Comincia il nuovo anno: nuove letture o vecchi libri che ritrovo a casa ...
Il Saggiatore
Il giovane Santiago, giunto a Detroit, negli affreschi di Diego Rivera scopre il volto della sua antenata, Laura Díaz. Perdendosi nei suoi occhi dorati e meticci, Santiago rivive l’esistenza di una donna che ha attraversato la storia del Messico sotto il segno dell’indipendenza. L’infanzia in una famiglia di latifondisti, gli slanci della rivoluzione, l’amore per uomini diversi, l’incontro con Frida Kahlo: la vita di Laura è un continuo confrontarsi con i contrasti e le ideologie che lacerano il suo paese nel corso del Novecento, alla ricerca di un’identità che sia solo sua. Un identità che scopre nei suoi ultimi anni quando, fotografa affermata, osserva il mondo senza filtri o pregiudizi attraverso le lenti della sua Leica.
Due volte iniziato e due volte incontrate le stesse difficoltà. Per spiegare meglio: chi ha avuto modo di girare l'America latina conosce la "comoda por kilo", un adattamento locale del buffet dove si prende il cibo che si vuole, lo si pesa e poi si paga. In genere va sempre a finire che si carica il piatto in eccesso, attratti dalle tante varietà offerte, ma siccome lo abbiamo già pagato, alla fine sono affari nostri. A me è capitato di lavorare con alcuni consulenti messicani, cari amici e specialisti dei temi dello sviluppo rurale anche e più di me. L'unico problema con loro era che, anche se gli chiedevi un articolo di 20 pagine, ti arrivava un malloppo da 400. Una specie di cultura al chilo: non si discuteva il contenuto, ma l'eccesso verbale che portava a stancare il lettore ben prima di arrivare in fondo.
Questo libro di Fuentes mi ha provocato due volte la stessa reazione. Si parte bene, si comincia a capire che la saga familiare sarà lunga e complessa, un po' stile Garcia Marquez, ma pian piano ci si perde in pagine e pagine piene di tutto e di più per cui si pena moltissimo ad arrivare alla fine, perdendo così gran parte delle qualità del libro. Mi chiedo se i commenti che si trovano sulla rete sono fatti da gente che ha realmente letto il libro o lo fa per partito preso (positivo) nei confronti dello scrittore. Di sicuro non sarà nella mia lista finale.
martedì 9 gennaio 2018
lunedì 8 gennaio 2018
Due o tre cose ... (per ben iniziare l'anno)
Due o tre cose che ho studiato e che cerco di trasmettere a chi continuerà il lavoro iniziato in questi anni
Quasi 35 anni dedicati ai problemi del sud del mondo mi hanno permesso di farmi un’idea, coerente credo, di come vanno le cose e da dove vengano certi problemi che abbiamo sotto gli occhi in questi anni recenti. La mia traiettoria professionale ha seguito un itinerario abbastanza semplice: vedere cosa succedeva (ed esserne impressionato, come tanti), studiare le cause e pian piano cercare di trovare il mio apporto personale a questa complessità. Col tempo questo mi ha portato a rivedere molti paradigmi di gioventù, restando fermi l’idea di un approccio euristico (orientato verso la scoperta del reale) e induttivo (la teoria che emergeva da questa scoperta). Trovando sul mio cammino una scuola di pensiero basata sull’approccio storico comparato, ho potuto fare un salto di qualità dalle prime passioni giovanili ai lavori più complessi portati avanti successivamente.
Nelle pagine che seguono ho voluto mettere nero su bianco, e in maniera un po’ più dettagliata, ma sempre con un taglio divulgativo e avendo in mente un pubblico di non specialisti, la ricostruzione che ho cominciato a fare alcuni anni fa a partire dal lavoro di terreno e di tante sane letture nonché da confronti con colleghi e amici interessati a questi temi.
La domanda che sempre più interessa (e preoccupa) gli italiani (e gli europei in senso lato) riguarda l’immigrazione (clandestina), vista come una minaccia alla nostra cultura, alla nostra storia, al nostro benessere etc. etc.
