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mercoledì 29 agosto 2018

Dimissioni di Nicholas Hulot, ministro dell’ecologia di Macron



Persino in India ne hanno parlato. Le dimissioni del ministro più popolare, il trofeo maggiore che Macron aveva potuto esporre al momento di presentare il suo governo, creano uno scompiglio la cui onda lunga si prolungherà per mesi, probabilmente fino alle prossime elezioni europee, scardinando alla base la strategia di Macron.

Hulot, che in Francia era stato soprannominato “l’uomo che sussurrava ai presidenti” (dato che ben tre presidenti prima di Macron avevano cercato di portarlo al governo, Chirac, Sarkozy e Hollande), aveva sorpreso tutti accettando la proposta di Macron di diventare il suo ministro di stato per l’ecologia e la transizione energetica. La popolarità di Hulot, trasversale ai fronti politici, assicurava a Macron una benevolenza di fondo da parte di settori della sinistrata ecologista. Un capitale molto importante per il presidente del cambiamento. Non che Hulot fosse realmente un angelo, capiamoci bene: il suo programma televisivo Ushuaia gli aveva assicurato una notorietà incredibile, nonché un bel po’ di soldi per le sue società. Un ecologista un po’ particolare, con 7 macchine in garage come ha dovuto scrivere nella sua dichiarazione pubblica al momento di entrare in funzione. Per questa mancanza di linearità probabilmente i verdi francesi lo avevano già castigato una volta, quando si era presentato alle primarie ecologiste per la scelta del candidato alla presidenza, perdendole.

Restava comunque, per il francese medio, una persona molto popolare e in molti, credo, pensavano che se c’era uno capace di far avanzare la causa ecologista, questo era lui, data la forza che gli dava questa sua popolarità, che nessun altro ministro di Macron ha mai avuto.

In molti lo aspettavano al varco, soprattutto dopo il ruolo che aveva svolto, per il presidente Hollande, come inviato speciale alla Conferenza mondiale sul Clima delle Nazioni Unite (Cop 21) e dove rivestì un ruolo particolarmente importante nel “cucire” le divergenze tra i diversi paesi, al fine di raggiungere un punto di intesa sfociato nella firma dell’Accordo di Parigi. Molti osservatori pensavano che Macron, arrivato alla politica portato da Hollande, avrebbe messo il tema del cambio climatico e della realizzazione dell’Accordo Parigi molto in alto nella sua agenda, in modo da dargli una visibilità mondiale che è quanto di più ambisce il burattino della finanza. Adesso almeno è chiaro che anche quel patto, negoziato al ribasso, con obiettivi minimi e insufficienti, non sarà mai tenuto. Il tema ambientale e del cambio climatico, come oramai abbiamo capito ascoltando i tweet di Trump, non interessa (quasi) più nessuno.

In questi 15 mesi di presenza al governo, Hulot aveva già minacciato varie volte di andarsene, ma all’ultimo momento Macron riusciva sempre a trovare le parole giuste per tenerlo. Lo “coccolava”, come ripetono stamattina gli editorialisti, per poi pugnalarlo ogni volta dietro la schiena al momento degli arbitraggi del budget e delle scelte politiche. Si dice che la goccia finale sia arrivata l’altra sera quando, a una riunione all’Eliseo per tranciare sul tema della caccia (e della biodiversità connessa), sia arrivato anche un noto lobbista dei cacciatori che ha partecipato alla riunione senza esserne invitato e senza che il primo ministro trovasse nulla da ridire. Le conclusioni, alla fine, sono state ancora una volta a favore dei cacciatori e molti pensano, come lui stesso l’ha detto alla radio ieri mattina, che l’ingerenza di questo mondo di lobbisti non era più tollerabile per lui, uomo solo al governo, senza nessuno che lo appoggiasse, sia dentro il governo sia fuori nelle piazze.

