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venerdì 9 febbraio 2024

Trattori, agricoltori, crisi

 

Capirci qualcosa nella protesta degli agricoltori non è cosa facile, come scriveva Il Post alcuni giorni fa (https://www.ilpost.it/2024/02/02/proteste-agricoltori-italia-richieste/). Cerchiamo di andare per punti, il primo dei quali è: di chi stiamo parlando. I numeri sono conosciuti e sono stati ricordati: più di 1 milione e centomila aziende attive (ottobre 2020 -Istat) che, comparate con quelle del 1982, indicano che due aziende su tre sono scomparse. Se poi andiamo ancora più indietro, al primo censimento Istat del 1961, allora erano circa 4 milioni e 300 mila. Per semplificare il discorso possiamo prendere quella data come l’inizio della accelerazione della cosiddetta modernizzazione del settore agricolo.

 

Ricordiamo che noi, come altre regioni dell’Europa, uscimmo dalla seconda guerra in brache di tela, come dicono dalle mie parti, cioè con una mano davanti e l’altra dietro, insomma: fame!

 

L’arrivo degli americani, con l’inizio della guerra fredda, ci ha portato a giocare nel loro perimetro che, nel settore agricolo, era molto più sviluppato di quello nostrano europeo. Dimensioni delle aziende maggiori, meccanizzazione spinta, infrastrutture stradali, elettriche diffuse ovunque, assistenza tecnica pubblica (gratuita), una presenza già elevata di prodotti chimici (fertilizzanti e pesticidi) e una ricerca agricola che aveva messo a disposizione varietà migliorate molto più produttive delle nostre.

 

La questione dei prodotti chimici merita una piccola nota. Munizioni ed esplosivi necessitavano grandissime quantità di azoto e fosforo che, alla fine delle ostilità, si sono ritrovate nei magazzini dello zio Sam. Insistere per la chimizzazione dell’agricoltura, americana ed europea, era una maniera semplice di liberarsi delle enormi scorte disponibili. La chimica si portava dietro la meccanica (trattori e compagnia) e la ricerca di varietà nuove che sfruttassero questi prodotti, col risultato che il differenziale produttivo fra un farmer americano e uno del mediterraneo era, all’epoca, di 30 a 1. Finché si giocava in campionati diversi, loro di là e noi di qua dall’oceano, non ci si preoccupava troppo.

 

La fine della guerra però portò anche una forte accelerazione dell’integrazione dei mercati dei paesi occidentali (il Sud del mondo era ancora colonia e quelli dell’Est non avevano neanche gli occhi per piangere). Mercato unico significava dover competere gli uni contro gli altri e su questo torneremo in seguito.

 

La trasposizione del modello americano a casa nostra (europea), funzionò molto bene e in soli 15 anni passammo da una situazione di morti di fame (esagerando eh!) a potenza autosufficiente. Vero è che la spinta americana venne colta in modo diverso da paese a paese. Ci furono paesi, come la Francia per esempio, che spinsero per aumentare le superfici medie delle aziende, facilitando l’ingresso massiccio della chimica e della meccanica, e mettendo la ricerca pubblica al servizio di questo modello: ridurre le varietà (e la biodiversità) a favore di poche varietà con caratteristiche simili che si potessero meccanizzare. Il concomitante sviluppo industriale permise di recuperare la mano d’opera contadina in uscita dal settore, il tutto accompagnato da politiche pubbliche settoriali (remembrement), frutto di una visione che, può piacere o meno, andava verso la creazione di un settore di agri-business che potesse competere con quello, in espansione, americano.

 

Noi seguimmo un’altra strada, senza visione di futuro ma centrata sui benefici elettorali immediati per il partito al potere, la DC. La paura del Partito Comunista era la scusa principale, soprattutto alla luce anche dei moti agrari nel Sud e la spinta per una riforma agraria. La Coldiretti di Bonomi si incaricò di irregimentare gran parte del mondo agricolo fatto di piccole e piccolissime aziende, così da renderle dipendenti dalle prebende del potere politico. Non si cercava la dimensione economica che potesse competere nel nuovo mercato che iniziava a formarsi (europeo e mondiale) ma di tenersi stretta una massa di voti che, negli anni d’oro, arrivò ai 5 milioni (per mamma DC). Dinamiche che ho visto personalmente all’opera, avendo lavorato durante gli anni dell’università, nella sede provinciale di Vicenza della Coldiretti.

 

Gli anni 60 vedono l’inizio della competizione tra questi due agro-sistemi: americano (già ben formato) ed europeo (in via di formazione). Competizione che, a mano a mano che si aprivano nuovi mercati nei vari Sud del mondo, diventa sempre più brutale, usando mille trucchetti per fregare l’altro. Noi europei però avevamo iniziato anche una competizione interna, a scapito di paesi, come quelli dell’area mediterranea, che avevano preferito il bonus politico all’onere di politiche di modernizzazione come i paesi oltralpe.