Le ragioni geografiche sono abbastanza ovvie: il continente maggiormente in sofferenza si trova proprio sotto casa nostra, per cui ne diventiamo la risultante più ovvia, data la percepita differenza di livelli di vita. Questo provoca da noi una serie di reazioni riflesse, da un lato di paura, chiusura, a volte fino all’odio puro e semplice e dall’altro di compassione e accoglienza. Meno ovvie e scontate sembrano essere le riflessioni di fondo, sul perché questo avvenga e se ci sia uno spazio di azione politica che anche un paese piccolo come il nostro, ma facente parte di una organizzazione molto più grande e potenzialmente potente come l’Unione Europea, potrebbe esercitare. I partiti politici che abbiamo visto all’opera nell’ultimo ventennio, senza andare oltre, brillano tutti in generale per un’assenza di analisi e per proposte che tendono sempre di più ad inseguire le paure del cittadino “lambda” invece di proporre una visione e un’azione di medio-lungo termine.
Cominciamo quindi dal disfacimento progressivo di quegli Stati-nazione che abbiamo davanti alle nostre frontiere. Per quanto riguarda gli africani, la loro emersione storica in quanto entità indipendenti data di poco più di mezzo secolo. Grosso modo consideriamo gli anni sessanta come il periodo del boom da noi in Italia e dell’indipendenza per la maggior parte di loro. Quello che sembrava un periodo storico potenzialmente foriero di grandi novità e cambiamenti, si dimostrò fin da subito come l’inizio di problemi futuri di cui oggi paghiamo le conseguenze. Un conoscitore attento e curioso di quelle realtà, l’agronomo francese René Dumont, sulla scorta di una serie di viaggi ed interviste con alcuni dei leader indipendentisti, pubblicò nel 1962 un libro che fece scandalo all’epoca: L’Afrique noire est mal partie (http://www.seuil.com/ouvrage/l-afrique-noire-est-mal-partie-rene-dumont/9782021086447 - non tradotto all’italiano) dove spiegava il perché quelle indipendenze stessero ripetendo gli stessi errori precedenti, cioè si basassero su una piccola borghesia urbana, tralasciando i milioni di poveri contadini e accelerando così un movimento centripeto dalla periferia al centro urbano che avrebbe sicuramente creato problemi seri negli anni a venire.
Che si trattasse di paesi infeudati al socialismo reale o al libero mercato, la base del modello era la stessa: continuare a non considerare i contadini come parte strutturante dei nuovi paesi, privilegiare la popolazione urbana, proletaria o borghese, in modo da assicurare la tranquillità politica di chi governava.
Non parliamo nemmeno dell’artificialità dei confini statali che vennero sacralizzati da quelle indipendenze e che oggigiorno vediamo contestati sempre di più. All’epoca sembrava evidente a tutti che i nuovi stati dovessero sorgere sulla base dei tagli e ritagli organizzati dalle ex potenze colonizzatrici. La dimensione “etnica” era considerata, a destra come a sinistra, come un retaggio del passato, quindi da sorpassare nella nuova visione di “sviluppo”, qualunque fosse l’orientamento politico dei governi. Peggio ancora stavano le popolazioni nomadi, difficili da incasellare nella nuova geografia che si veniva creando, per cui anche loro finirono nel sottoscala della storia, per non uscirne mai più.
L’indipendenza di quei paesi era ovviamente una finzione geografica, perché né le potenze occidentali né i russi non avevano nessuna intenzione di lasciar crescere dei paesi “indipendenti” che potenzialmente potevano finire per abbracciare l’odiato nemico. Per cui si fece di tutto per favorire l’ascesa al potere di personaggi legati al mondo occidentale (dell’est come dell’ovest), eliminando anche fisicamente tutti quelli che rischiavano di essere, prima di tutto, leader africani. Ovviamente tutto questo doveva avvenire sotto traccia, e con una certa flessibilità, non potendosi evitare dei picchi di febbre indipendentista come successe dopo l’indipendenza dell’Algeria o con l’arrivo di Sankara nel Burkina. Ma a grandi linee, il sistema che si mise al posto delle ex potenze colonizzatrici fu un sistema politico economico che rispondeva, pur nella diversità tra est e ovest, ai diktat decisi altrove. In particolare il modello delle grandi piantagioni agricole dedicate ai prodotti di esportazione (caffè, cacao, banane, cotone…) rimase la base del settore agricolo, così come messo in piedi dalle potenze europee. L’agricoltura contadina fu sempre il parente povero, anzi poverissimo, di politiche dettate dal nord, con l’appoggio delle istituzioni finanziarie internazionali e con l’appoggio delle agenzie tecniche delle nazioni unite, FAO in primis.
