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giovedì 21 aprile 2022

2022 L23: Beppe Fenoglio - La paga del sabato

 


Einaudi, 2014

Scritto insieme ai Ventitre giorni della città di Alba, ma rimasto inedito fino al 1969, La paga del sabato rappresenta per certi versi il seguito delle vicende della guerra partigiana che Fenoglio aveva mirabilmente raccontato.

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Interessante, anche se si capisce bene che era un testo incompiuto e che aveva bisogno di parecchio lavoro ancora.

giovedì 14 aprile 2022

25 Aprile: uno zio partigiano


 


Si chiamava Bruno, nato nel 1925 ad Altavilla Vicentina, secondo di tre (la prima, Alfrida, era mia madre). Nella primavera del 44 si unì alla formazione partigiana Malpasso, costituitasi a Valmarana nell’aprile di quell’anno, su iniziativa del fratello di mio nonno, carabiniere, conosciuto più tardi come “il Maggiore” (probabilmente una promozione prima della pensione dato che all’epoca il suo grado era Tenente). 

 

La repubblichetta di Salò cercava di arruolare tutti i maschi in età da combattere, e in parecchi, renitenti alla chiamata di quella repubblica fascista, si trovarono a casa sua per manifestare da un lato la loro paura, il disorientamento e dall’altro la volontà di “fare qualcosa” contro i tedeschi e quelli che li aiutavano.

 

Il Maggiore trovò le parole giuste per motivarli, e da quella sera la formazione partigiana Malpasso iniziò ad agire. Erano giovani e meno giovani, mio zio non aveva compiuto vent’anni, senza legami partitici, uniti solo dalla volontà di costruire per sé stessi, le loro famiglie, i figli e i figli dei loro figli, un futuro di libertà e di dignità umana.

 

La zona di operazioni era quella di casa loro, il comune di Altavilla, dove potevano contare su un valido appoggio delle tante donne patriottiche, nonne, mamme, fidanzate che li aiutavano, li sfamavano e li nascondevano quando necessario. Più tardi sarebbero stati integrati nella brigata Argiuna, con la denominazione di XVI squadra guastatori.

 

Non so quasi nulla di mio zio, solo che era bello, studente e partigiano e che aveva un mitra “Sten”, l’arma per eccellenza della seconda guerra mondiale, citato anche nel libro “Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Forse aveva anche lui una ragazza che lo aspettava, chissà come si chiamava. I miei nonni non li ho mai sentiti parlare di lui, forse la ferita di perdere un figlio così giovane fu così grave che probabilmente non si rimarginò mai del tutto. Lo stesso penso per mia madre, che era più grande di 4 anni, per cui quando l’11 maggio morì (tornando a casa dopo la vittoria) accidentalmente a causa di una raffica che partì dal suo mitra, per lei deve essere stato un trauma ancora più grande. Valga il fatto che, quando due anni dopo nacque il primo figlio, mio fratello maggiore, che fra l’altro gli assomigliava molto nelle foto giovanili, gli misero lo stesso nome, Bruno.

 

A parte il Maggiore, che aveva fatto parte del corpo di spedizione in Montenegro e Bosnia, dopo il fronte greco-albanese, e quindi aveva conosciuto cos’era la guerriglia, i sabotaggi e le rappresaglie, gli altri non avevano esperienza militare: erano andati a fare i partigiani con le loro paure, le loro debolezze, e con i loro (e nostri) sogni.

 

Andarono a combattere, con le armi, perché contro l’invasore (e contro i fascisti) non c’era nessun’altra possibilità. Morto nel 1945, Bruno fece quello che andava fatto, senza se e senza ma. In questi giorni di guerra alle porte di casa nostra, con un invasore che usa metodi barbari, città rase al suolo, violenze e stupri su donne e bambini, che non rispetta la parola data e che solo ambisce ad evitare che il “virus” della democrazia attecchisca alle porte di casa sua, e con tanta gente che critica l’appoggio ovvio che dobbiamo dare all’Ucraina per difendersi, dato che sta difendendo anche i nostri valori, nati dalla Resistenza, mi vien da pensare a cosa direbbe mio zio, che ha dato la vita per questo.