 

Ecco perché in pochi decenni, il differenziale produttivo tra gli i più forti e gli altri, si è allargato a livelli stratosferici. Stime di quasi una trentina di anni fa davano un gap di 1 a 500 (produttività netta) fra i più produttivi (del nord) e quelli dei PVS. Noi, italiani, eravamo la in mezzo, con un differenziale che è aumentato nei confronti di paesi come la Francia. Non parlo nemmeno del differenziale interno, fra pianura padana e zone agricole del Sud. 

 

Per chi ha buona memoria, quegli sono gli anni dei Montanti Compensativi Monetari, sovvenzioni o imposizioni applicate alle transazioni commerciali di prodotti agricoli tra i paesi membri della Comunità europea in ossequio alla politica agricola comunitaria. Il ricordo personale va alle montagne di frutta che veniva distrutta con i trattori (eh sì, sempre quelli), per mantenere i prezzi stabili.

 

La logica nostra era sempre la stessa: votare la DC in cambio di qualche protezione, prima del bilancio pubblico e poi dalla PAC. La nostra presenza a Bruxelles rasentava il ridicolo, come ben sanno gli specialisti di una certa età: arrivammo a presiedere (1970), per la prima volta, la Commissione europea con Franco Maria Malfatti, il quale preferì mollare tutto poco più di due anni dopo (1972) per concorrere alle elezioni italiane, lasciando uno spazio che altri occuparono meglio di noi (olandesi e francesi). I paesi forti facevano lobbying agguerrite (e portavano a casa leggi, sussidi e quanto altro gli servisse), e a noi restavano le briciole. 

 

Con la caduta del Muro (1989) e la dissoluzione dell’URSS (1991) la situazione non cambiò molto, in superficie. In realtà la presa di potere delle grosse multinazionali dei vari settori (chimici, meccanica…) era già diventata evidente per chi volesse vederla, così come i danni all’ambiente e alla salute che il sistema agricolo dominante nel nord infliggeva a tutti e a tutte, contadini/e o meno. Non parlo nemmeno della distruzione sistematica delle agricolture del Sud che, grazie alla dominazione dell’agribusiness americano ed europeo, accompagnato da politiche protezionistiche allo scopo di farci la guerra tra di noi, impedirono qualsiasi possibilità di creare dei sistemi agrari solidi ed indipendenti nel Sud del mondo.

 

Arriviamo quindi ai giorni nostri: il differenziale produttivo fra noi e le agricolture del nord Europa, che abbiamo contribuito a costruire con le nostre non-scelte politiche, è diventato sempre più problematico da gestire. Inoltre, all’interno del mondo agricolo europeo, la stessa dinamica differenziale ha fatto sì che i soldi messi nella PAC andassero a finire in misura crescente nelle mani della fetta, sempre più ridotta, di grandi aziende – nord Europa ma anche Italiane. 

Nel frattempo, la trasformazione dei contadini in operai indebitati era stata completata. La figura del contadino (e contadina, occhio), cioè di una persona che si preoccupa del territorio (Fossi e cavedagne benedicon le campagne, scriveva Carlo Poni nei primi anni 2000) della sua biodiversità, di produrre cose “genuine”, insomma, il mito del Mulino Bianco, era diventata quella di persone indebitate fino al collo per l’acquisto di macchinari sempre più grandi, sommersi da una burocrazia che, per i quattro spiccioli che ricevevano, domandava loro una montagna di carte, con difficoltà crescenti per aumentare le superfici dato che il prezzo della terra saliva, e solo i grossi produttori industriali potevano permetterselo, il tutto continuando a produrre secondo le indicazioni di mamma Coldiretti e dell’Informatore Agrario. Noi Tecnici agricoli o Agronomi, formati nei primi anni 80, eravamo formattati con la visione dell’agricoltura moderna: chimica (tanta) e trattori. 

 

La manna della PAC ha cominciato a ridursi e a cambiare. Piaccia o meno, la sensibilità “ambientale” era arrivata anche ai politici e a Bruxelles, nonché la necessità di ridurre i fondi disponibili, perché, con la storia del Consenso di Washington e l’obbligo di privatizzare e ridurre il ruolo dello Stato (grazie Reagan e Thatcher), bisognava spendere meno.

 

Meno soldi, che però andavano sempre in maggioranza a favore dei più ricchi, e una sensibilità ambientale che iniziava a farsi sentire. Noi italiani (ma probabilmente non da soli) abbiamo pensato che potessimo fregare i burocrati di Bruxelles, taroccando i prodotti (chi si ricorda il vino al metanolo?) oppure non rispettando le quote latte che erano state negoziate ed accordate. Ricordate che spingeva perché non si pagassero le multe che, giustamente, venivano inflitte a questi furbastri agricoltori padani? La Lega del vostro amico Salvini e del papà Bossi.

 

Non ricordo di aver mai sentito i grossi sindacati degli agricoltori lamentarsi o, ancor meglio, lottare e fare lobbying contro la Grande Distribuzione Organizzata. Nemmeno ricordo averli mai sentiti schierati a favore di una transizione ecologica che era evidente dai primi anni settanta. Hanno preferito sempre vivere nell’illusione del breve e brevissimo periodo, cioè gestire urgenze, chiedendo elemosine per tirare avanti (secondo il famoso detto Andreottiano per cui era meglio tirare a campare che tirare le cuoia).

