessione e di azione.

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