 

 

 

lunedì 11 aprile 2022

2022 L22: Hans Tuzzi - Ma cos'è questo nulla? Le indagini di Norberto Melis


Bollati Boringhieri 2022

Autunno 1994: il governo presieduto da un industriale Cavaliere del Lavoro sta per cadere. Melis, disgustato da alcuni episodi che hanno segnato i vertici della Polizia, ha dato le dimissioni. Non può non stupirlo, perciò, la visita improvvisa e riservata di colui che fu il suo primo questore a Milano, e che da anni è un importante funzionario di Stato. Accetta così di occuparsi di un vecchio caso irrisolto che, proprio perché irrisolto, potrebbe gettare ombre sul candidato in pectore a un ruolo di ministro del probabile nuovo governo. Una vecchia, brutta storia: un'adolescente uccisa nell'appartamento dove svolgeva mansioni di baby-sitter. E intorno, una setta esoterica. Una cittadina di provincia, nel Nord Est, dove da alcuni anni miete successi un movimento politico separatista. Una storia, l'omicidio di quella povera ragazza, che nessuno, né coloro ai tempi coinvolti né le autorità locali, ha più voglia di rivangare. E Melis - in questa ultima indagine che chiude la serie - per la prima volta in vita sua si muove senza l'autorità di un ruolo ufficiale, conscio, al contrario, che in caso di necessità nessuno gli porterebbe aiuto. Invece di aiuto avrebbe proprio bisogno, poiché sono in tanti, senza volto e senza nome, a volere il suo fallimento. Sono in tanti a essere infastiditi, o peggio, allarmati dalla sua sorda tenacia. Perché, sì, lui non intende mollare la presa: al di là dei giochi politici quella povera morta chiede ancora giustizia.

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Contrariamente ai tanti giudizi positivi, per me questo libro è sembrato molto ma molto palloso. Direi che Tuzzi è "eccessivo", nell'uso degli aggettivi, nelle descrizioni inutilmente dettagliate e senza rapporto alcuno con la storia, insomma andare avanti ed arrivare alla fine è stata realmente un'impresa. Direi che mi fermo qui e non cercherò altri libri suoi. 

2022 L21: Edouard Bergeon - Cultivons nous: Bien manger avec les paysans d'aujourd'hui



Les Arènes, 2021

" Fils et petit-fils de paysan, j'ai grandi dans une ferme. Vivant entre ville et campagne aujourd'hui, je veux œuvrer à réconcilier les mondes agricole et urbain autour de cette terre qui m'a tant donné. "
Raconter la chaîne humaine qui relie la terre à notre assiette quotidienne.
Donner à rencontrer celles et ceux qui nous nourrissent.
En texte, en illustration, en photo, en BD.
Partie 1
ça se passe en France
Redécouvrir le monde paysan, comprendre ses vies, ses contraintes, les envies et les solutions.
Partie 2
De la Terre à l'assiette
Comprendre les circuits et les enjeux autour de l'alimentation, découvrir les initiatives et les visages qui les portent.
Partie 3
Cahier pratique : les quatre saisons, de l'assiette au champ
Onze recettes originales du chef britannique multi-tatoué et multi-primé Daniel Morgan,
accompagnées des anecdotes et conseils avisés de la pro des plantes Catherine Delvaux.

Un must! Per ricordare cos'è la vita di queste poche contadine e contadini che rimangono.

giovedì 7 aprile 2022

Dei delitti e delle penne (all’arrabbiata) – possibili effetti della guerra in Ucraina

 

Leggo sui giornali di questi giorni grida d’allarme che prefigurano un’Italia che a rischio di rimanere senza pane e senza pasta[1]; parlandone con amici vicini e lontani, l’eco di una possibile crisi alimentare ritorna spesso, per cui ho pensato di condividere qualche riflessione.

 

I trends in corso: da anni osserviamo che un sistema bimodale (con crescenti disuguaglianze) di grandi (e grandissime) aziende (agribusiness) da una parte e di piccole e piccolissime aziende dall’altra si sta imponendo a livello mondiale[2]. A questo si aggiunge il ruolo crescente della finanza nel mondo agrario che induce “processi decisionali esterni all'azienda e al settore agricolo, guidati principalmente dagli interessi degli azionisti”[3]. I risultati combinati di questi processi sono, da un lato, la progressiva trasformazione dei contadini in qualcosa di sempre più simile all’operaio di una volta[4] e dall’altro  lo sradicamento territoriale della produzione agricola, oramai dipendente “da processi e attori finanziari sparsi in tutto il mondo, compreso l'uso di valori derivati, staccati dalla loro base materiale, che porta maggiore instabilità ai mercati agricoli e pressioni speculative sui mercati reali e sui prezzi dei prodotti, con effetti sulla sicurezza alimentare”[5].