 

L’unica novità, emersa fuori dagli schemi politici, è stata l’agricoltura biologica nelle sue varie declinazioni. Poi è arrivato anche il movimento Slow Food a rimettere all’ordine del giorno la questione della genuinità dei prodotti (antichi e da preservare), con un’agenda che cerca di riportare in auge l’idea che mangiare bene e sano, pochi grassi e tanta verdura, può allungarci la vita anche perché il territorio viene gestito meglio.

 

La crisi attuale arriva quindi da lontano e, se tanto mi da tanto, non cambierà nulla una volta passata la buriana. Poco centra il governo Meloni, perché non è che quando c’era il centro sinistra si sia spinto per riequilibrare i rapporti di potere nelle negoziazioni con la GDO, oppure per far cambiare la PAC in direzione “verde”. 

 

Gli agricoltori – confermando che oramai sono clonati dentro la visione di brevissimo periodo - chiedono al governo di Giorgia Meloni di mantenere in vigore altre agevolazioni fiscali di cui per anni hanno potuto beneficiare. Con la legge di bilancio per il 2024 il governo non ha confermato l’esenzione per i redditi agricoli dall’IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, che era in vigore dal 2017: gli agricoltori dovrebbero quindi tornare a pagare l’aliquota ordinaria. Il condizionale è d’obbligo perché alla fine Meloni cederà su questo.

Chiedono anche un netto cambio nelle politiche agricole europee. Se la prendono con le timide decisioni di cominciare ad occuparsi della sterilizzazione crescente dei suoli agricoli. Scriveva anni fa la FAO (2015): “Oggi il 33% del territorio risulta da moderatamente ad altamente degradato, a causa di erosione, salinizzazione, compattazione, acidificazione e inquinamento chimico dei suoli”. La situazione è solo peggiorata, ma questo sembra non interessare i manifestanti. Il Green Deal vuole ridurre l’uso dei prodotti fitosanitari che in Italia (dati Istat 2020) ammontano a 122.000 tonnellate l’anno. Detto in altre parole: grazie a questi produttori noi non stiamo mangiando sano: mangiamo cibi avvelenati che accorciano la vita. In Italia non si lamentano (come in Francia) per il prezzo del gasolio agricolo, dato che già beneficia di accise ridotte. Si lamentano, davanti ai ministeri dell’agricoltura o le prefetture (in Italia e in Europa), dei prodotti che importiamo dall’Ucraina per aiutare questo paese che è in guerra per salvare il culo all’Europa. Ma allora perché non vanno a manifestare davanti alle ambasciate russe? Sarebbe più corretto!

Infine, si lamentano della concorrenza (secondo loro sleale) dei prodotti importati che arrivano con meno obblighi sanitari. Interessante e parzialmente corretta questa richiesta. Bisognerebbe però che innanzitutto si guardassero dentro casa propria perché, come dicevo sopra, noi europei, assieme agli americani e poi gli altri grossi produttori mondiali, abbiamo fatto una concorrenza totale e sleale nei confronti di tutte le agricolture contadine del Sud, riducendole ai minimi termini, provocando l’esodo di milioni di persone, impoverite e facili prede dei movimenti islamici terroristici. Anche qua, lo posso dire per aver toccato con mano i disastri prodotti dalle sovvenzioni alle esportazioni di pomodori italiani in scatola che arrivavano nell’altipiano centrale dell’Angola, quando ancora c’era la guerra, primi anni 2000, a prezzi talmente irrisori che i pochi contadini locali non potevano vendere nemmeno un pomodoro perché il loro costo di produzione, per quanto basso, non poteva competere.

Insomma, grazie ai vostri sindacati e alle forze politiche che avete votato, il sistema agroalimentare italiano è arrivato davanti al muro. Ripeto, non è che a sinistra le cose stiano meglio, ma certo con questa banda di bras cassés come dicono i francesi, è chiaro che non si andrà da nessuna parte.

Va bene battersi contro il caporalato e il lavoro nero in campagna. Ma se i produttori non hanno un prezzo minimo garantito, non ce la potranno mai fare. Quindi politiche pubbliche che vadano nella direzione di forzare la mano alla GDO, fissare dei prezzi minimi per tipo di produzione, incentivando chi usa metodi agro-ecologici (con prezzi maggiori) e in parallelo una ricerca di alleanze in Europa per cambiare la PAC e togliere tutti i sussidi ai grandi produttori, liberando risorse per l’agricoltura contadina che ancora resiste, ecco un’agenda minima di lavoro. A questo si può e si deve aggiungere la protezione della biodiversità, il recupero dei suoli e dell’acqua.

Abbiamo fior fiore di economisti in Italia. Possibile che non si possa stimare quanti soldi verrebbero risparmiati alla salute pubblica con politiche di questo tipo? Soldi che andrebbero girati al ministero dell’agricoltura e dell’ecologia, per ricompensare chi fa questo lavoro.

I soldi non mancano. Lo abbiamo visto con la crisi Covid. I soldi ci sono ma vanno nelle mani sbagliate. Il problema che queste mani sono quelle che hanno il potere, a Roma come a Bruxelles, per cui un’agenda come quella sopra, non la farà mai questo governo (ma ho molti dubbi anche se andasse su un governo dell’opposizione).

