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sabato 17 aprile 2010

I poareti i ghe ze sempre stà, cossa vorli adeso?

Questa frase la diceva un amico di mio nonno tanti, ma proprio tanti anni fa e così ci è stata riportata, ironicamente, da mio padre. Era un modo di dire riferito al fatto che la povertà era un qualcosa esistito da sempre e che non si capiva perché adesso i poveri protestassero, quasi pensando di poter cambiare qualcosa. Non so se abbia avuto parte nella mia formazione, o se semplicemente il caso mi ha portato a lottare per far sì che questi “poareti” un giorno potessero stare meglio. Ma c’era anche un aspetto di ineluttabilità delle cose in quella frase; tanti hanno detto che avrebbero lottato per i poveri ma alla fine la situazione non è mai cambiata sul serio. Se guardiamo alle cifre attuali, mai come adesso, con più di un miliardo che soffre la fame, ci rendiamo conto dell’attualità di questa frase. Solo grazie (sic!) all’ultima crisi alimentare, il numero è aumentato di quasi 150 milioni. Quasi centocinquanta milioni in poco più di un anno, e nemmeno questo è servito a smuovere le coscienze della gente.

La tensione morale non c’è, e lo vediamo bene noi in Italia dove non vediamo nessuna tensione per lottare contro le mafie. Malgrado la presenza del papato qui a Roma, al fondo delle cose il sentimento che domina è quello del menefreghismo; finché va avanti per me, perché preoccuparsi degli altri?

Mi guardo attorno dentro quelle mura dove lavoro ogni giorno, e non sento nulla di questa tensione; sento invece chiacchiere della vita che va, delle spese da fare al negozietto qua sotto, di andare al mare il week end o dell’ultima mostra o film, carino, che si è visto. Mai, dico mai, in ventun anni che ci lavoro, che mi sia capitato di sorprendere due persone a discutere, preoccupate, della povertà del mondo, del poco che facciamo e del molto che potremmo fare. La lotta per la sopravvivenza si coniuga come una lotta per l’avanzamento del posto, il che ovviamente implica una attività permanente di sparlare degli altri, potenziali concorrenti.
Fare o non fare nulla non cambia assolutamente niente. Eppure si potrebbe fare, si potrebbe sognare che, grazie a noi, una rivoluzione pacifica, basata sul dialogo, sulla credibilità tecnica, sul dar la voce a chi la voce non ha mai avuto, ecco partire dalle parole che per decenni abbiamo buttato al vento, partire da lì per costruire qualcosa che vada a colpire dove fa male e dove bisogna mettersi a smuovere le montagne.

Charles Fourier era così sognatore da credere che la gente a cui si rivolgeva, la borghesia illuminata, la gente importante, sarebbero andati da lui a chiedergli cosa si poteva fare; fece pubblicare un annuncio sui principali giornali di Parigi nel 1826 per dire che lui sarebbe stato disponibile, nei giorni settimanali, da mezzogiorno alle due del pomeriggio, al suo indirizzo di casa, per spiegare la sua ricetta per cambiare il mondo. Durò dodici anni, finchè poi morì, ma nessuno, proprio nessuno, di quelli a cui si rivolgeva, si presentò mai a chiedere questi famosi consigli. L’errore era nel credere che chi faceva parte della struttura di potere potesse essere interessato ad abbattere quel sistema che gli provocava tante ricchezze.

Ecco, noi siamo di fronte alle stesse problematiche scelte di Fourier: la povertà tocca la metà della popolazione umana, in un periodo quando, mai come adesso, in questi decenni, la mano invisibile del mercato che ha fatto crescere tanto questa economia mondiale, avrebbe dovuto portare risultati tangibili. Non lo ha fatto e non lo farà, perché si tratta di un meccanismo che funziona per chi i soldi li ha già, chi sta dentro, mentre per chi sta fuori vale sempre l’altro proverbio veneto: schei fa’ schei, peoci fa’ peoci i soldi fanno soldi, i pidocchi fanno solo pidocchi).
Cosa potremmo fare noi, delle nazioni unite, che lavoriamo per una organizzazione che si dice voler lottare per eliminare la fame nel mondo? E perché proprio adesso?