 

Malgrado ciò, resta il fatto che un contributo chiave alla produzione totale di generi alimentari viene dalle cosiddette agricolture a conduzione familiare, con l’80% del totale, coltivando il 70-80% dei suoli agricoli[6]. La guerra alle porte di casa nostra tende a farci dimenticare questa realtà: una produzione di base fatta da una miriade di contadini e contadine che sono i grandi dimenticati della Politica Agricola Comune[7] e il cui inserimento all’interno delle catene alimentari è fatto in condizioni di totale subordinazione al sistema dominato dalla Grande Distribuzione Organizzata, che decide cosa comprare, da chi, e soprattutto a prezzi tendenzialmente sempre più bassi ai produttori per lasciare un margine crescente agli azionisti (per 1 euro di spesa solo 15 centesimi agli agricoltori)[8]

 

La crisi attuale ha una componente speculativa già denunciata da Fabio Truzzi, presidente di Assoutenti[9], il quale chiarisce che il primo problema non è legato agli “approvvigionamenti” bensì all’aumento dei prezzi (tanto della materia prima come dei costi di produzione). Se è vero come è vero che l’Italia produce appena il 36% del grano che le serve[10], delle risposte sono possibili, sulla scorta di quanto il mondo contadino stesso sta proponendo: la prima riguarda l’aumento della produzione, dato che in Italia esistono 700 mila ettari di terre agricole (non utilizzate) di appartenenza del demanio o di enti pubblici che potrebbero essere affidate in comodato o in affitto, potendo fra l’altro favorire l’accesso alla terra da parte di giovani (ragazze e ragazzi) senza capitali.[11] Calcolando poi che Russia e Ucraina sono grandi esportatori di concimi, la crisi attuale potrebbe costituire un incentivo verso pratiche agroecologiche meno consumatrici di prodotti chimici e più sane per l’ambiente. Sulla stessa linea si potrebbe rafforzare il modello di governance territoriale dei biodistretti, all’interno del lavoro in corso sui contratti di filiera che saranno finanziati per 1,2 miliardi grazie al Pnrr. Una strada che sembra in procinto di essere percorsa è quella del contrastare le pratiche sleali storiche imposte dalla GDO, grazie a un’asimmetria di potere flagrante a favore del settore industriale; il DL 198 del mese di novembre scorso riprende, con due anni e mezzo di ritardo, la direttiva UE sullo stesso tema. Chiudiamo poi con le proposte del ministro dell’Agricoltura[12] sulla necessaria ristrutturazione e rinegoziazione del debito bancario delle imprese agricole; e sulle specifiche misure di sostegno alle filiere più esposte alla crisi. 

 

Insomma, almeno qui da noi, possiamo dire che, malgrado l’orizzonte oscuro che abbiamo davanti, non siamo “del gatto” come si dice dalle mie parti. Soluzioni ce ne sono, e alcune sono già in pista. Resta da vedere se si vorrà profittare di questo conflitto per trasformarlo in un’occasione per accelerare verso una svolta del modello agricolo, riequilibrando le dinamiche di potere verso il mondo contadino, creando lavoro per i giovani, e verso pratiche produttive necessarie tanto per la nostra salute come per il mantenimento della biodiversità e di una migliore gestione territoriale.

 

Qui ci giochiamo un’opzione per il futuro: diventare un esempio di riequilibrio democratico nel mondo agrario, che possa servire di stimolo non solo a livello europeo, oppure restare schiacciati su un modello di sistema alimentare controllato sempre di più dal mondo industriale e finanziario, attento alle logiche speculative di breve termine invece che a quel nuovo equilibrio di lungo termine tra madre terra e la natura come indicato dall’Enciclica papale “Laudato Sì”.  

 

 



[1] Lombardi, F. 2022. La guerra del grano: l'Italia rischia di rimanere senza pane e pasta? Quotidiano Nazionale, 9 marzo

[2] Lowder, S.K., Sánchez, M.V. & Bertini, R. 2019. Farms, family farms, farmland distribution and farm labour: What do we know today? FAO Agricultural Development Economics Working Paper 19-08. Rome, FAO. 

[3] Wegerif, M. & Anseuuw, W. 2020. Unearthing less visible trends in land inequality. International Land Coalition, Roma 

[4] Groppo, P. 2020. La crisi agraria ed eco-genetica spiegata ai non specialisti. Meltemi Ed. Milano

[5] Wegerif, F. op. cit.

[6] FAO. 2019. Introducing the UN decade of Family Farming, Rome.

[7] Daif, Anas. 2021. Europe: les petits agriculteurs, grands oubliés de la politique Agricole commune, France 3 Régions Hauts-de-France

[8] https://www.coldiretti.it/economia/stop-pratiche-sleali-per-1-euro-spesa-solo-15-cent-agli-agricoltori

[9] Lombardi, F. op.cit.