Ricordiamoci che per gestire tutta la storia dei migranti (che noi europei contribuiamo a generare con le nostre politiche non solo agricole, ma anche militari ed energetiche), spendiamo una montagna di soldi ogni anno. Se vogliamo che la gente resti a casa sua, devono avere un reddito sufficiente, e siccome alle origini sono contadini e contadine, dovremmo cessare di distruggere le loro agricolture e impegnarci a ricostruirle.

Solo cercando un equilibrio più globale staremo meglio tutti. Ma se invece pensiamo che con queste 4 fregnacce che il governo mollerà ai “trattori” abbiamo risolto qualcosa, allora buonanotte. Io ho cercato di spiegarvelo in sintesi, poi fate voi.

 

martedì 9 gennaio 2024

Measuring Credibility and Trust: The Key Elements in Humanitarian-Development Peace Nexus (HDPN) Operations

Questa mattina ci è arrivata la conferma della pubblicazione del nostro articolo (con Marco D'Errico e Marco De Gaetano) sulla questione dell'indice di Credibilità percepita. La rivista è: African Journal of Economic Review

L'articolo è disponibile, in accesso libero, qui: https://www.ajol.info/index.php/ajer/article/view/262041

Le riflessioni iniziali furono originate dal gran lavoro di terreno svolto da Marco De Gaetano nell'Abyei Box fra Sudan e Sud-Sudan nel 2016, mettendo in pratica la nostra proposta metodologica per uno sviluppo territoriale negoziato. 

La proposta è diretta a quelle agenzie, ONU in particolare, ma non solo, impegnate nelle operazioni di emergenza, ma che riflettono a quello che dovrebbe venire dopo, il post-emergenza o pre-sviluppo se così vogliamo chiamarlo. 

Buona lettura.


domenica 3 dicembre 2023

Qualcuno spieghi al Papa che la fame nel mondo non dipende dai soldi


 Papa Bergoglio deve essere circondato di persone che capiscono molto poco della questione legata alla fame nel mondo. Il suo appello per un “fondo per la fame nel mondo” veicola la vecchia idea che la fame vada debellata con i soldi. Soldi di chi, poi? Dei paesi del Nord che, una volta ancora, farebbero l’elemosina a quelli del Sud, affamati, perché possano comprare i nostri prodotti.

 

Questa è esattamente la posizione che la destra repubblicana americana aveva difeso quando il Direttore Generale della FAO Jacques Diouf indisse il World Food Summit nel 1996. Io c’ero e ho letto la lettera che mandarono alla FAO dicendo che non servivano questi summit perché tanto il Nord poteva dar da mangiare ai poveri del Sud (sottinteso: bastava lasciar continuare l’agribusiness a produrre cibo spazzatura come già facevano da tempo). Che il Papa riecheggi queste posizioni è molto ma molto preoccupante. Io spero che i ragazzi e le ragazze dell’iniziativa Economia di Francesco e Clara (EOFC), in particolare il nostro gruppo Agricoltura e Giustizia, faccia presente dall’interno del circuito papale che non si possono dire certe cose.

 

Eppure il Papa avrebbe potuto rileggersi il documento prodotto dalla Santa Sede “Per una migliore distribuzione della terra – la sfida della riforma agraria” (https://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/justpeace/documents/rc_pc_justpeace_doc_12011998_distribuzione-terra_en.html) nel lontano 1997. Lo scopo di quel documento, come è scritto nel primo paragrafo è di “aumentare e accelerare la consapevolezza dei drammatici problemi umani, sociali ed etici causati dal fenomeno della concentrazione e dell'appropriazione indebita delle terre. Questi problemi ledono la dignità di milioni di persone e privano il mondo della possibilità della pace.”

 

Insomma, il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace spiegava in modo chiaro che fame e pace sono temi legati all’ingiusta ripartizione delle terre e alla necessità di spingere per le riforme agrarie. A questo oggi potremmo aggiungere tutta la questione del controllo dei mercati, dei prezzi, delle catene di valore, nonché le imposizioni doganali ai produttori contadini del Sud e via dicendo. Per chi ancora non avesse capito, la fame (e la pace) sono problemi politici, non di mancanza di soldi.

 

Noi (Nord) continuiamo a fare l’elemosina, sia con le nostre Cooperazioni bilaterali che attraverso le agenzie ONU (FAO), ma blocchiamo ogni tentativo di parlare delle cause strutturali. Quando uscì quel documento, venne accolto da una approvazione mondiale di tutte le forze progressiste. Io provai a proporre che il Cardinale Etchegaray fosse invitato a presentare questo documento in FAO, ma dai miei superiori mi venne detto che non era una buona idea. E non se ne fece nulla.

 

Oggi sembra che il Papa abbia dimenticato questa posizione della Chiesa, tanto che non parla più di riforme agrarie ma si accontenta di generici appelli all’armonia tra l’Uomo e la Natura (Laudato Sì). 

