martedì 9 maggio 2017
2017 L19: Franck Bouysse - Vagabond
La Manufacture de livres 2016
L'homme est traqué.
L'homme joue du blues chaque soir dans un obscur bar de la rue des Martyrs à Limoges....
Mais l'homme est traqué.
Pas par un tueur.
Ni par un flic.
Quelque chose comme des ombres.
Lascia perplessi questo libro. Giri di parole, associazioni difficili da immaginare come siano uscite dalla mente dello scrittore. Direi senza voto. Ripassi a settembre.
lunedì 8 maggio 2017
Francia Elezioni: E adesso organizziamo l’opposizione unita della sinistra
La triade ha vinto: Draghi – Merkel e Macron assicurano un futuro tranquillo alle direttive della finanza internazionale. Battuta MLP, non ci sono più scuse per non impegnarsi sul serio a sinistra. Lo so che una parte dei socialisti, quelli attaccati alle cadreghe come dicono a Milano, si sono già venduti l’anima per mostrarsi amici di Macron. Non stupisce, d’altronde il PS da anni ha dimenticato dove stiano le classi lavoratrici e dove sia l’emarginazione sociale. Non ha dimenticato di abbassare i pantaloni di fronte alla Merkel, non ha dimenticato di ridurre i diritti dei lavoratori e soprattutto non ha dimenticato di regalare una valanga di soldi al MEDEF, la Confindustria francese, il cui costo stimato è di “40 milliards d'euros annuels” (https://www.marianne.net/politique/pacte-de-responsabilite-sans-les-emplois-faut-il-verser-les-7-derniers-milliards-aux).
Come anticipavo ieri, la vittoria di Macron è stata buona ma non travolgente. 25% di astensioni e 12% di voti bianchi o nulli più un 35% per MLP. Insomma, hanno poco da celebrare visto che i giochi duri iniziano adesso. Credo anch’io, come JLM, che un fronte progressista unito possa diventare una opposizione seria e articolata, ma soprattutto un movimento che riparte alla ricerca delle radici popolari perse per strada dai vari PS e PC. Sara una lotta lunga perché quel terreno è occupato da MLP da anni oramai, ma la speranza esiste proprio perché MLP porta con se un senso di paura e non di speranza come ha dimostrato JLM.
La legge elettorale francese può riservare molte sorprese, e ovviamente moltissimo dipenderà dalla qualità delle liste presentate – e dalla speranza che gli ultimi veri socialisti rimasti nel partito capiscano che oramai la sola salvezza sta nel raggiungere JLM e non nel farsi male come hanno fatto al primo turno. E’ probabile che gli elefanti PS che se ne vanno da Macron si portino dietro le loro clientele e tutti i loro contatti locali, ma non è affatto detto che questo si traduca in voti veri per Macron il quale avrebbe tutto interesse a buttarli fuori dalla barca.
Possiamo farcela ad avere una massa di parlamentari progressisti e popolari che metta fuori gioco Macron costringendolo a svelare la sua vera faccia di protettore della finanza e delle lobby agro-industriali. In questo nuovo governo, se mai nascerà, l’ecologia non entrerà nemmeno per sbaglio, basta leggere le dichiarazioni del candidato su questo tema. Si continuerà, accelerando, la distruzione dei diritti sindacali, per cui mi vien da pensare che l’autunno 2017 potrebbe essere caldo assai.
Invito quindi gli aventi diritto di voto e amici o parenti miei su FB, di scrollarsi di dosso l’apatia, tirare una linea definitiva su quel Macron che hanno votato per salvare la Repubblica, e comincino a darsi da fare per JLM, l’ultima speranza rimasta.
sabato 6 maggio 2017
Francia Elezioni: fine del secondo tempo - anticipiamo i risultati
I francesi d’oltremare hanno già cominciato a votare. Continuiamo a dare i numeri e a ragionare un po’ sui possibili esiti futuri.
Ci siamo americanizzati sempre di più e i francesi, più bravi di noi, lo fanno anche alle elezioni. Oramai giocano su 4 tempi, come nel basket. Domani finisce il secondo tempo, ma i conti veri si faranno alla fine del quarto (elezioni legislative, equivalenti alle politiche nostre).
