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lunedì 20 giugno 2016

Buttato fuori

Eccoci arrivati quindi alla fine della storia. Entro fine anno dovremo andarcene da Roma, ragione per cui, per non piegare la testa, non mi resta che anticipare la pensione.
Non sono riusciti a trovare una sola ragione professionale per giustificare quello che, a tutti gli effetti, è una epurazione. Non riguarda solo me, ma anche altri “vecchi arnesi” che, come me, hanno memoria storica e instituzionale e che possono permettersi di dare delle opinioni franche e, a volte, non necessariamente in linea con il mainstream instituzionale.
Cerco di pensare a quali possano essere le ragioni per cacciare via uno come me: forse perchè il programma nazionale dell’agricoltura familiare creato in Brasile prima che Lula arrivasse al potere aveva sotto il mio nome e quello dei consulenti del progetto di cui mi occupavo? Come è stato più volte ripetuto durante l’anno internazionale dell’agricoltura familiare (2014), quello è rimasto l’esempio più compiuto di programma complesso e articolato a partire da una comprensione sistemica di cosa significhi questo tipo di agricoltura. L’ex Segretario di Stato delle Amministrazioni Lula e Rousseff, il vecchio amico Valter Bianchini, era venuto a Roma a presentare il libro che aveva scritto sui 20anni di quel programma, e mi volle al suo fianco quel giorno.
Forse sarà stato il lavoro che abbiamo portato avanti, io e molti colleghi e consulenti, in paesi in conflitto o post-conflitto come il Mozambico e l’Angola. Lavori che hanno permesso di incidere sulle politiche, le legislazioni e il riconoscimento concreto dei diritti delle comunità contadine e delle minoranze indigene. Anche in questo caso ventanni di lavoro, facendo squadra con università e organizzazioni contadine e non governative, ma avendo sempre chiaro che si trattava di rafforzare le capacità professionali delle agenzie di governo responsabili di questi temi, cercando di portar loro esempi diversi dal solito controllo verticale, spingendo per una accettazione degli altri, anche se meno potenti e di opinioni diverse. Oggi abbiamo un capitale umano che lotta e si difende per quegli stessi diritti. Sono loro, persone e organizzazioni nazionali che continuano questi processi, perchè così deve essere. Noi aiutiamo, stimoliamo, mostriamo il come si fa, ma alla fine i loro paesi, le loro culture vanno rispettati. Abbiamo avuto ministri molto critici del lavoro nostro, perchè troppo filo-comunità e non governativi, poi col tempo son diventati amici nostri e ci hanno anche aiutato dandoci consigli sul come continuare.
Mi vien da pensare che forse sia stato il lavoro di assistenza tecnica fornito al Presidente del Paraguay, sul tema scottante della riforma agraria. Stessa filosofia di fondo, dialogo, riconoscimento degli altri, promuovere approcci poco ideologici ma fermi sui principi del riconoscimento dei diritti e nella necessità di ridurre le asimmetrie di potere che limitano moltissimo la messa in pratica di tanti principi buoni.
Potrei continuare così per ore, ma da solo non posso trovare una risposta nell’assenza di dialogo. E forse è proprio questo che mi viene imputato: promuovere nei fatti una cultura del rispetto e del dialogo, di andare a cercare gli altri, “perdere tempo” con i colleghi di altre divisioni, come diceva un mio ex-direttore, non proprio fanatico del lavoro di squadra. Coltivare rapporti umani, dal barista alla guardia fuori dalla porta, continuando con colleghi di aree tecniche diverse ma potenzialmente vicine, con cui portare avanti una visione sistemica centrata sull’essere umano. Quello era e, sono convinto, dovrebbe essere il centro delle nostre azioni: l’Uomo. Riportare dignità attraverso interventi nelle aree tecniche di nostra competenza, promuovere diritti universali anche nei confronti di governi restii ad accettarli, cercando le forme adatte, che esistono, come i lavori di cui mi occupo da anni nei paesi in conflitto stanno lì a dimostrare.
Tutto questo non sembra interessare. Le giustificazioni sono molto superficiali, l’unico fatto che resta sul tappeto è l’obbligo di abbandonare tutto quello costruito in 27 anni presso questa organizzazione. Continuerò da pensionato, con uno spirito diverso ovviamente, convinto comunque che alla lunga avremo avuto ragione noi, quelli che ci siamo battuti per delle idee, nel concreto di ogni giorno, cercando di tradurle in pratiche di lavoro che alla fine permettano a chi sta sotto, poveri, emarginati, di trovare la forza per continuare a battersi a casa loro.

L’amarezza è grande come potete immaginare. Ma non possiamo fermarci solo a piangere, dobbiamo trovare la forza per continuare e poter dire, come nella canzone del vecchio Guccini, “la mia parte ve la posso garantire”.

5 commenti:

  1. Paolo..non credo che siano cosi diabolici o sono ancora ingenua. Io vi vedo la stupidita e l ignoranza totale di "second best" che voglioni compiacere il padrone...

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  2. Paolo, ma che succede alla FAO di Roma? Studia bene le carte. Guccini, zio Bill e tutti gli altri sono sempre lì alle 4 del mattino. Dai, non precipitare, ti vogliono fare incazzare. È chiaro. Gioca la carta di picche, quella famosa che non si aspettano. Ciao un abrazo paolo

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  5. Paolo il lavoro tuo è lodevole e nessuno ti toglierà il merito di questi successi compiuti con professionalità, umanità e grinta nel credere che è quello che serve ai contadini dei paesi. Corinne Spadaro

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