Per ridurre ulteriormente i margini di manovra politico-economica di quei paesi, venne anche promossa una unione monetaria (per quanto riguarda i mesi dell’area francofona) e una valuta, il Franco CFA, di fatto controllata (fino ai giorni nostri) dalla Banca Centrale Francese. Dal lato anglofono si cercò in vari modi di assicurare un ancoraggio quanto più solido possibile alla valuta dominante, il dollaro americano. La ragione era abbastanza evidente: l’inflazione, questa tassa occulta che penalizza gli strati sociali più poveri, stava pericolosamente creando tensioni sociali che, un po’ ovunque, dovevano essere messe a tacere con l’uso della forza militare.
Per capire questo aspetto del problema (il ruolo dell’inflazione) dobbiamo però fare un passo indietro, e tornare alla fine della seconda guerra mondiale.
Il sistema economico e monetario che venne messo in essere (detto di Bretton Woods dal nome della località dove si tenne la conferenza - nel 1944 - che vide la creazione della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, nonché la serie di regole riguardanti i cambi internazionali che da lì in poi avrebbero retto il sistema finanziario mondiale) si giustificava con i problemi emersi dopo la crisi del 1929 e con la (solita) necessità di creare un ambiente propizio agli investimenti, resi necessari in tutto l’occidente, dopo gli sconquassi della guerra appena finita. Ne venne fuori un sistema di cambi fissi, imperniati sulla moneta dominante, il dollaro.
Il significato pratico di un tal sistema di cambi fissi era la inesistenza del fenomeno dell’inflazione, dato che i prezzi presenti e futuri, nel mio paese come nel vostro, erano regolati in modo fisso.
Data la necessità di rimettere in piedi l’economia di così tanti paesi, il periodo dal 1945 ai primi anni sessanta fu un vero boom economico, particolarmente in America, ma poco a poco anche dalle nostre parti come ben ricordano i nostri genitori. Il saggio di profitto era molto alto ovunque, a due cifre, per cui il capitale e i suoi detentori, vivevano un vero e proprio periodo di bonanza.
A mano a mano che i mercati tendevano a saturarsi, i profitti iniziarono a scendere per cui si pose il problema di cosa inventarsi per continuare a fare soldi a palate. L’idea fu quella di rompere il sistema dei cambi fissi, cosa che Nixon ufficializzò nel 1969, anno dell’allunaggio dell’Apollo 11. Mentre tanti di noi guardavano, naso all’insù, il buon Armstrong raccontarci la storia del piccolo passo per un uomo ma un grande balzo per l’umanità, qualcun altro si ingegnava a creare grandi problemi per l’umanità e profitti per pochi.
Il nuovo sistema era l’equivalente del Tana: liberi tutti. Ogni moneta giocava per conto suo e la più forte vinceva. Come giocare alle tre carte, dove ovviamente vince sempre il banco, così nel nuovo giochetto mondiale vinceva ovviamente sempre la stessa moneta, il dollaro (dato che loro potevano camparselo quando volevano, per cui di fatto stabilivano loro le regole del gioco). Tutte le altre perdevano terreno, per cui si poteva cominciare a speculare sul loro valore futuro. Gli altri introducevano l’inflazione nelle loro economie, e chi aveva capitali poteva specularci sopra.
I primi ad accorgersi che il gioco era barato furono gli arabi che decisero di provare a cambiare le regole del gioco per quanto riguardava i prezzi del petrolio. Noi più grandi ci ricordiamo bene la crisi del 73 e quella del 79, le domeniche in bicicletta, l’inflazione al 20%. Non ricordo invece nessun insegnante che a quei tempi ci spiegasse che forse non era tutta colpa degli arabi ma che quella era stata una reazione a qualcosa che era successo poco prima.
Gli anni 70 vedono quindi un rifiorire di profitti verso il capitale e nello stesso tempo un calo progressivo dei salari reali pagati ai lavoratori. Grazie alle minacce del terrorismo, ci si abituò ad ingoiare quelle politiche come le uniche possibili per combattere la crisi (parola con cui siamo cresciuti tutti quelli della mia generazione).