Vince Macron, col 61,8% dei voti battendo MLP che arriva comunque a 38,2. Tutti contenti, sia in casa Macron che da Marine. Ancora più contento è François Baroin, nuova stella della destra repubblicana che guiderà la campagna elettorale per loro. Contento anche Melenchon a sinistra e insomma, a parte i socialisti (se ancora esistono) per il resto, a casa loro, tutti stappano champagne.
Macron vince ma non convince. Vince per l’inerzia delle cose, perché avere contro il Fronte Nazionale fa ancora un certo effetto, sempre meno però e su questo si centra l’analisi della sua fragilità. Non ha fatto cappotto, cioè non ha attirato molta gente al di là di quelli andati a votare per lui per fare sbarramento contro MLP. I suoi problemi, come lui ben sa, iniziano lunedì mattina. Deve nominare un primo ministro e molto probabilmente lo sceglierà fuori dal serraglio parlamentare attuale. Un nome nuovo, magari donna (anche se ci credo pochissimo) che possa rafforzare l’immagine della novità. Così facendo però non avrà qualcuno di fiducia che conosca i giochi parlamentari, i trucchetti, le scorribande, quando farle e con chi farle. Insomma, nella realtà si metterà ancor di più nelle mani delle vecchie volpi, tipo il socialista Collomb, che lo hanno appoggiato. Indicherà magari Bayrou per un ministero, non di primissimo piano, sempre per tenersi qualcuno che lo aiuti nella partita che si apre lunedì: preparare le liste per il terzo turno e cercare di farsi un partito suo alle successive elezioni. Cosa non facile, proprio perché la dinamica dell’elezione presidenziale sparirà rapidamente e ognuno tornerà a remare per conto suo.
I primi a ricordarglielo saranno quelli della destra gollista. Fatto fuori Sarkozy, Juppè e Fillon, Baroin diventa l’angelo salvatore, il mazziere che, se gioca bene, sarà il candidato naturale al prossimo giro. Baroin malgrado la faccia da eterno giovane, è un vecchio arnese della politica. Me lo ricordo quando era giovane sul serio, nel 1985, assieme a Chirac e il loro slogan “Vivement demani aver le RPR”. Conosce la politica e il suo partito a menadito e non sembra avere scheletri nell’armadio. Compito suo è di uccidere subito il progetto di Macron: far vincere i candidati gollisti e impedire che quelli di Macron siano eletti. Sembra la stessa cosa ma non lo è. In Francia si gioca anche lì sui due turni: nel primo si vota chi si vuole e poi, alla conta finale, si va al ballottaggio fra i primi due candidati, raramente, ma succede, i primi tre (bisogna aver fatto un minimo di voti per andare al ballottaggio). Nel passato funzionava il sistema del blocco repubblicano per cui se al ballottaggio arrivava un/a candidato/a del FN, gli altri votavano tutti contro. Ecco perché MLP non ha praticamente nessun parlamentare. Sarà diverso stavolta, e Macron difficilmente potrà contare sul rapporto dei voti gollisti in caso di necessità. Macron dovrà sudarseli tutti, perché, posso immaginare, nella logica gollista questa volta sarà meglio far eleggere un/a socialista piuttosto che un Macron. Baroin deve stare attento anche alla sua destra, quella parte del suo partito che sta andandosene verso MLP. Anche qui la stessa storia. Faranno sbarramento a MLP localmente se questo non favorisce Macron, altrimenti, ognuno per sé e Dio per tutti.
Prevedo che Baroin riuscirà salvare i cocci gollisti perché, differenza di Macron, non ha flirtato con i socialisti e non è spinto dalla finanza internazionale. Quindi se fa bene le liste, i gollisti torneranno in forma sulla scena; magari un po’ dimagriti, ma pronti alla bagarre. Ed è evidente che Baroin ha tutto l’interesse, dopo le elezioni, a lasciar cuocere Macron a fuoco lento, per arrivare con calma al 2022 e prendere lui il potere assieme al suo partito.