Ed ecco quindi che, dopo tanti rospi, alla fine ha buttato la spugna. Da ieri pomeriggio i portavoce governamentali e i vari ministri interpellati, si ingegnano a dire che ha fatto un gran lavoro, che la sua autocritica è esagerata, ma che comunque la politica ecologista del governo va avanti con lui o senza di lui. Essendo stati colti di sorpresa, è chiaro che hanno difficoltà a trovare una strategia di risposta coerente. L’uscita di Hulot arriva in un brutto momento, sia per quanto riguarda l’agenda di riforme di Macron, sia perché mette in chiaro, da parte del numero 3 della gerarchia governamentale (questa era la posizione in classifica di Hulot) che sul tema ambientale non si è fatto granchè. Ma soprattutto, la frase chiara e netta di Hulot contro il modello economico attuale, causa principale dello regolamento climatico, lascia pochi margini di interpretazione. 

In queste settimane Macron si gioca il rientro dopo l’estate, un’estate turbolenta che a causa dell’affare Benalla gli ha imposto di fermare la discussione sulla riforma costituzionale. Macron si gioca molto: l’economia cresce meno del previsto e gli annunci del primo ministro di tagli alle pensioni non sono fatti per accontentare la Francia profonda e in più gli casca addosso questa tegola enorme. 

Il tutto in attesa della prossima, che sarà la dimissione della ministra della Cultura, Françoise Nissen, la capa di Acte-Sud, altro “trofeo” di alto valore simbolico preso da Macron al mondo progressista. Solo che la Nissen dovrà abbandonare a causa di un inchiesta della magistratura (ricordiamo che in Francia la magistratura è sottomessa al controllo politico) su affaracci legati all’ampliamento della sede parigina della sua casa editrice. Insomma, nulla di altisonante come Hulot, ma solo bassamente una storia di permessi e di soldi. 


Dedico questo a tutti quelli che hanno votato Macron, il burattino della finanza che piace tanto a Scalfari e a altri personaggi incredibili del mondo politico italiano, come quel senatore di Rignano.

lunedì 27 agosto 2018

Vaticano contro Vaticano: giorni difficili per papa Francesco



La lunga lettera con cui Mons. Viganò squaderna una serie di fatti e fattacci interni, difficilmente potrà essere risolta con la frase: “decidete voi!” che il Papa ha pronunciato quando gliene hanno chiesto notizie.

Che dietro ci sia il rancore dell’ex nunzio, può anche essere, che si senta l’odore tipico degli imbrogli di palazzo questo è sicuramente vero, data la tempistica di questa denuncia, che arriva con anni di ritardo e proprio nel mezzo dello scandalo americano.

Sta di fatto che ci sono alcuni punti da chiarire, come ben ricorda l’articolista della Stampa: http://www.lastampa.it/2018/08/26/vaticaninsider/lex-nunzio-negli-usa-vigan-il-papa-si-deve-dimettere-GD4OIe79fAWf1bRoqENZDM/pagina.html

Il problema con la lettera di Viganò è che trasuda di un’ideologia conservatrice e contro gli omosessuali che fa pensare più di un articolista che si tratti della dichiarazione di guerra contro tutto quel settore del mondo cattolico uscito dal Concilio Vaticano secondo. 

Che ci siano settori tradizionalisti interni che Vogliano la pelle di Papa Francesco è poco ma sicuro,    adesso almeno la guerra è dichiarata pubblicamente e il Papa dovrà difendersi in qualche modo. 

E qui sta il punto: se avesse scelto meglio certi suoi “collaboratori”, come l’arcivescovo di Osorno in Cile, fortemente sospettato di aver coperto moltissimi casi di pedofilia della chiesa cilena, prima difeso a spada tratta da Bergoglio (che l’aveva nominato) e poi costretto a chiederne le dimissioni di fronte all’ondata di protesta popolare nel paese, ecco se scelte di questo tipo non fossero state fatte, e se invece di tante belle parole fosse passato agli atti fin da subito, allora sarebbe più facile difendersi. Ma il punto è che da quando è stato eletto, a parte il caso Mc Carrick, non risulta che nulla di concreto sia stato fatto dal Papa su questi temi. Concreto vuol dire qualcosa di diverso e di più di mandare lettere e appelli vari. Voler farci credere che il potere del Papa sia così ridotto da non poter comandare nulla, sembra una linea di difesa molto debole. Papa Wojtyla comandava, eccome, e nessuno si sarebbe sognato di disobbedire ai suoi ordini. Quindi, mi vien da pensare che ordini non ce ne siano stati.