Gli effetti negativi dell’inflazione nei nostri paesi “sviluppati” furono ovviamente ancor più nefasti nei paesi del sud, Africa in primis. Le già traballanti economie dipendenti che erano state messe in piedi divennero ancor più fragili. Le caste al potere cominciavano a capire che, in cambio del loro assenso alle politiche del Nord, erano autorizzate a mettere mano ai tesori nazionali ed arricchirsi a dismisura, purché poi i soldi venissero messi in quelle stesse banche del nord che dovevano elargire i prestiti ai loro paesi. La corruzione divenne quindi una tassa, alta, aggiuntiva, da pagare per poter partecipare, in condizioni altamente sfavorevoli, al gran gioco dell’economia mondiale.
I prezzi delle materie prime divennero, ancor più di prima, oggetto di speculazione finanziaria per cui anche questi alti e bassi finirono per indebolire le economie locali. Gran parte dei paesi africani aveva messo in piedi un sistema di casse di compensazione per cui una parte dei profitti delle vendite dei prodotti agricoli di esportazione doveva servire, negli anni di magra, per sostenere la produzione agricola dei piccoli contadini. Non andò mai così e i soldi finirono sempre in altre mani.
Essendo società alquanto instabili, dato i presupposti su cui erano state costruite, non stupisce che, col nostro consenso, una parte importante del budget statale andava a finire nelle casse dell’esercito e della polizia. Il fatto poi che molti di questi paesi fosse diretto da giunte militari è ovviamente casuale!!!
Il peggioramento progressivo della bilancia dei pagamenti, combinata con inflazioni altissime e debiti ovviamente contratti in moneta sonante (dollari), per infrastrutture che la banca mondiale e il fondo monetario consideravano fondamentali (ma solo loro però), provocò una situazione di altissima instabilità (non solo in Africa ma anche in America Latina, per le stesse cause) che rischiava di propagarsi anche verso Nord.
Ecco allora la ricetta miracolosa: i programmi di aggiustamento strutturale (PAS). L’idea di fondo era di rimettere in ordine i conti di casa, il che sembrerebbe un obiettivo lodevole, a partire dalla massaia di Voghera su su fino ai conti statali. Per far questo si sarebbero dovuti tagliare radicalmente le spese militari, eliminare la corruzione, rispedire a casa i consiglieri gratamente pagati dai nostri governi che incitavano a spendere soldi (che non c’erano, quindi debiti) per opere faraoniche di nessuna utilità… una serie di cose così, semplici. Poi, con i soldi risparmiati, investire sul serio sui pilastri fondamentali per il continente: educazione, salute e agricoltura contadina.
I PAS non fecero nulla di tutto questo, anzi, peggio. I già magri budget della salute, educazione e assistenza ai contadini vennero massacrati. Ricordo un libro di economia di una specialista del tema che cifrava, paese per paese l’amara verità per cui l’Africa restituiva al nord el mondo, più soldi di quanti ne ricevesse annualmente come politiche di cooperazione. Da allora non credo che i flussi siano cambiati.
Siccome nel contempo l’opinione pubblica occidentale cominciava a dar segni di svegliarsi, fu deciso, fine anni 80, che anche l’Africa doveva diventare “democratica”, per cui vennero imposte elezioni multipartitiche in quasi tutti i paesi. Di fatto si trattava di avere un bollino che certificasse che le giunte militari precedenti, tolte le divise, erano diventate democratiche, mantenendo gli stessi poteri e le stesse facce.
Le loro economie personali continuarono a progredire, la vita della gente comune continuò a peggiorare e i contadini, persa ogni speranza che qualcosa di buono potesse succedere per loro, aumentarono ancor di più le grandi migrazioni interne e verso nord.
Quello che abbiamo osservato in questi ultimi trent’anni è stato da un lato una serie di gesti di solidarietà come i concerti iniziati nel 1985 per raccogliere fondi per aiutare i paesi che soffrivano per la siccità, gesti spot, una volta tanto, mai che andassero a colpire le cause profonde di quei problemi; dall’altro abbiamo visto una progressione di politiche discriminatorie nei confronti delle agricolture contadine del sud; e una colonizzazione generale (andata poi sotto il nome di land grabbing) delle risorse naturali del sud (terra, acqua e sottosuolo) da parte di grandi conglomerati, inizialmente occidentali e pian piano anche asiatici, pubblici e privati.