In casa MLP si festeggia, e parecchio. La strategia della de-diabolizzazione, o normalizzazione che dir si voglia, ha pagato. Il suo Fronte adesso diventa un partito come gli altri al parlamento. Nelle legislative, sempre per i vecchi riflessi, non farà scintille, ma avrà un gruppo parlamentare (di deputati) e pian Iano arriveranno anche i senatori (che in Francia non si votano dal popolo).
In casa Le Pen qualcuno avrà sognato anche percentuali più alte, ma va ricordato che MLP raddoppia le percentuali del padre, che si era fermato al 20% nel 2002. I suoi candidati per le legislative lì ha già, anche se una parte se ne va dopo aver capito la natura fascista e razzista del movimento, resta il fatto che quelli che presenterà rischiano di essere una sorpresa per molti. Così, per il sano principio del “qui lo dico e qui lo nego”, MLP potrebbe essere la sorpresa delle legislative.
Allora, se Macron non farà il botto, come penso, Baroin porterà a casa un risultato migliore di quanto lasciasse sperare lo stato del partito gollista attuale, quelli che rischiano di sparire sono i socialisti. Gli elefanti hanno cominciato da tempo ad andarsene, via dalla vita politica come Segolene Royale, oppure in transito da Macron, portandogli in dote le loro reti di voti locali. Il problema di Macron è che se li accetta può far cassa, rischiando però che il rigetto sia più forte della somma eventuale. Dilemma non facile per Macron (che fare con questi ras locali socialisti) ma ancor più per i socialisti: senza questi ras, senza appena con i giovani, senza una segretaria nazionale con le idee chiare ed avendo abbandonato da tempo le classi più povere, potrebbe uscire dalle elezioni realmente con le ossa rotte, cioè con meno deputati di MLP.
Per ultimo teniamo Melenchon: anche lui non ha un partito, simmetricamente a Macron ha attirato tanta gente nuova, facendo dei dispiaceri a tanti BoBo parisiens che non gli perdonano di non aver dato chiare indicazioni a favore della patria e di Macron per il secondo turno. Il segretario del minuscolo partito comunista, che ha sostenuto Macron, cercherà di far valere i valori e i candidati del PC, ma stavolta molto probabile che Melenchon vada con una lista sua. Ha detto che sarà l’ultimo giro di giostra per lui e che alla prossima andrà in pensione. Per cui avanti, anche se non credo arriverà a presentarne in tutti i collegi. Farà il pieno a sinistra, ponendosi di fatto come l’unico argine democratico alla deriva di un sistema che darà, nei fatti, imperniato sulle banche e la finanza via Macron, sostenuto criticamente, ma pronto ad ammazzarlo da parte dei gollisti e con una destra Lepenista scatenata dentro e fuori il parlamento. Insomma si preparano tempi molto incerti.
Sarò ovviamente curioso di capire cosa voteranno tutti quelli/e di “sinistra” che sono andati a dare il loro voto a Macron, alle legislative. Fossero un minimo razionali, tolta di mezzo Marine, dovrebbero tornare alla sola forza democratica di sinistra,Melenchon, ma io credo che qualche novità ci attende anche da quella parte.
Voilà, io le mie previsioni le ho fatte, anche senza la famosa palla di lardo usata dal giornalista Gianni Mura. Buona domenica e, soprattutto, buon futuro.
2017 L18: Gianrico Carofiglio - La regola dell'equilibrio
Einaudi 2014
È una primavera strana, indecisa, come l'umore di Guido Guerrieri. Messo all'angolo da una vicenda personale che lo spinge a riflettere sulla propria esistenza, Guido pare chiudersi in se stesso. Come interlocutore preferito ha il sacco da boxe che pende dal soffitto del suo soggiorno. A smuovere la situazione arriva un cliente fuori del comune: un giudice nel pieno di una folgorante carriera, suo ex compagno di università, sempre primo negli studi e nei concorsi. Si rivolge a lui perché lo difenda dall'accusa di corruzione, la peggiore che possa ricadere su un magistrato. Quasi suo malgrado, Guerrieri si lascia coinvolgere dal caso e a poco a poco perde lucidità, lacerato dalla tensione fra regole formali e coscienza individuale. In un susseguirsi di accadimenti drammatici e squarci comici, ad aiutarlo saranno l'amico poliziotto, Carmelo Tancredi, e un investigatore privato, un personaggio difficile da decifrare: se non altro perché è donna, è bella, è ambigua, e gira con una mazza da baseball.
