Visualizzazioni totali

lunedì 8 gennaio 2018

Due o tre cose ... (per ben iniziare l'anno)

Due o tre cose che ho studiato e che cerco di trasmettere a chi continuerà il lavoro iniziato in questi anni


Quasi 35 anni dedicati ai problemi del sud del mondo mi hanno permesso di farmi un’idea, coerente credo, di come vanno le cose e da dove vengano certi problemi che abbiamo sotto gli occhi in questi anni recenti. La mia traiettoria professionale ha seguito un itinerario abbastanza semplice: vedere cosa succedeva (ed esserne impressionato, come tanti), studiare le cause  e pian piano cercare di trovare il mio apporto personale a questa complessità. Col tempo questo mi ha portato a rivedere molti paradigmi di gioventù, restando fermi l’idea di un approccio euristico (orientato verso la scoperta del reale) e induttivo (la teoria che emergeva da questa scoperta). Trovando sul mio cammino una scuola di pensiero basata sull’approccio storico comparato, ho potuto fare un salto di qualità dalle prime passioni giovanili ai lavori più complessi portati avanti successivamente. 

Nelle pagine che seguono ho voluto mettere nero su bianco, e in maniera un po’ più dettagliata, ma sempre con un taglio divulgativo e avendo in mente un pubblico di non specialisti, la ricostruzione che ho cominciato a fare alcuni anni fa a partire dal lavoro di terreno e di tante sane letture nonché da confronti con colleghi e amici interessati a questi temi.
La domanda che sempre più interessa (e preoccupa) gli italiani (e gli europei in senso lato) riguarda l’immigrazione (clandestina), vista come una minaccia alla nostra cultura, alla nostra storia, al nostro benessere etc. etc. 

Le ragioni geografiche sono abbastanza ovvie: il continente maggiormente in sofferenza si trova proprio sotto casa nostra, per cui ne diventiamo la risultante più ovvia, data la percepita differenza di livelli di vita. Questo provoca da noi una serie di reazioni riflesse, da un lato di paura, chiusura, a volte fino all’odio puro e semplice e dall’altro di compassione e accoglienza. Meno ovvie e scontate sembrano essere le riflessioni di fondo, sul perché questo avvenga e se ci sia uno spazio di azione politica che anche un paese piccolo come il nostro, ma facente parte di una organizzazione molto più grande e potenzialmente potente come l’Unione Europea, potrebbe esercitare. I partiti politici che abbiamo visto all’opera nell’ultimo ventennio, senza andare oltre, brillano tutti in generale per un’assenza di analisi e per proposte che tendono sempre di più ad inseguire le paure del cittadino “lambda” invece di proporre una visione e un’azione di medio-lungo termine.

Cominciamo quindi dal disfacimento progressivo di quegli Stati-nazione che abbiamo davanti alle nostre frontiere. Per quanto riguarda gli africani, la loro emersione storica in quanto entità indipendenti data di poco più di mezzo secolo. Grosso modo consideriamo gli anni sessanta come il periodo del boom da noi in Italia e dell’indipendenza per la maggior parte di loro. Quello che sembrava un periodo storico potenzialmente foriero di grandi novità e cambiamenti, si dimostrò fin da subito come l’inizio di problemi futuri di cui oggi paghiamo le conseguenze. Un conoscitore attento e curioso di quelle realtà, l’agronomo francese René Dumont, sulla scorta di una serie di viaggi ed interviste con alcuni dei leader indipendentisti, pubblicò nel 1962 un libro che fece scandalo all’epoca: L’Afrique noire est mal partie (http://www.seuil.com/ouvrage/l-afrique-noire-est-mal-partie-rene-dumont/9782021086447 - non tradotto all’italiano) dove spiegava il perché quelle indipendenze stessero ripetendo gli stessi errori precedenti, cioè si basassero su una piccola borghesia urbana, tralasciando i milioni di poveri contadini e accelerando così un movimento centripeto dalla periferia al centro urbano che avrebbe sicuramente creato problemi seri negli anni a venire. 