Il tutto, come la FAO raccontava fin dal 2002, in un contesto di progressiva riduzione delle terre di alta qualità. Mettiamoci poi una demografia galoppante, (politiche di sanitarie di planning familiare inesistenti data la mancanza di risorse), e un livello educativo che si abbassava ogni anno di più (causa la riduzione dei budget per la scuola pubblica, in molte zone rurali sono rimaste oramai solo le scuole coraniche come forma di alfabetizzazione di base).
Potremmo aggiungerci anche la riscoperta delle origini etniche, che nel disgregarsi dello Stato-nazione, incapace di rispondere ai minimi bisogni cittadini, diventavano l’unica forma di riconoscimento comunitario possibile. Ah, dimenticavo i prezzi in calo per le armi di qualsiasi tipo e i finanziamenti sempre disponibili per quelle spese, ed ecco il perché i conflitti siano diventati la moneta corrente di gran parte dei paesi africani (e non solo).
Potremmo aggiungerci, in salsa moderna, anche il gran tema del cambio climatico, ma a me preme ricordare di più l’emergere della problematica legata alle popolazioni nomadi. Nessuno li ha mai amati perché non si incasellavano facilmente nelle divisioni dell’epoca coloniale. Ancor meno poi con la nuova (vecchia) geografia post-coloniale. Poi, a mano a mano che crisi locali, siccità varie, o le aumentate pressioni demografiche che portavano i contadini a mettere a coltura qualsiasi terra, ecco un substrato ideale per una serie di conflitti che non sappiamo da che parte prendere.
I vecchi (per modo di dire si intende) stati hanno cominciato a mostrare crepe sempre più profonde: l’Eritrea se ne è andata dall’Etiopia, mostrando il cammino dell’indipendenza interna. La Somalia oramai una finzione geografica, essendo in realtà spezzata in almeno 3 paesi diversi. Il Sudan del sud, incoraggiato da noi del nord, se ne è andato ed è diventato indipendente (nonché il paese più povero al mondo e quello dove i conflitti non sono mai cessati dall’indipendenza in poi). Davanti casa abbiamo la ex-Libia che noi ci ostiniamo a considerare come un paese solo…
In tutto ciò, il fatto che chi può scappi, mi sembra ovviamente la scelta più logica. E non parlo di quelle migliaia che in qualche modo arrivano sulle nostre spiagge. Parlo dei milioni che non ne possono più di morire in quelle condizioni.
Non capendo questo substrato, non capiamo la molla che li spinge. E ovviamente nel non voler conoscere questi meccanismi, facciamo come gli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia. A creare casini al sud abbiamo partecipato (e partecipiamo) allegramente anche noi italiani. Non parlo tanto delle ex-colonie, parlo del nostro appoggio indefesso alle decisioni della Banca mondiale e del FMI in favore di PAS che hanno distrutto quelle economie. Parlo dei nostri campioncini nazionali tipo l’ENI e le sue pratiche corruttive per cui i suoi dirigenti sono finalmente a processo.
Quindi ricordiamoci che non è vero che non possiamo fare nulla. Possiamo, possiamo.
Dopodiché uno va a leggere i programmi che i partiti presentano (punto di domanda obbligatorio, tanto è difficile trovare uno straccio di programma): insomma, non esiste un’analisi approfondita, siamo lì a misure spot, un tanto al chilo, per cui verrebbe realmente da lasciar perdere.
Ma non possiamo lasciar perdere: abbiamo voluto, coscientemente, non fare nulla per il Terzo Mondo, ed ecco che il terzo mondo lo abbiamo in casa. Continuiamo a mettere soldi negli eserciti e non nell’educazione, e questo non è colpa dell’Africa, ricordiamocelo. Li votiamo noi.