Basti pensare allo scandalo americano: se non fosse  stata l’inchiesta del procuratore Shapiro, nulla sarebbe trapelato. Tornando un momento sul Cile, dove Papa Francesco non aveva visto nulla (“portatemi le prove” fu la sua difesa al momento di lasciare il paese), forse adesso le prove gliele porteranno quelli della magistratura che sta indagando su 158 religiosi, vescovi, sacerdoti e diaconi in prima fila.https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_cile_abusi_pedofilia_magistratura_indagini_cardinali_vescovi_barros-3874873.html

Se non fosse la Chiesa Cattolica, ma una semplice setta, le galere sarebbero già piene di questi tristi figuri. Ma siccome la Chiesa va sempre difesa, eccoci qua a fare la faccia sorpresa per queste serie interminabili di scandali. Pensare che qualcuno che ha fatto tutta la sua “carriera” all’interno di questa organizzazione, fino ad arrivare al vertice, possa non aver mai sentito dire o conosciuto qualcuno di questi personaggi, sinceramente è difficile da credere.

Avessimo un governo minimamente rivoluzionario, la cosa più ovvia sarebbe di rimettere mano al Concordato!


domenica 26 agosto 2018

2018 L42: Isabel Allende - Il mio paese inventato



Feltrinelli, Universale Economica, 2004

Dopo tanta vita e tanti abbandoni, tanti libri scritti e tanta nostalgia, in questo libro Isabel Allende racconta il suo Cile, immaginato e sognato nella distanza. Il racconto disegna, sul filo di una memoria che aggira i fatti troppo intimi, un paesaggio interiore dove aleggiano gli spiriti dei defunti e dove i ricordi si sovrappongono senza un ordine cronologico. L'autrice fa rivivere le dimore ora scomparse, i paesaggi cancellati dall'edificazione urbana e le persone che hanno segnato la sua vita fino a quando è fuggita alla repressione della dittatura e si è stabilita prima in Venezuela e poi negli Stati Uniti.

Dato che il Cile è un paese che io e Christiane amiamo moltissimo, non sorprenderà se trovo questo libro molto ma molto bello. Sicuramente sarà nella Top.


sabato 25 agosto 2018

2018 L41: Marc Dugain - L'emprise


Gallimard, 2014

Un favori à l'élection présidentielle, le président d'un groupe militaro-industriel, un directeur du renseignement intérieur, un syndicaliste disparu après le meurtre de sa famille, une photographe chinoise en vogue... Qu'est-ce qui peut les relier ? Lorraine, agent des services secrets, est chargée de faire le lien. De Paris, en passant par la Bretagne et l'Irlande, pourra-t-elle y parvenir ? Rien n'est moins certain. Neuf ans après La malédiction d'Edgar, Marc Dugain nous offre une plongée romanesque sans concession au cœur du système français où se mêlent politiques, industriels et espions.

Un po' la stessa storia di Manotti e DOA, sempre presidenziali e il nucleare. Ma molto interessante, mi vien voglia di comprare e leggere il resto della trilogia. Potrebbe finire nella Top.

martedì 21 agosto 2018

2018 L40: Mo Yan - L'uomo che allevava i gatti




Einaudi, 1997

Figli di contadini, orfani, piccole creature senza famiglia: i bambini di Mo Yan sono al tempo stesso creature in carne e ossa e piccoli fantasmi che visitano le case degli adulti e le vaste campagne della Cina rurale. Anche se spesso sono schiacciati dalla violenza degli adulti e dalla brutalità delle regole sociali, e sembrano sempre sul punto di soccombere, conservano una loro leggerezza magica, una capacità di aprirsi dei varchi, delle linee di fuga, magari nel sogno e nella fantasia. La forza espressiva di questi racconti, che uniscono il realismo e la crudezza visionaria di "Sorgo rosso", sta nella loro capacità di dare rilievo drammatico allo scontro tra le due anime dell'uomo, quella misteriosa e incantata e quella miserabile e canagliesca.