Che si trattasse di paesi infeudati al socialismo reale o al libero mercato, la base del modello era la stessa: continuare a non considerare i contadini come parte strutturante dei nuovi paesi, privilegiare la popolazione urbana, proletaria o borghese, in modo da assicurare la tranquillità politica di chi governava.

Non parliamo nemmeno dell’artificialità dei confini statali che vennero sacralizzati da quelle indipendenze e che oggigiorno vediamo contestati sempre di più. All’epoca sembrava evidente a tutti che i nuovi stati dovessero sorgere sulla base dei tagli e ritagli organizzati dalle ex potenze colonizzatrici. La dimensione “etnica” era considerata, a destra come a sinistra, come un retaggio del passato, quindi da sorpassare nella nuova visione di “sviluppo”, qualunque fosse l’orientamento politico dei governi. Peggio ancora stavano le popolazioni nomadi, difficili da incasellare nella nuova geografia che si veniva creando, per cui anche loro finirono nel sottoscala della storia, per non uscirne mai più.

L’indipendenza di quei paesi era ovviamente una finzione geografica, perché né le potenze occidentali né i russi non avevano nessuna intenzione di lasciar crescere dei paesi “indipendenti” che potenzialmente potevano finire per abbracciare l’odiato nemico. Per cui si fece di tutto per favorire l’ascesa al potere di personaggi legati al mondo occidentale (dell’est come dell’ovest), eliminando anche fisicamente tutti quelli che rischiavano di essere, prima di tutto, leader africani. Ovviamente tutto questo doveva avvenire sotto traccia, e con una certa flessibilità, non potendosi evitare dei picchi di febbre indipendentista come successe dopo l’indipendenza dell’Algeria o con l’arrivo di Sankara nel Burkina. Ma a grandi linee, il sistema che si mise al posto delle ex potenze colonizzatrici fu un sistema politico economico che rispondeva, pur nella diversità tra est e ovest, ai diktat decisi altrove. In particolare il modello delle grandi piantagioni agricole dedicate ai prodotti di esportazione (caffè, cacao, banane, cotone…) rimase la base del settore agricolo, così come messo in piedi dalle potenze europee. L’agricoltura contadina fu sempre il parente povero, anzi poverissimo, di politiche dettate dal nord, con l’appoggio delle istituzioni finanziarie internazionali e con l’appoggio delle agenzie tecniche delle nazioni unite, FAO in primis. 

Per ridurre ulteriormente i margini di manovra politico-economica di quei paesi, venne anche promossa una unione monetaria (per quanto riguarda i mesi dell’area francofona) e una valuta, il Franco CFA, di fatto controllata (fino ai giorni nostri) dalla Banca Centrale Francese. Dal lato anglofono si cercò in vari modi di assicurare un ancoraggio quanto più solido possibile alla valuta dominante, il dollaro americano. La ragione era abbastanza evidente: l’inflazione, questa tassa occulta che penalizza gli strati sociali più poveri, stava pericolosamente creando tensioni sociali che, un po’ ovunque, dovevano essere messe a tacere con l’uso della forza militare. 

Per capire questo aspetto del problema (il ruolo dell’inflazione) dobbiamo però fare un passo indietro, e tornare alla fine della seconda guerra mondiale.
Il sistema economico e monetario che venne messo in essere (detto di Bretton Woods dal nome della località dove si tenne la conferenza - nel 1944 - che vide la creazione della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, nonché la serie di regole riguardanti i cambi internazionali che da lì in poi avrebbero retto il sistema finanziario mondiale) si giustificava con i problemi emersi dopo la crisi del 1929 e con la (solita) necessità di creare un ambiente propizio agli investimenti, resi necessari in tutto l’occidente, dopo gli sconquassi della guerra appena finita. Ne venne fuori un sistema di cambi fissi, imperniati sulla moneta dominante, il dollaro. 