In guisa di chiusura, spero che non veniate a dirmi che adesso abbiamo il rischio terrorismo, perché quella storia l’ho già sentita. Soprattutto quando si tagliavano i soldi pubblici per le scuole e per la salute al sud, lasciando campo aperto a quegli estremismi (che erano inesistenti 30 anni fa) dai quali dobbiamo difenderci adesso. Il futuro lo abbiamo costruito anche col nostro silenzio e con i nostri voti in questi ultimi 30-40 anni. Possiamo ancora fare peggio, e questo riguarda la storia del tema ambientale, ma di questo parleremo un’altra volta, sempre ripartendo dai gloriosi anni 80.
Territorial development (FAO interview)
Territorial development
An interview with Paolo Groppo, Senior Land Tenure Officer, FAORAP, and Vito Cistulli, Senior Policy Officer, ESP, explains the territorial approach to development and its impact on their work
22/12/17
The territorial approach to development is often seen as a paradigm shift in policy making that can change the way actors engage with institutions in a defined territory. There are different entry points and no such things as one-size-fits-all. Paolo Groppo, Senior Land Tenure Officer, FAORAP, and Vito Cistulli, Senior Policy Officer, ESP, have both been instrumental in developing the concept of territorial approach to development in collaboration with country stakeholders. We spoke to them to learn about their perspectives and see how territorial development has impacted the way they work.
How do you implement territorial development approaches in practice? What’s the first step?
Paolo Groppo: The first step is to accept that one cannot know the outcome of the process. We live and work in uncertain times, and this is a fact we need to accept. Territorial development is about accepting uncertainty, while creating a strong web of relationships through frequent interactions and open communication. If we do so, we still cannot determine the outcome, but at least we have worked together to give it our best shot. Increasing the social legitimacy of FAO and other actors in this process is essential. I am more interested in the process and the people rather than only the outcome. This is why, since the very beginning, I decided to focus my work on rural poverty reduction. The difference between this process and others is that territorial development puts people first. Often we focus too much on targets and indicators, and we tend to lose sight that what counts in the end is to have an impact on people’s lives.
So territorial development is basically working with uncertainties in a collective manner?
Paolo Groppo: Yes, it is basically replicating what we do in our everyday lives in our technical work. For example, when I bought my house in a small village northwest of Rome, I wanted to be accepted by my neighbours. I started to engage with them, explaining who I am and where I come from, and made the effort to get to know them well. In territorial development, the process is the same. There are a variety of factors, several of which are hidden, with a number of actors competing for the same resources (human and natural), which are often scarce and hard to achieve. All actors consider themselves as legitimate claimers and have different and often opposing views. Imposing our ideas may not work, so we need to be open for discussion. We have no guarantees that the outcome will be positive. To build trust, we need to be accepted by the actors at the country level and see if we can create a space for dialogue. This can increase our credibility, build trust and help countries access our expertise. We also have a role to play in making sure that the decisions made by the different stakeholders at country level are in line with more global issues.
Looking back at your career, is there anything you would do differently to reduce poverty?
Paolo Groppo: No. I come from the school of systems approach in France, which is where I learned to look at things in a more holistic way. But when I started working in the field, I realized that this was not enough, because it reproduced the top-down paradigm, with us being the ones delivering the message and teaching people how to solve their problems. By talking to people in different contexts, I realized that they fully understand their challenges and while the potential solutions they come up with are often better than what we had envisaged, they don’t have the power to implement these solutions. Talking to farmers allows us to better understand their reality. This is how territorial development was born. That’s why listening to people in the field is important.
Vito, over to you. Same first question: How do you implement territorial development approaches in practical terms? What’s the first step?
Vito Cistulli: Over the last two decades many developing countries have engaged in decentralization reforms, which can be seen as a very first step towards a more inclusive governance system that addresses both social inequalities and territorial disparities within countries. Decentralization can take different forms: delegation of responsibilities from the central to the decentralized level, devolution of power – including fiscal collection responsibility – to decentralized administrations, or transfer of responsibilities from state to non-state actors, including civil society and the private sector. Decentralization processes can help to get closer to the needs of poor and vulnerable people, understanding the response capacities of different geographic areas to the national policies, and reflect these needs in national food security policies and strategies.
You talked about delegating and devolving power to local communities. How does this take place in concrete terms?