Dobbiamo, e dico dobbiamo, sognare! Mettere degli specchi in tutti gli angoli del nostro edificio, per obbligare tutti noi a guardarci in faccia, a vedere cosa è rimasto dentro di noi della vogli di lottare che avevamo quando siamo entrati. Dovremmo prenderci per mano e cominciare a proporre qualcosa che abbia senso, senza necessariamente pensare in rivoluzioni; dall’alto non verrà mai niente, e lo stato di quei paesi governanti da gverni cosidetti di sinistra, sta lì a dimostrarlo. Sono passati 14 anni oggi, dal massacro dell’ Eldorado dos Carajas, nel Parà, Brasile, dove la polizia dello stato del Parà ha massacrato una ventina di leader contadini provocando emozione nel mondo intero. Ci si rese conto della situazione della campagne brasiliane e l’ emozione fu totale. Adesso dovremmo esser qui a celebrare il fatto che un processo sia stato fatto, che gli assassini siano a marcire in carcere e, soprattutto, che oggi nelle campagne del parà non ci sia più lo schiavismo. Ma non è così, sfortunatamente, se andrete a fare un giro, per le prossime vacanze, nel sud del parà, troverete ancora adesso gli schiavi nelle campagne. Tutti lo sanno, ma loro restano sempre lì.

Ecco perché vi dico che non si può aspettare che le iniziative partano da sopra. Non succederà. Mai! Dobbiamo iniziare dal basso, dal nostro intorno, da lì cominciare a ricreare un mondo di dialogo, fiducia e comprensione, in modo che aumenti anche la fiducia in noi stessi e che iniziamo a non aver paura a proporci attivamente, rispetto alle strutture che ci imprigionano e ci bbligano di afre i progetti così e cosà perché i donanti li preferiscono scritti in questo modo.. e se vuoi lavorare devi convincere i donanti.. ma devi anche evitare di far paura ai governi, e adesso ancor meno devi spaventare i famosi investitori internazionali. Lo capite che quello che ci insegnano è la paura? E’ il conformismo di non parlare ad alta voce, di comportarsi bene a tavola, tagliarsi i capelli e andare a messa la domenica. Lo stesso processo di omologazione, con la differenza che noi saremmo quelli che dovremmo mandar fuori i messaggi di cosa fare contro questa fame e questa povertà. Ed invece .. a messa… poi scopri che i preti (e vescovi) sono diventati pedofili, e cominci a dubitare… Ecco, vi propongo di non attendere quel momento, ma di cominciare a dubitare prima, fin da adesso, ma dubitare da un lato ma assieme riprendere fiducia in noi stessi. Osate le vostre idee. Osate dire a voce alta quando vi dicono di limare di qua e togliere di là… Imparate ad avere fiducia negli altri.. sappiate che fuori da questo edificio la gente, i poveri, hanno ancora fiducia negli ideali che rappresentiamo, per cui siate degni di quelle tavole di marmo lì nell’entrata.

Bisogna incominciare ad agire; perché noi e perché adesso? Perché siamo noi ad aver scelto di lavorare contro questa povertà e questa fame, perché siamo andati nelle università e abbiamo studiato i meccanismi che perpetuano questo stato di cose, per cui non abbiamo scuse per dire che non sappiamo cosa fare. Lo sapppiamo, solo che abbiamo paura di provare a farlo, perché poi il capo non sarà d’accordo.. etc. etc… Ma dopo quando avete finito le feste del sabato sera, siete tornati a casa, stanchi della passeggiata al mare o dello shopping con gli amici.. ma vi capita mai di passare davanti ad uno specchio e dirvi: ma cosa sto facendo della mia vita? Sto ingannando me stesso e gli altri? Reagite, alzatevi in piedi e cominciate dai progetti dove lavorate, dai documenti che dovete rivedere e mettere in forma per i donanti….

Perché adesso? Chi mi conosce sa che questo faccio e questo dico da quando ho iniziato questo lavoro; a volte mi chiedo come abbiano fatto a prendermi; se dovessi passare un concorso adesso, mi brucerebbero vivo piuttosto che prendermi. Quindi adesso nel senso che ognuno prima o dopo arriverà alle stesse conclusioni che vi ho scritto qui sopra. Spero che ci arriviate e che non siate morti dentro. Spero che qualcuno legga queste pagine nei prossimi giorni, non per darmi ragione o per cercare un capopopolo, ma per prendersi in mano e cominciare a dirsi: anch’io posso far qualcosa… ecco, in quel momento varrà la pena trovarci… io intanto vado avanti.. finchè non mi fermeranno…

1 commento:

  1. Ciao Paolo, beh, innanzitutto grazie. Perchè sono seduta alla scrivania a cercare di finire di scrivere un testo che sembra proprio non voler finire. E se avevo bisogno di qualcuno che mi ricordasse perchè ero qui, adesso, ...è arrivato il tuo blog. Spero che il messaggio nella tua bottiglia sia raccolto da altri, almeno pochi altri, là nel tuo palazzo, o in qualsiasi palazzo piccolo o grande che sia. um abraço, irene

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