 

Già erano poche le forze progressiste rimaste (e ricordo ancora una volta che si tratta di forze e movimenti che non hanno mai voluto difendere l’uguaglianza di genere al loro interno), adesso abbiamo capito che da questa Chiesa non c’è nulla da sperare. 

 

A voi ragazze e ragazzi del gruppo Agricoltura e Giustizia, che vi battete sul terreno, dico solo di far sentire la vostra voce, in maniera forte e pubblica.

sabato 21 ottobre 2023

Israele e i palestinesi: “la enmarañada cuestión de la tierra”


 

Titolavo così, parecchi anni fa, un documentario realizzato con Massimiliano Fabrizi e Carolina Cenerini che esplorava l’intricata questione della terra nel Paraguay del neo-presidente eletto Fernando Lugo.

 

A quei tempi il presidente mi aveva chiesto di lavorare con lui su questo tema, per cercar di venir fuori da un problema figlio del colonialismo europeo e che condannava una maggioranza di contadini e contadine, e una larghissima maggioranza di indigeni, a una miseria sempre più grave.

 

Lavorammo intensamente, facendo intervenire altri amici che avevano lavorato con la prima presidenza di Lula in Brasile, alla ricerca di un possibile terreno di intesa fra le parti in causa. 

 

Alla fine non se ne fece nulla per delle ragioni che mi sono tornate in mente in questi giorni dopo il terribile assalto terroristico di Hamas.

 

Aggiungo anche che una decina d’anni fa fummo chiamati (come FAO) a formulare un progetto sulle questioni di acqua e terra, nei territori palestinesi, per cui avemmo l’occasione di incontrare vari responsabili dell’Autorità Nazionale Palestinese (il cui capo è sempre Abu Mazen), assieme a una collega FAO, di origine palestinese, profonda conoscitrice delle dinamiche di potere locali, dato che le avevano proposto di entrare nel governo dell’ANP.

 

Riassumendo la situazione, oggi sabato 21 ottobre. Dal momento del primo attacco sono già passate quasi due settimane e, passato la prima ondata di sdegno mondiale e appoggio totale ad Israele, assistiamo, impotenti, a una reazione, comprensibile, sconclusionata fatta di bombardamenti, morti civili a bizzeffe e ordini di spostamenti della popolazione di Gaza che risuonano come i diktat delle peggiori dittature. L’ultimo missile, di chiare origini israeliane, arrivato sulla chiesa ortodossa, con 17 morti, non fa altro che peggiorare una situazione che va velocemente verso il peggio.

 

In Israele, le forze che appoggiano il governo di Bibi Netanyahu sono quelle più a destra che si possa immaginare. Per loro, come per Bibi, la vera, unica soluzione, sarebbe di ammazzarli tutti, Hamas e palestinesi, così che tutto il territorio venga messo sotto il controllo degli ebrei di Israele.

 

Bibi, rendendosi conto che non ha un futuro brillante davanti a sé – dovrà dimettersi alla fine di questa “guerra” e troverà probabilmente i giudici pronti a metterlo in galera per tutte le storie di corruzione che si porta dietro – è molto tentato dall’avventura terrestre, cioè l’invasione.

 

Essendo incazzato nero, ed ascoltando solo quelli che lo sono come e più di lui, questo scenario domina da parecchi giorni.

 

Biden se n’è reso conto, e per questo ha fatto questa inusuale visita a Tel Aviv in tempo di guerra per mettere Bibi e il suo governo sull’attenti: non rischiate una invasione perché andrà a finire come per noi in Afghanistan. Consiglio saggio, che però non sbroglia la situazione. In più, schierandosi senza sì e senza ma dalla parte israeliana, Biden perde molti punti nello scenario di un eventuale processo negoziale futuro. Gli USA non possono parlare con Hamas, men che meno Israele, per cui devono trovare qualche altra pensata.

 

Da quanto sappiamo dai giornali, Bibi non ha nessun piano concreto per il “dopo”. Supponendo che l’invasione vada benissimo, che non muoia un solo soldato/soldatessa israeliana e che invece vengano distrutti quelli di Hamas – e gran parte delle infrastrutture civili della fascia di Gaza, la domanda del cosa Israele voglia fare dopo è totalmente senza risposta.

 

Una occupazione permanente, tipo un regime di apartheid sudafricano, viene scartata da molti israeliani, quelli stessi che, anche da un angolo progressista, hanno difficoltà ad ammettere che la sola soluzione di medio-lungo periodo sia quella dei due stati: Israele e Palestina.

 

Lo ha detto Biden, lo ha ripetuto Mattarella, il Papa ed anche i cinesi. Ma non sono in molti a dirlo in Israele. Poche voci che non hanno un seguito popolare molto ampio.

 

Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti che ogni giorno che passa, senza questa temuta invasione, non fa altro che portare acqua al mulino Hamas. Le manifestazioni in quasi tutte le piazze arabe, hanno convinto tutti quei regimi poco democratici a non sfidare il proprio popolo, mettendosi anche loro dietro le bandiere palestinesi. Ma questo appoggio popolare alla Palestina porta con sé anche un appoggio, delle frange estremiste, ad Hamas.

 

Se Israele non interviene, come ha detto fin dal primo giorno, con frasi tonitruanti, rischia di far passare il messaggio che Hamas ha vinto. 