Carofiglio di solito mi piace, tanto che lo compro a occhi chiusi. Ma stavolta aveva la luna storta quando l'ha scritto. Inutilmente verboso a volte, scritto per soli avvocati che possono capire le micro-differenze fra un articolo e l'altro... solo alla fine prende un po' il volo, ma troppo tardi. Speriamo meglio la prossima volta.
È una primavera strana, indecisa, come l'umore di Guido Guerrieri. Messo all'angolo da una vicenda personale che lo spinge a riflettere sulla propria esistenza, Guido pare chiudersi in se stesso. Come interlocutore preferito ha il sacco da boxe che pende dal soffitto del suo soggiorno. A smuovere la situazione arriva un cliente fuori del comune: un giudice nel pieno di una folgorante carriera, suo ex compagno di università, sempre primo negli studi e nei concorsi. Si rivolge a lui perché lo difenda dall'accusa di corruzione, la peggiore che possa ricadere su un magistrato. Quasi suo malgrado, Guerrieri si lascia coinvolgere dal caso e a poco a poco perde lucidità, lacerato dalla tensione fra regole formali e coscienza individuale. In un susseguirsi di accadimenti drammatici e squarci comici, ad aiutarlo saranno l'amico poliziotto, Carmelo Tancredi, e un investigatore privato, un personaggio difficile da decifrare: se non altro perché è donna, è bella, è ambigua, e gira con una mazza da baseball.
Carofiglio di solito mi piace, tanto che lo compro a occhi chiusi. Ma stavolta aveva la luna storta quando l'ha scritto. Inutilmente verboso a volte, scritto per soli avvocati che possono capire le micro-differenze fra un articolo e l'altro... solo alla fine prende un po' il volo, ma troppo tardi. Speriamo meglio la prossima volta.
martedì 2 maggio 2017
L’Italia in libertà vigilata: qualche elemento per ricordarlo
Ieri sera abbiamo rivisto il bel film di M.T. Giordana Romanzo di una strage, riferito alla strage di Piazza Fontana nel lontano 1969. Per la generazione dei fratelli più vecchi e in parte anche per me, quello è stato l'inizio dell'avvicinamento alla politica. Cose di cui all'epoca eravamo dottissimi, e discutevamo assai nelle riunioni fra amici e anche in classe -ricordo ancora quando il 9 marzo 1978 fui convocato - io, rappresentante di Istituto - urgentemente dal Preside per informare me e gli altri rappresentanti dell'incredibile rapimento di Aldo Moro.
Mi rendo conto che gli anni sono passati, e che la memoria storica tende a rilassarsi. Essendo stati anni molto complicati, dai quali non sappiamo nemmeno se ne siamo veramente venuti fuori, ho deciso di buttar giù questo post, così, per rinfrescare le idee.
Che l’Italia uscita dalla seconda guerra fosse come un detenuto in libertà condizionale, era chiaro a tutti quelli della generazione dei nostri genitori e nonni. Il fatto che un forte Partito Comunista avesse, nei fatti, capeggiato la lotta partigiana, e che questo stesso partito fosse popolare tra tutte le classi proletarie dell’epoca, nonché infeudato alla casa madre russa, preoccupava assai i nostri grandi fratelli dell’ovest, a partire, ovviamente, dall’ America.
Fu pero necessario che tutto questo venisse ricordato al nostro primo ministro De Gasperi, e per questo fu convocato per il suo primo viaggio alla Casa Bianca, il 3 gennaio 1947. Il problema, secondo gli americani, era che il suo governo aveva imbarcato anche i comunisti, in particolare il suo capo riconosciuto a Roma (e a Mosca), Palmiro Togliatti, affidandogli l’incarico di Ministro della Giustizia. Il fatto che Togliatti fosse stato l’artefice della proposta di amnistia con la quale si volevano evitare ulteriori bagni di sangue e vendette postume, promuovendo quindi uno spirito di collaborazione e fedeltà ai principi repubblicani per cui si erano battuti, non era soddisfacente per gli americani.