Il significato pratico di un tal sistema di cambi fissi era la inesistenza del fenomeno dell’inflazione, dato che i prezzi presenti e futuri, nel mio paese come nel vostro, erano regolati in modo fisso.

Data la necessità di rimettere in piedi l’economia di così tanti paesi, il periodo dal 1945 ai primi anni sessanta fu un vero boom economico, particolarmente in America, ma poco a poco anche dalle nostre parti come ben ricordano i nostri genitori. Il saggio di profitto era molto alto ovunque, a due cifre, per cui il capitale e i suoi detentori, vivevano un vero e proprio periodo di bonanza.

A mano a mano che i mercati tendevano a saturarsi, i profitti iniziarono a scendere per cui si pose il problema di cosa inventarsi per continuare a fare soldi a palate. L’idea fu quella di rompere il sistema dei cambi fissi, cosa che Nixon ufficializzò nel 1969, anno dell’allunaggio dell’Apollo 11. Mentre tanti di noi guardavano, naso all’insù, il buon Armstrong raccontarci la storia del piccolo passo per un uomo ma un grande balzo per l’umanità, qualcun altro si ingegnava a creare grandi problemi per l’umanità e profitti per pochi. 

Il nuovo sistema era l’equivalente del Tana: liberi tutti. Ogni moneta giocava per conto suo e la più forte vinceva. Come giocare alle tre carte, dove ovviamente vince sempre il banco, così nel nuovo giochetto mondiale vinceva ovviamente sempre la stessa moneta, il dollaro (dato che loro potevano camparselo quando volevano, per cui di fatto stabilivano loro le regole del gioco). Tutte le altre perdevano terreno, per cui si poteva cominciare a speculare sul loro valore futuro. Gli altri introducevano l’inflazione nelle loro economie, e chi aveva capitali poteva specularci sopra.

I primi ad accorgersi che il gioco era barato furono gli arabi che decisero di provare a cambiare le regole del gioco per quanto riguardava i prezzi del petrolio. Noi più grandi ci ricordiamo bene la crisi del 73 e quella del 79, le domeniche in bicicletta, l’inflazione al 20%. Non ricordo invece nessun insegnante che a quei tempi ci spiegasse che forse non era tutta colpa degli arabi ma che quella era stata una reazione a qualcosa che era successo poco prima. 

Gli anni 70 vedono quindi un rifiorire di profitti verso il capitale e nello stesso tempo un calo progressivo dei salari reali pagati ai lavoratori. Grazie alle minacce del terrorismo, ci si abituò ad ingoiare quelle politiche come le uniche possibili per combattere la crisi (parola con cui siamo cresciuti tutti quelli della mia generazione).

Gli effetti negativi dell’inflazione nei nostri paesi “sviluppati” furono ovviamente ancor più nefasti nei paesi del sud, Africa in primis. Le già traballanti economie dipendenti che erano state messe in piedi divennero ancor più fragili. Le caste al potere cominciavano a capire che, in cambio del loro assenso alle politiche del Nord, erano autorizzate a mettere mano ai tesori nazionali ed arricchirsi a dismisura, purché poi i soldi venissero messi in quelle stesse banche del nord che dovevano elargire i prestiti ai loro paesi. La corruzione divenne quindi una tassa, alta, aggiuntiva, da pagare per poter partecipare, in condizioni altamente sfavorevoli, al gran gioco dell’economia mondiale.

I prezzi delle materie prime divennero, ancor più di prima, oggetto di speculazione finanziaria per cui anche questi alti e bassi finirono per indebolire le economie locali. Gran parte dei paesi africani aveva messo in piedi un sistema di casse di compensazione per cui una parte dei profitti delle vendite dei prodotti agricoli di esportazione doveva servire, negli anni di magra, per sostenere la produzione agricola dei piccoli contadini. Non andò mai così e i soldi finirono sempre in altre mani.