Se Israele interviene, è abbastanza sicuro che, anche vincendo militarmente, rischia di mettere fuoco alle polveri per l’intera regione.

 

Quindi, che fare? La Cina, il Papa e Mattarella hanno espresso chiaramente la loro posizione: due stati, basati sui confini internazionali (cioè quelli del 1967) e poi sedersi a negoziare.

 

Già la prima parte, ce ne rendiamo conto, sembra difficile finché in Israele comandano i religiosi ed i fascisti alleati di Bibi. Ricordiamoci che tornare a quelle frontiere, le uniche riconosciute, significherebbe dover abbattere tutti gli insediamenti illegali promossi da Israele, da Sharon e in particolare da Bibi in questi anni. Altra polveriera, difficile da disinnescare.

 

Ma poi, sedersi con chi? La Cina parla con Hamas, per cui lei potrebbe fare questo primo miracolo, come ha già fatto con la firma degli accordi tra Iran e Arabia Saudita, cioè portare a una apertura di negoziazione che contempli Israele, ANP, Hamas e i vari paesi internazionali indispensabili per calmare le acque: USA, Inghilterra, EU – dalla parte Israeliana, vari paesi arabi, con Egitto, Arabia Saudita e Giordania in testa, in seconda fila l’Iran e il Libano, nonché la Russia e la Cina. Un posto speciale potrebbe andare a Papa Francesco, come autorità morale, per facilitare l’inizio del dialogo.

 

Un processo di questo tipo, che già sembra molto ma molto complicato, avrebbe da affrontare, oltre la questione delle terre da restituire da parte Israeliana, anche la questione dirimente di Hamas che, semplicemente, non accetta l’esistenza di Israele, sic et simpliciter.

 

Quindi si ritorna al ruolo cruciale di una autorità palestinese che, nel libro dei sogni, dovrebbe prendere in carico l’amministrazione di Gaza dopo che Hamas sia stata annientata.

 

Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che oltre le colonie illegali degli israeliani, una questione di fondo che è una mina vagante dal 1967, riguarda il controllo dei bacini idrici del Giordano, di “proprietà Giordana e Palestinese” di cui Israele si è impossessata dopo la rovinosa guerra dei sei giorni del 67 e la perdita delle alture del Golan. Lo stesso problema esiste a Gaza: l’acqua sottoterra se la prendono gli israeliani, e dovrebbero restituire anche quella.

 

Insomma, ci vorrebbe un miracolo perché Israele cominci seriamente a pensare a un futuro di pace e stabilità, perché dovrebbe pagarne un prezzo molto alto, anche se inevitabile se si vuol venirne fuori.

 

Dall’altra parte però la situazione è ancora peggiore. 

 

La nostra esperienza quando andammo a preparare il nostro progetto, fu la constatazione che il problema da cui partire, nelle condizioni storiche date, era quello che un mio amico cileno ha così ben riassunto: “primero, ordenar en su casa”. Mettere ordine in casa propria.

 

Il livello di corruzione, incompetenza, nepotismo che domina nelle istituzioni palestinesi, era talmente forte che la nostra proposta, di partire da un lavoro di rafforzamento democratico e trasparente delle istituzioni responsabili per l’acqua e la terra, venne scartata e non se ne parlò più.

 

Nascondere il problema sotto il tappeto, è quello che l’ANP ha fatto fino ad oggi, rendendo palese al mondo intero la mancanza totale di credibilità agli occhi della stessa popolazione della Cisgiordania. Non parliamo poi di Gaza dove, anche senza le esazioni di Hamas, pare evidente che l’appoggio a Abu Mazen raggiungerebbe cifre uguali a quelle del partito di Renzi.

 

Ma Abu Mazen e i suoi non vogliono (non possono?) lasciare il potere, perché il loro futuro personale potrebbe essere molto compromesso. Ma finché restano, non esiste nessuna speranza di poter pensare al dopo.

 

Chi potrebbe imporre alla dirigenza di ANP di farsi da parte e partire in esilio da qualche parte, così da lasciare campo libero a nuove forze – di cui non sappiamo nemmeno se esistono? Di certo non gli americani, e probabilmente nemmeno i Cinesi. Ma se non salta fuori qualcuno a fare questa pulizia, non vedo proprio da che parte si possa cominciare.

 

Israele deve rispondere velocemente, magari – sotto il controllo americano – faranno meno danni dei tanti che già stanno facendo, ma nello schema della Realpolitik, questo passerebbe come una risposta “misurata”. Ma non possono entrare e restarci per molto, pochi giorni, una-due settimane al massimo, ma poi bisogna fare spazio al “dopo”. 

 

E secondo me, il “dopo” nasce dalla sostituzione di Abu Mazen ed i suoi, con una nuova “governance” democratica e meno patriarcale, mettendo magari una donna al comando, ed io un nome ce l’avrei: Hanan Ashrawi (vi invito a leggere questo articolo: https://www.assopacepalestina.org/2023/09/14/hanan-ashrawi-ho-detto-ad-arafat-israele-ti-promette-un-pollice-e-non-ti-da-un-millimetro/).