Tornato in Italia, De Gasperi estromise i rossi dal governo (primavera del 47, in tandem con il governo francese che fece lo stesso praticamente negli stessi giorni). Il primo maggio, a Portella della Ginestra, viene ricordato a tutti, ma soprattutto alle sinistre, che non si scherza col potere terriero siculo, una delle basi solide del nascente potere democristiano. La mattanza del bandito Giuliano lascia intuire che i rapporti fra il banditismo e settori dello Stato non fossero poi cosi chiari. Da lì in poi l’area grigia tra servizi deviati, alcuni membri delle alte sfere militari, movimenti politici fascisti o neo-fascisti, il tutto con appoggi ben dentro la democrazia cristiana, avrebbe cominciato a far ballare la fragile democrazia italiana.
L’anno seguente si rischio l’insurrezione quando a metà luglio spararono a Togliatti. Il clima era propizio a qualsiasi svolta ma, grazie alla forza della comunicazione-propaganda, fu possibile controllarne gli effetti potenzialmente devastanti sul quadro politico. Gino Bartali vinse proprio quel giorno una memorabile tappa del Tour distruggendo le speranze francesi dell’epoca. Ancora una volta, il “circense” permise di ridurre la pressione politica montante.
L’idea di governo che gli americani avevano dell’Italia era una in linea con quella dei settori più conservatori della DC, e cioè non solo mantenere gran parte dei funzionari del vecchio regime fascista, ma anche dare un chiaro orientamento conservatore alle politiche governative. Ci provarono col governo Tambroni, il primo governo della repubblica approvato con i voti determinanti dei fascisti riuniti sotto la bandiera del Movimento Sociale Italiano.
Le violenze contro i partiti di sinistra e i movimenti operai accelerarono, cosi come la reistenza popolare a quel governo considerato “fascista”. La mattanza di Reggio Emilia (ascoltate la canzone di Fausto Amodei su quei fatti: https://www.youtube.com/watch?v=WmFYVEiXGyA) fu la spinta decisiva che fece dimettere il governo.
Passarono pochissimi anni e nel 1964 si arrivò al primo tentativo di “colpo di Stato”, guidato dal generale dei carabinieri De Lorenzo. Il piano a cui questo “golpe” faceva riferimento, era stato formulato nel 1961 in seguito alla crisi di Berlino (la decisione sovietica di chiudere la parte orientale della città dietro un muro) ed era molto dettagliato: internamento di 731 persone tra cui molti dirigenti del Pci e della Cgil, intellettuali di sinistra e qualche socialista (http://www.ilmanifestobologna.it/wp/2012/10/il-golpe-del-1964-il-memoriale-moro-e-la-seconda-repubblica-cosa-non-si-e-capito-e-non-si-e-fatto/).
Il “rumore di sciabole” favori, nei fatti, una svolta conservatrice che si materializzo con l’accantonamento di tutte le proposte riformiste che il Partito Socialista di Nenni voleva portare avanti come socio del governo democristiano.
Arrivo poi il 1968, con un certo ritardo in Italia, dato che di fatto tutti ci ricordiamo del famoso “autunno caldo” per gli scioperi e le lotte operaie, che avvenne però nel 1969. Sarà stato il sentore di queste forze rivoluzionarie e giovanili che in altri paesi scombussolavano un modo di fare e di essere oramai non più rispondente alle dinamiche sociali del tempo, sta di fatto che gruppi fascisti iniziarono a mettere bombe un po’ dappertutto. La prima fu alla Fiera Campionaria di Milano, il 25 aprile del 1969, seguite da quelle del 8 e 9 agosto su diversi treni. L’operazione era stata ben montata con l’appoggio di servizi segreti deviati, settori di destra delle forze pubbliche e gruppetti fascisti vari. Lo scopo era quello di montare una campagna contro i rossi, ma a farne le spese furono i movimenti anarchici verso i quali furono indirizzate le indagini.