Vito Cistulli: Being able to adapt easily is the very first skill to have when carrying out a territorial approach. Blue-print and pre-packaged solutions don’t work. Effective territorial approaches should build on the capacity of stakeholders and their institutions to absorb new approaches, as well as on the promotion of a dialogue between stakeholders. This means to be able to share and transfer knowledge and expertise, but also to understand and build on what stakeholders and their institutions have to offer. From this perspective, a territorial approach can be understood as a learning process whereby desired changes and innovations are internalized by all stakeholders and institutions concerned. This was the experience of decentralization in Morocco, where a years-long consultation process resulted in a large consensus when the parliament finally voted on the reform. As a result, decentralized governments and stakeholders now play a stronger role in the formulation of national food security and territorial diversity.
If you could do it all over again, what would you do differently to reduce poverty?
Vito Cistulli: I would look more at institutions. The quality of institutions and development are strongly correlated. Institutions are the engine of development because they put people back at the centre of development. I would specifically focus more on informal institutions. As a matter of fact informal institutions influence the incentives and constraints that underlie individual and organizational behaviours and ultimately the quality and sustainability of formal institutions. The interplay between formal and informal institutions is still poorly understood, yet it is important in order to develop effective and inclusive institutions. Overlooking this interaction may result in unbalanced territorial governance systems.
Key conditions for the adaptation of formal and informal institutions is a meaningful participation of local communities and rural local institutions in policy decision making. This could happen by implementing governance mechanisms that promote the social legitimacy of formal institutions, address power asymmetries among stakeholders and recognize the territorial diversity, which influences the capacity of different socio-economic contexts to respond to national policies.
FAO can play a key role in bridging informal and formal institutions in rural areas. We have the technical expertise, proven experience, and last but not least, we are considered and accepted as a neutral counterpart, which helps to address complex issues such as conflict resolution and trust. This is what is happening in Morocco, where FAO is seen as a key partner to promote trust and increase the social legitimacy of the decentralization reform.
lunedì 1 gennaio 2018
Meno pesticidi e più grano
Quando vi capiterà di leggere o sentir dire che il modello agricolo attuale, basato sulla chimica, sia l’unico possibile per tutti i contadini, prima di dire di sì ricordatevi di questo post che metto qui oggi.
Fonte: Le Canard Enchainé 25 ottobre 2017
A partire dal 2007, il Centro studi biologici di Chizé, nella regione delle Deux-Sèvres, ha arruolato 450 agricoltori per una esperienza in pieno campo unica nel suo genere. Dopo 5 anni di esperimenti su 45mila ettari di cereali, la prima raccolta di risultati ha dimostrato che riducendo dal 30 al 50% le quantità di erbicidi e di concimi si riducevano rendimenti di circa il 3-5%, ma che questa riduzione era largamente compensata dal minor costo di prodotti chimici comprati dagli agricoltori.
Riducendo della metà la quantità di concimi azotati e di erbicidi, il produttore cerealicolo registrava un aumento di reddito fino a 200 euro/ettaro.
Altrettanto stupefacente è stata la constatazione che la riduzione degli erbicidi non aveva un impatto significativo sul rendimento. In pratica seminando grano, molto competitivo nei confronti delle malerbe, elimina da solo quasi l’80% di tutte le malerbe. I pesticidi agiscono solo sul restante 20%, una percentuale che non disturba minimamente la crescita del grano.
Si sono chiusi pochi giorni fa gli Stati Generali dell’Alimentazione, organizzati dal governo francese, dove ovviamente ci si è ben guardati dal presentare queste evidenze che andrebbero contro gli interessi del agribusiness transalpino e mondiale. Una volta tanto il ministro dell’ecologia Hulot ne ha fatta una di buona, nel non presentarsi alla giornata finale dei lavori, considerando (come hanno detto i suoi collaboratori) che non c’era stato nessun passo avanti significativo e nessun impegno concreto preso dai partecipanti.
Ricetta Charlie: Linguine ai coralli di capesante
per 3 persone
300 gr di linguine buone
20 coralli di capesante
panna da cucina (crème fraiche) 20 cl (Charlie usa quella magra al18%)
1 scalogno
erba cipollina
sale grosso per la pasta e pepe per il sugo
Pasta: arrangiatevi
Sugo: tritate lo scalogno a pezzetti, fatelo rosolare con olio d’oliva aggiungendo i coralli di capesante. Cuocere per una decina di minuti a fuoco medio e aggiungere un mescolo di acqua di cottura, lasciate ridurre e aggiungete la panna e pepate. Far ridurre ancora per 5 minuti ed è pronto.