Essendo società alquanto instabili, dato i presupposti su cui erano state costruite, non stupisce che, col nostro consenso, una parte importante del budget statale andava a finire nelle casse dell’esercito e della polizia.  Il fatto poi che molti di questi paesi fosse diretto da giunte militari è ovviamente casuale!!!

Il peggioramento progressivo della bilancia dei pagamenti, combinata con inflazioni altissime e debiti ovviamente contratti in moneta sonante (dollari), per infrastrutture che la banca mondiale e il fondo monetario consideravano fondamentali (ma solo loro però), provocò una situazione di altissima instabilità (non solo in Africa ma anche in America Latina, per le stesse cause) che rischiava di propagarsi anche verso Nord. 

Ecco allora la ricetta miracolosa: i programmi di aggiustamento strutturale (PAS). L’idea di fondo era di rimettere in ordine i conti di casa, il che sembrerebbe un obiettivo lodevole, a partire dalla massaia di Voghera su su fino ai conti statali. Per far questo si sarebbero dovuti tagliare radicalmente le spese militari, eliminare la corruzione, rispedire a casa i consiglieri gratamente pagati dai nostri governi che incitavano a spendere soldi (che non c’erano, quindi debiti) per opere faraoniche di nessuna utilità… una serie di cose così, semplici. Poi, con i soldi risparmiati, investire sul serio sui pilastri fondamentali per il continente: educazione, salute e agricoltura contadina. 

I PAS non fecero nulla di tutto questo, anzi, peggio. I già magri budget della salute, educazione e assistenza ai contadini vennero massacrati. Ricordo un libro di economia di una specialista del tema che cifrava, paese per paese l’amara verità per cui l’Africa restituiva al nord el mondo, più soldi di quanti ne ricevesse annualmente come politiche di cooperazione. Da allora non credo che i flussi siano cambiati.

Siccome nel contempo l’opinione pubblica occidentale cominciava a dar segni di svegliarsi, fu deciso, fine anni 80, che anche l’Africa doveva diventare “democratica”, per cui vennero imposte elezioni multipartitiche in quasi tutti i paesi. Di fatto si trattava di avere un bollino che certificasse che le giunte militari precedenti, tolte le divise, erano diventate democratiche, mantenendo gli stessi poteri e le stesse facce.

Le loro economie personali continuarono a progredire, la vita della gente comune continuò a peggiorare e i contadini, persa ogni speranza che qualcosa di buono potesse succedere per loro, aumentarono ancor di più le grandi migrazioni interne e verso nord.

Quello che abbiamo osservato in questi ultimi trent’anni è stato da un lato una serie di gesti di solidarietà come i concerti iniziati nel 1985 per raccogliere fondi per aiutare i paesi che soffrivano per la siccità, gesti spot, una volta tanto, mai che andassero a colpire le cause profonde di quei problemi; dall’altro abbiamo visto una progressione di politiche discriminatorie nei confronti delle agricolture contadine del sud; e una colonizzazione generale (andata poi sotto il nome di land grabbing) delle risorse naturali del sud (terra, acqua e sottosuolo) da parte di grandi conglomerati, inizialmente occidentali e pian piano anche asiatici, pubblici e privati.

Il tutto, come la FAO raccontava fin dal 2002, in un contesto di progressiva riduzione delle terre di alta qualità. Mettiamoci poi una demografia galoppante, (politiche di sanitarie di planning familiare inesistenti data la mancanza di risorse), e un livello educativo che si abbassava ogni anno di più (causa la riduzione dei budget per la scuola pubblica, in molte zone rurali sono rimaste oramai solo le scuole coraniche come forma di alfabetizzazione di base).