Il 12 dicembre 1969 l’Italia entra ufficialmente nell’era del terrorismo moderno, con la bomba alla Banca nazionale dell’Agricoltura a Piazza Fontana, Milano. Svariati tentativi di indirizzarne le colpe verso gli anarchici, “suicidi” mai chiariti e fortissime pressioni governative, il tutto per nascondere le evidenze sempre più forti che dietro tutto questo c’erano forze di destra non solo fascista ma anche con forti diramazioni all’interno delle istituzioni.
Le capacita di insabbiamento di tutte le inchieste e processi contro gli esponenti della destra hanno fatto sì che oggi, a 48 anni da quei fatti, colpevoli non ne esistano.
Le forze di matrice popolare e operaia scaldavano i muscoli e battevano le piazze, per cui la reazione conservatrice e fascista non fece altor che innalzare il tono della risposta.
La strage di Piazza Fontana non fu sufficiente per dichiarare lo stato d’emergenza e sospendere le libertà democratiche, malgrado settori del governo (e si dice lo stesso Presidente della Repubblica, Saragat, detto “rosso antico” per la sua passione alcolica) sostenessero questa tesi. E allora l’anno successivo il Principe nero Junio Valerio Borghese mise in scena un altro tentativo di colpo di Stato. Anche su questo non si è mai arrivati a nessun chiarimento in tribunale. Il ruolo degli americani è stato spesso accennato ma non si è mai riusciti ad andare fino in fondo.
Di fronte a questo inasprirsi della lotta politica, settori della sinistra extra parlamentare iniziarono a organizzare la risposta. La battaglia di Roma, all’ateneo di Valle Giulia, marzo del 1968 ‘e considerata come la data fondante di quelli che sarebbero diventati i famosi “anni di piombo”.
Il contributo fascista (e l’appoggio politico di settori di destra della DC) a quelle tragedie fu immenso. Nel 1970 la Strage di Gioia Tauro (attribuita ai fascisti del MSI), quella di Peteano del 1972 (una delle poche con responsabili chiari e condannati), servirono politicamente per indirizzare la strada da seguire dai governi democristiani dell’epoca. Nel 1973 i servizi provarono a rieditare lo schema di Piazza Fontana, con una bomba alla Questura di Milano che sarebbe stata messa da un anarchico (rivelatosi poi essere un informatore dei servizi segreti italiani). Anche se indagini successive permisero di identificare i veri esecutori, ancora una volta i fascisti di Ordine Nuovo, resta il fatto che il messaggio politico venne recepito subito. La bomba era destinata al ministro Mariano Rumor, che doveva trovarsi in Questura in quei momenti, colpevole di non aver voluto proclamare lo stato d’assedio dopo la strage di Piazza Fontana (quando era Primo Ministro).
Non contenti, la coalizione movimenti fascisti e servizi segreti deviati si rimise al lavoro e un anno dopo, maggio del 1974, realizzarono la strage di Piazza della Loggia (ascoltate la canzone di Claudio Lolli:https://www.youtube.com/watch?v=5rIi5Irdo74).
Il mese dopo, giugno 1974, arrivarono sulla scena anche le Brigate Rosse, con l’omicidio di due militanti in una sede del MSI a Padova.
Passarono pochi mesi e nell’agosto dello stesso anno il duo fascisti-servizi mise un’altra bomba sul treno Italicus fece oltre 12 morti. Indagini svolte successivamente permisero di appurare che per un disguido (un ritardo del treno) la bomba scoppiò prima dell’arrivo del treno in stazione a Bologna, dove era previsto il botto.
Le BR decisero allora di passare alla fase dura, cioè di attaccare lo Stato colpendone i suoi rappresentanti, definiti “servi dello Stato”. Cominciarono allora una lunga serie di gambizzazioni e omicidi con lo scopo di portare “l’attacco al cuore dello Stato”.
Altri movimenti sorsero in quegli anni, spesso in concorrenza con le BR, come fu il caso di Prima Linea.
Il 1978 resterà per tutti l’anno del rapimento del Presidente del Consiglio Moro, l’uccisione della sua scorta, le lunghe trattative, l’intervento del Papa e la scoperta del cadavere in via Fani a bordo della R4 rossa. Per molti quello fu l’apogeo delle BR ed anche l’inizio della loro sconfitta.