 

Partire da lì e poi sperare che gli altri miracoli si materializzino. 

Certo che, se tutto questo succedesse, i rapporti internazionali ne uscirebbero molto cambiati, probabilmente molto più multipolari (con un ruolo maggiore della Cina), ma forse tutto questo permetterebbe di calmare le acque anche altrove.

Tutto questo è però un sogno. Che Israele inizi concretamente quei cambiamenti di cui parlavo sopra, che l’ANP sia sostituita da persone nuove, femminili, e che si trovi un modo per negoziare e concordare una via d’uscita che non sia come gli accordi di Oslo, sembra realmente un sogno. 

 

 

 

 

lunedì 22 maggio 2023

Dall’operaio massa al/la contadino/a massa

 

Tronti, il padre dell’operaismo, così definiva l’operaio massa: quel lavoratore generico di linea, privo di competenze particolari, responsabile di una piccola funzione all’interno del processo produttivo automatizzato. 

 

L’operaismo di Tronti, in virtù della coappartenenza tra soggetto luogo ed epoca, si basa sull’unità tra classe operaia, fabbrica e modernità. A partire da qui si può generare il conflitto rivoluzionario, l’unico in grado di rovesciare il sistema capitalistico (https://effimera.org/la-classe-primo-secondo-operaismo-operaio-massa-operaio-sociale-confronto-daniele-ilardi/).

 

L’idea di fondo quindi era di appoggiarsi sulla mitica classe operaia, intesa come un unico insieme (di individui maschi) per rifare il mondo.

 

Oggi, nel mondo (non più solo agrario), assistiamo a un processo che ha alcune similitudini, ma anche molte differenze (in peggio).

 

Se l’operaio massa era e restava un generico lavoratore, per il/la contadino/a massa è ben peggio. Con un livello di indebitamento crescente, il/la contadino/a, inizialmente proprietario dei suoi mezzi di produzione (cosa che, agli occhi dei socialisti-comunisti ne faceva un capitalista), progressivamente ne perde la proprietà (che appartengono oramai alle banche) ma ne diventa schiavo. Senza quei mezzi di produzione, non esiste più il/la contadino/a. 

 

Possiamo inserire tra i suoi “mezzi di produzione” le sementi che, annualmente, venivano scelte tra le migliori varietà produttive dell’anno precedente, e ripiantate (così da realizzare anche un processo di miglioramento selettivo “on-farm”). 

 

Inoltre, il/la contadino/a, storicamente aveva delle conoscenze e quindi competenze molto allargate e specifiche. Per lui/lei era fondamentale occuparsi della biodiversità locale, dato che era alla base dell’equilibrio tra produrre e riprodurre.

 

Insomma, non si poteva inventarsi contadini/e, bisognava averlo fatto per lunghi anni, per conoscere il territorio, il clima, le sementi, gli animali, il mercato e tutto il resto. L’operaio non aveva nessuna competenza particolare: lo mettevi alla catena di montaggio e lì stava, a ripetere gesti consueti che non necessitavano un’intelligenza particolare.

 

Il/la contadino/a invece è stata progressivamente defraudato/a delle sue competenze, attraverso la progressiva standardizzazione delle varietà da produrre, degli itinerari tecnici, dei prodotti chimici da impiegare e dalle forme di accesso al mercato sempre più dominate da forze esterne. Inoltre, per la sua sola sopravvivenza, il/la contadino/a doveva cercare di aumentare la sua superficie produttiva nonché la produttività, dato che i prezzi che gli venivano riconosciuti hanno una tendenza più che secolare al ribasso.

 

Questo/a contadino/a massa, da sempre sfruttato più e peggio degli operai massa, è sempre stato cancellato dalle analisi politiche delle forze cosiddette “progressiste”, che fin dagli albori dei loro dibattiti, hanno dimostrato di non capirne nulla della specificità contadina (H.G. Lehmann, 1977. Il dibattito sulla questione agraria nella socialdemocrazia tedesca e internazionale: dal marxismo al revisionismo e al bolscevismo, Feltrinelli).


Ancora oggi nessun partito rilevante nell’agone politico nazionale o europeo, si preoccupa di capire cosa stia succedendo in questo mondo. Io ho cercato di sintetizzare i processi in corso dalla fine della seconda guerra mondiale nel libro sulla Crisi agraria ed eco-genetica pubblicato nel 2020 da Meltemi. Qui vorrei solo ricordare l’attacco attuale, sul quale magari ritornerò in futuro, quello che va sotto il nome della Digitalizzazione in agricoltura.


Come ce lo ricordano i ricercatori dell’ETC Monitoring Power and Technology, “affrontiamo la tempesta di crisi legate al cambiamento climatico, alla biodiversità e ai sistemi alimentari”. I patriarchi delle Big Tech (Gates, Bezos, …) sono alla guida della digitalizzazione e dell'agenda "technofix". 


Per capirci bene: una "technofix”" è lo sviluppo di un prodotto o di un intervento tecnologico di proprietà privata (e redditizio), che si suppone sia destinato ad affrontare un problema sociale o ambientale, ma che non risolve in alcun modo le cause alla base di tale problema, che di per sé può essere stato creato da un precedente fallimento tecnologico.