Libro difficile da leggere. Tanti racconti sulla Cina rurale dimenticata. Ho dovuto mettermi d'impegno due volte per arrivare in fondo, forse perché non amo i racconti brevi, come questo libro  mi ha confermato.

2018L39: Dominique Manotti - DOA - L'honorable société


À la veille de l’élection présidentielle, des cambrioleurs dérobent l’ordinateur de Benoît Soubise, responsable de la sécurité au Commissariat de l’énergie atomique. Les choses tournent mal, Soubise est tué. Mais une webcam a filmé toute la scène... Le commandant Pâris de la Brigade criminelle se lance sur la piste d’un groupuscule 'écoterroriste', tandis qu’en haut lieu on le presse – un peu trop – de conclure son enquête. 'Quand deux excellents écrivains unissent leur talent pour nous proposer une histoire haletante et critique envers l’État. Un roman inclassable, où l’action le dispute à l’aventure, servi par des personnages plus vrais que nature.

L'avevo già letto anni fa ma mi è capitato in mano dopo aver seguito un'intervista della scrittrice Manotti, che mi piaciuta molto. Il libro è sempre bello, come la prima volta, ma siccome l'avevo già messo nella Top, questo giro salta. 

Macron, baisse ton pantalon



Extrait du discours devant le Parlement européen du 17 avril 2018:

“Notre partenaire américain, avec qui nous partageons tant, fait face aujourd'hui à la tentation du désengagement et du rejet du multilatéralisme, de l’enjeu climatique ou des questions commerciales. Ce modèle, j’en suis convaincu, est puissant comme aucun autre et fragile tout autant car sa force à chaque instant dépend de notre engagement et de notre exigence. Chaque jour, nous devons le défendre ensemble. Alors pour être à la hauteur de cet engagement, la première condition c’est la vérité et la responsabilité.”

L’envol lyrique du Président Macron a plu beaucoup à ses soutiens français et d’ailleurs, ceux qui voie en lui le seul espoir pour l’Europe de demain.

Malheureusement il y ensuite le Macron français, celui qui rentre chez-lui à la maison et force lui est de constater son impuissance sur tous les fronts principaux. La France, et derrière elle l’Europe, ne compte rien face aux diktats américains. Trump donne l’ordre et tous les autres (européens) obéissent, dernier en date le géant pétrolier Total, le “fleuron” de l’industrie française, celui qui ne paye presque rien en impôts en France mais que tout Président française s’obstine à montrer du doit comme l’exemple de la réussite  transalpine.

Trump a établi le 6 août une première série de sanctions contre Téhéran, suivie d'une deuxième en novembre qui ciblera le secteur pétrolier. Au delà de l’illégalité de cette démarche, contraire aux règles de l’organisation mondiale du commerce, comme l’a indiqué le Président chinois, la question est celle de l’indépendance de l’Union Européenne dans ce genre d’affaire. 

Total vient de déclarer qu’il s’en va d’Iran, malgré le “contrat du siècle” qu’il avait signé avec le gouvernement, une affaire de milliards d’euro (http://www.lepoint.fr/monde/sanctions-americaines-le-geant-petrolier-total-s-est-officiellement-desengage-d-iran-20-08-2018-2244588_24.php). Et cela quelques jours après que Bruxelles adopte un mécanisme juridique pour protéger les entreprises européennes qui continueront à commercer avec l'Iran, opposant une fin de non-recevoir aux demandes des États-Unis 


Morale de l’histoire: Macron baisse son pantalon, comme il était facile de pressentir, et la Commission confirme une fois de plus qu’elle ne compte rien.