Quel che è sicuro è che la vita politica di quegli anni non si faceva più in Parlamento, ma attraverso la forza, a volte manipolata, di movimenti e gruppuscoli vari. Per rendere ancor più torbide le acque ci si mise anche un giudice di Padova, Guido Calogero, e il teorema che imbasti secondo cui i grandi vecchi delle BR erano i professori e assistenti della Facoltà di Scienze Politiche di Padova, facenti riferimento a Toni Negri.
Mentre l’Italia discuteva se finalmente il terrorismo era finito grazie all’arresto di gran parte degli intellettuali che lo ispiravano (la retata fu fatta il 7 Aprile del 1979), i fascisti e i servizi segreti corressero l’errore di mira della bomba dell’Italicus e questa volta la misero direttamente in stazione a Bologna, provocando la strage più grande della nostra storia repubblicana con 85 morti (2 agosto 1980).
Una parte dell’’Italia aveva provato a liberarsi dei gioghi culturali del passato: il 1974 il referendum sul divorzio mostro che esistevano dinamiche sociali che sfuggivano oramai alla Chiesa e alla DC; il tutto si confermo, anche se con maggiori difficolta, nella successiva lotta per l’aborto. Pian piano anche l’Italia iniziava a raggiungere standard comunissimi nelle democrazie occidentali transalpine, ma questo ovviamente collideva con le visioni politico-societali delle forze conservatrici.
La strage di Bologna da un certo punto di vista chiuse un periodo storico. Il terrorismo di sinistra pian piano spari, malgrado colpi di coda ancora micidiali, ma la lotta per il controllo del potere cambiò forma.
Oramai i neo-liberali erano arrivati al potere formale negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, e le loro tesi economiche erano già state sperimentate nei paesi del sudamerica che, grazie a ben guidati colpi di Stato, erano stati rimessi sotto il controllo dello Zio Sam. Dal 1980 in poi il controllo teleguidato delle politiche non aveva più bisogno di mostrare i muscoli direttamente, bastava agire sull’economia. Cosa che fecero molto bene, ma questa storia la conoscete già perché ci siete tutti dentro.
lunedì 1 maggio 2017
2017 L17: Maurizio de Giovanni - Pane
Einaudi, 2016
Quanta vita, quante vite. E quanto buon odore di pane, in città. Se non ci fosse anche il delitto. Quando un omicidio divide in due le forze di polizia, il gioco si fa davvero duro per i Bastardi, che per molti devono ancora dimostrare di esserlo davvero, dei bravi poliziotti. Da un lato ci sono loro, che seguono l’odore del pane. E del delitto. Ma dall’altra ci sono i tosti superdetective della Dda, che sentono odore di crimine organizzato. Mentre i sentimenti e le passioni di ogni personaggio si intrecciano con l’azione e determinano svolte sorprendenti, la città intera sembra trattenere il fiato. Per poi prendere voce.
Bello, semplice e lineare. Come tutti i thriller italiani il problema è che si sa che finiscono bene. Di Giovanni cerca di limitare i danni, ma resta comunque una certa ripetitività...
Piccolo dettaglio: la storia della modella sembra un po' troppo campata per aria, cosa per cui non sarà nella Top
domenica 30 aprile 2017
2017 L16: Jean Luc Mélenchon - De la Vertu
L'Observatoire, 2017
Liberté
Il existe une liberté qui, elle, ne peut ni ne doit subir aucun encadrement, aucune limite, c'est la liberté de conscience. C'est à partir de la liberté de conscience que le reste de la personne va se former.
Egalité
Nous sommes égaux parce que nous sommes semblables. Le sentiment de l'égalité est le résultat de notre similitude.
[...] Le rapport à l'autre n'est plus de l'ordre de la compassion, ni meme de la charité. Il se présente comme un droit politique.
Fraternité
La fraternité est un liant social. Il nous apprend la valeur de l'empathie dans le fonctionnement de la société.
« la vertu est une ardente obligation dans l’espace public. Au moment où nos sociétés se remplissent de haine, la vertu est le liant qui nous maintiendra debout et ensemble ».
Libro dell'anno 2017!
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