[10] Carli, A. 2022. Crisi Ucraina, dai contratti di filiera all’accumulo di acqua piovana, le 5 mosse dell’Italia per un’autonomia alimentare, Il Sole 24Ore

[11] Boselli, Mariapaola. 2019. Prezzi al consumo: chi ci guadagna nella catena del valore dei prodotti agricoli? Centro Internazionale Crocevia

[12] Marzialetti, S. 2022, Patuanelli: Così la guerra pesa sull’agroalimentare, ristrutturare il debito delle imprese agricole, Il Sole 24Ore, 10 marzo

mercoledì 6 aprile 2022

2022 L20: Monica Galfré - Il figlio terrorista



Einaudi, 2022

Carlo Donat-Cattin è vicesegretario della Democrazia cristiana quando, nella primavera del 1980, si scopre che suo figlio Marco milita ai vertici di Prima linea, una delle principali organizzazioni terroristiche di sinistra attive negli anni di piombo. La notizia fa da detonatore a uno dei piú gravi scandali della storia repubblicana, che coinvolge il presidente del Consiglio Francesco Cossiga e si combina a circostanze inquietanti degne di una spy story. Al contempo il dolore privato della famiglia Donat-Cattin e il percorso di Marco, comune a molti altri giovani, mettono sotto gli occhi di tutti lo strappo senza rimedio che si è consumato nel corso degli anni Settanta. Attraverso questa storia, che è di padri e di figli, il terrorismo appare come una delle forme che assume il conflitto generazionale, una sorta di resa dei conti che ha le sue radici nelle caratteristiche e nei limiti della modernizzazione italiana. Di parricidio si parla già per il caso Moro, quando lo Stato rifiuta qualsiasi trattativa con le Br. Ma lo scandalo Donat-Cattin sembra annullare la distanza tra terrorismo e Stato, e suona come una chiamata di correo, oltre che per la classe politica, per l’istituto della famiglia, cuore del Paese. A distanza di quarant’anni, spenti da tempo i clamori, il caso Donat-Cattin ci appare una storia in grado di fotografare, in una unica istantanea, il dramma del terrorismo e l’Italia nel dramma del terrorismo.

Usando un epiteto caro a Paolo Villaggio, mi vien da dire che questo libro, su Marco Donat-Cattin, spiega bene come fondamentalmente lui sia stato una "merdaccia", alla pari dei tanti altri terroristi maschilisti che hanno dato vita a un gioco più grande di loro, ammazzando tanta gente innocente e creando lutti e dolore per l'eternità. Sembra il presule del terrorismo islamista, che anche lui pretende di cambiare la società, partendo dalla inquestionabile superiorità maschile. Un peccato che nel raccontare la storia di Marco DC, nel personale e nel politico, ci sia così poco spazio, quasi nulla, per chi di quel dolore è diventato vittima senza colpa alcuna.  La pretesa di rappresentare una generazione che si ribellava, solo dimostra la bolla nella quale vivevano queste merdacce, senza uno straccio di idea sul futuro che volevano creare, sempre pronti a sfruttare le loro compagne per i loro bisogni personali e basta. 

Restano solo le sofferenze create e nessun ripensamento serio ai loro deficit culturali strutturali. In questo senso ha ragione l'autrice nel terminare il libro dicendo che si tratta di "Una storia italiana".  


venerdì 1 aprile 2022

Ha ragione Eliane Viennot


In questi giorni sto guardando la serie L’Opéra. Ben fatta, non ci sono dubbi. Il problema è la scritta che appare all’inizio di ogni puntata e che riporto qui sotto.

 

“Questa serie è un’opera di finzione, i personaggi e le situazioni narrati sono immaginari e non intendono riflettere la realtà dell’Opéra National de Paris”

 

Se non avessi appena letto il libro di Eliane Viennot, “non, le masculin ne l’emporte pas sur le féminin !”, probabilmente non ci avrei fatto caso. Ma siccome l’ho letto, mi è balzata agli occhi questa dominazione maschile che passa anche attraverso la nostra lingua italiana. Già una volta mi era capitato di andare a controllare sulla Treccani la definizione di cavalla, e trovarci: “la femmina del cavallo”, così che fosse chiaro chi fosse il dominante e chi la dominata. 

 

La frase sopra, secondo me, dovrebbe essere corretta in questo modo:


“Questa serie è un’opera di finzione, i personaggi e le situazioni narrate sono immaginarie e non intendono riflettere la realtà dell’Opéra National de Paris”


Così seguendo la regola dell’accordo di prossimità (situazione è femminile, per cui narrati e immaginari vanno accordati al femminile, o mi sbaglio?

 

Non sono un esperto, per cui chiedo conferme a chi leggerà questo Post.