Carpaccio di capesante alla Loic
per 3 persone:
Una decina di capesante freschissime
Coriandolo (tre rametti)
Erba cipollina
Bacche rosse
Olio buono (profumato di preferenza)
Succo di un Lime
Sal e Pepe nero QB
Tagliare le capesante a lamelle finissime
Tagliare il coriandolo, l’erba cipollina e le bacche
Disporre le capesante in un piatto piano, stile carpaccio, una passata di succo di lime, cospargere con la miscela di erbe e bacche e una strisciata d’olio e sale&pepe
Mangiare subito e non criticare :-)
Aujourd’hui on n’a plus le droit d’avoir faim ni d’avoir froid.
Su iniziativa di un comico di origine italiana, Michele Colucci (nome d’arte Coluche), la Francia progressista della metà degli anni ottanta decise di creare i “Ristoranti del cuore”. Dovevano servire ad allertare la pubblica opinione e le forze politiche del numero crescente di senza tetto e senza risorse che vivevano nelle strade delle grandi città francesi. L’iniziativa si voleva anche come monito contro le quantità crescenti di cibo e prodotti alimentari che venivano buttate via dalla ristorazione, alberghi e supermercati per svariate ragioni.
La proposta prevedeva quindi di organizzare la raccolta di questo cibo e questi prodotti in scadenza per essere portati e messi a disposizioni dei più poveri. La risonanza data all’iniziativa dai nomi (famosi) degli organizzatori doveva essere garanzia di serietà ma anche di pressione politica perché questa “honte” finisse e non ci fossero più così tanti SDF (senza fissa dimora) in giro.
Coluche morì l’anno seguente e la sua iniziativa continua ogni inverno a distribuire centinaia di migliaia di pasti.Qualche contributo legislativo ha reso più facile il sistema di raccolta, ma resta ancora, 32 anni dopo, l’assenza patente della politica pubblica per risolvere (o almeno ridurre considerevolmente) questo problema. Girando per le strade parigine si ha anzi l’impressione che l’età media si stia abbassando e che siano oramai moltissimi i giovani, francesi, a vivere così, alla giornata.
Dieci anni dopo, nel 1995, l’allora candidato della destra alle elezioni presidenziali, Jacques Chirac, fiutando l’aria dei tempi, decise di impostare la sua campagna sulla cosiddetta “frattura sociale” che permeava oramai l’aria francese. Periferie abbandonate, territori di esclusione, un attacco al ceto medio che sta solo cominciando, e tutti i sempiterni problemi legati alla poco riuscita integrazione delle correnti migratorie africane. Insomma, un casino che Chirac decise di rendere pubblico, come impegno massimo nel caso fosse stato eletto alla presidenza. Chirac vinse le elezioni ma, come al suo solito, non fece nulla di tutto ciò, i “Restau du coeur” divennero sempre più necessari, così come altri interventi di ONG, Chiese e quant’altro.
La frattura sociale aumenta ogni anno di più e diventa sempre più evidente anche in settori che la Francia considerava come abbastanza risolti, tipo la questione di genere e le discriminazioni multifattoriali di cui soffrono le donne quando ci aggiungono una discriminazione razziale, educativa ed economica.
I decenni passano e l’unica frase che viene puntualmente ritirata fuori dai politici d’Oltralpe è una citazione del (fu) primo ministro Rocard, il quale disse che la Francia non poteva accogliere tutta la miseria del mondo (in realtà lui aggiunse che però la Francia doveva farsi carico della sua parte, ma quest’ultimo pezzo viene sempre omesso). Con questa giustificazione si continua nella retorica presidenziale delle chiacchiere inutili, l’allontanamento del francese medio rispetto alla vita democratica aumenta ogni giorno di più, la sensazione di essere sempre più in balia di governanti incapaci e di problemi enormi apre spazi inesperti a tutti i populismi (come quello centrista di Macron, e poi quello di destra della Le Pen) con l’unica certezza che domani sarà peggio di oggi.
Con tanti auguri che ai responsabili (politici, economici e finanziari) di tutto ciò gli prenda un cancher al cu….
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