Potremmo aggiungerci anche la riscoperta delle origini etniche, che nel disgregarsi dello Stato-nazione, incapace di rispondere ai minimi bisogni cittadini, diventavano l’unica forma di riconoscimento comunitario possibile. Ah, dimenticavo i prezzi in calo per le armi di qualsiasi tipo e i finanziamenti sempre disponibili per quelle spese, ed ecco il perché i conflitti siano diventati la moneta corrente di gran parte dei paesi africani (e non solo).

Potremmo aggiungerci, in salsa moderna, anche il gran tema del cambio climatico, ma a me preme ricordare di più l’emergere della problematica legata alle popolazioni nomadi. Nessuno li ha mai amati perché non si incasellavano facilmente nelle divisioni dell’epoca coloniale. Ancor meno poi con la nuova (vecchia) geografia post-coloniale. Poi, a mano a mano che crisi locali, siccità varie, o le aumentate pressioni demografiche che portavano i contadini a mettere a coltura qualsiasi terra, ecco un substrato ideale per una serie di conflitti che non sappiamo da che parte prendere.

I vecchi (per modo di dire si intende) stati hanno cominciato a mostrare crepe sempre più profonde: l’Eritrea se ne è andata dall’Etiopia, mostrando il cammino dell’indipendenza interna. La Somalia oramai una finzione geografica, essendo in realtà spezzata in almeno 3 paesi diversi. Il Sudan del sud, incoraggiato da noi del nord, se ne è andato ed è diventato indipendente (nonché il paese più povero al mondo e quello dove i conflitti non sono mai cessati dall’indipendenza in poi). Davanti casa abbiamo la ex-Libia che noi ci ostiniamo a considerare come un paese solo… 

In tutto ciò, il fatto che chi può scappi, mi sembra ovviamente la scelta più logica. E non parlo di quelle migliaia che in qualche modo arrivano sulle nostre spiagge. Parlo dei milioni che non ne possono più di morire in quelle condizioni.

Non capendo questo substrato, non capiamo la molla che li spinge. E ovviamente nel non voler conoscere questi meccanismi, facciamo come gli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia. A creare casini al sud abbiamo partecipato (e partecipiamo) allegramente anche noi italiani. Non parlo tanto delle ex-colonie, parlo del nostro appoggio indefesso alle decisioni della Banca mondiale e del FMI in favore di PAS che hanno distrutto quelle economie. Parlo dei nostri campioncini nazionali tipo l’ENI e le sue pratiche corruttive per cui i suoi dirigenti sono finalmente a processo. 

Quindi ricordiamoci che non è vero che non possiamo fare nulla. Possiamo, possiamo. 

Dopodiché uno va a leggere i programmi che i partiti presentano (punto di domanda obbligatorio, tanto è difficile trovare uno straccio di programma): insomma, non esiste un’analisi approfondita, siamo lì a misure spot, un tanto al chilo, per cui verrebbe realmente da lasciar perdere.

Ma non possiamo lasciar perdere: abbiamo voluto, coscientemente, non fare nulla per il Terzo Mondo, ed ecco che il terzo mondo lo abbiamo in casa. Continuiamo a mettere soldi negli eserciti e non nell’educazione, e questo non è colpa dell’Africa, ricordiamocelo. Li votiamo noi. 

In guisa di chiusura, spero che non veniate a dirmi che adesso abbiamo il rischio terrorismo, perché quella storia l’ho già sentita. Soprattutto quando si tagliavano i soldi pubblici per le scuole e per la salute al sud, lasciando campo aperto a quegli estremismi (che erano inesistenti 30 anni fa) dai quali dobbiamo difenderci adesso. Il futuro lo abbiamo costruito anche col nostro silenzio e con i nostri voti in questi ultimi 30-40 anni. Possiamo ancora fare peggio, e questo riguarda la storia del tema ambientale, ma di questo parleremo un’altra volta, sempre ripartendo dai gloriosi anni 80.    


Nessun commento:

Posta un commento