Sappiamo bene oramai che la pandemia legata al Covid ha gravato sulle donne e su altre persone in modi senza precedenti: le case sono improvvisamente diventate scuole e uffici, per quanto piccoli; l'economia dell'assistenza ha imposto oneri e responsabilità ancora più pesanti e spesso non ricompensati alle donne e ad altre persone che si occupano di assistenza in tutto il mondo, tra cui madri, casalinghe, insegnanti e infermiere; e la violenza domestica è aumentata vertiginosamente.


Allo stesso tempo, la pandemia ha avvantaggiato i settori della tecnologia digitale e dell'agricoltura e dell'alimentazione industriale. Nel 2020 la maggior parte dei maggiori colossi mondiali dell'alimentazione e dell'agricoltura ha visto aumentare le vendite e i profitti, mentre quasi un miliardo di persone soffriva la fame e i raccolti fallivano.


Ricordiamo che le più grandi tecnologie e piattaforme digitali del mondo sono state tutte fondate da uomini, la maggior parte dei quali bianchi e provenienti dal Nord globale (soprattutto dagli Stati Uniti). 


Le aziende tecnologiche digitali da loro fondate perpetuano il patriarcato, esaltando gli uomini come geni, imprenditori che si sono fatti da soli, mentre le donne rimangono in secondo piano come minoranza nella gerarchia aziendale. Queste aziende adottano anche un approccio estrattivo ai dati come risorsa redditizia.

Avendo quindi compreso che possono fare ancora più soldi attraverso la tecnologia digitale applicata in agricoltura, i miliardari della tecnologia, come Jeff Bezos e Bill Gates, si sono introdotti nei circoli politici che prima erano appannaggio dei politici governativi. Ciò ha permesso a questi tecnologi ultra ricchi di stabilire parametri per la risoluzione delle crisi che stanno iniziando a normalizzare l'approccio technofix come unica via da seguire nei negoziati intergovernativi.


Esempi del loro modo di fare sono parecchi. Ricordiamo il Fondo per la Terra di Jeff Bezos, dotato di un capitale iniziale di 10 miliardi di dollari, che vuole appoggiare l’obiettivo politico detto “30x30” della Convenzione per la Biodiversità (CBD). Questa operazione, che ignora completamente le gestioni e i diritti territoriali delle popolazioni indigene e comunità locali, è stata definita come il più grande Land Grab della storia.


L’operazione “digitalizzazione” promossa dai BigTech, ha bisogno di molta terra e moltissima acqua ed energia. Secondo la rivista scientifica New Scientist "un tipico data center, che può ospitare diverse migliaia di server, può consumare tra gli 11 e i 19 milioni di litri d'acqua al giorno, pari a quanto consuma una città di 30.000-50.000 persone ».


Traslare questo approccio nel mondo agricolo, dove i contadini/e hanno già perso il controllo dei mezzi di produzione, devono produrre cosa vuole il mercato, con le sementi e i pacchetti tecnologici dettati dalle industrie chimiche e sementiere (spesso le stesse), è cosa facile.


La digitalizzazione dell'alimentazione e dell'agricoltura comprende le sementi modificate geneticamente (che sono associate a un uso massiccio di prodotti agrochimici, esponendo così gli agricoltori a rischi per la salute ed erodendo la diversità genetica), la robotica e l'automazione, le piattaforme digitali, i droni e altre tecnologie digitali. Queste tecnologie minacciano di minare i diritti e l'autonomia degli agricoltori, trasformandoli in semplici fonti ed estrattori di dati e vincolandoli a pratiche dettate da potenti aziende digitali e agroalimentari. Ciò mina le conoscenze agricole degli agricoltori e la loro capacità di trasmetterle di generazione in generazione, anche a causa della standardizzazione forzata su un numero limitato di colture.


Quindi, ripetiamolo: l’analisi politica, per capire cosa stia succedendo nei temi interdipendenti di cambio climatico, riduzione della biodiversità e “malbouffe” dovrebbe partire da qui. Se vogliamo realmente pensare a un domani diverso e migliore, bisogna rimettere in piedi quell’equilibrio tra esseri umani e natura, fare in modo di invertire la rotta sulla quale transitano il/la contadino massa, oramai quasi ovunque diventati/e produttori/trici legati/e mani e piedi al settore dei business (agro, chimico, finanziario e della distribuzione), sempre in condizioni di sottomissione totale. Una rotta che porti a riconsiderare questo equilibrio con la natura, non limitandosi ai richiami della Laudato Sì di Papa Francesco, un ottimo documento per aprire il dibattito, ma andando oltre, centrandosi sulla sfera domestica e quella pubblica insieme. 


Bisogna che le forze politiche, penso al fumoso nuovo partito democratico di Elly Schlein, inizino a capire le basi del problema attuale, e non limitarsi a generici appelli contro il riscaldamento globale e per una alimentazione sana. Questo è tempo perso. Sono anni che dico e scrivo queste cose, ma ho ancora la forza di ripeterle. Senza capire la base del problema, non si costruirà mai nulla di solido.


(Un grazie a Deepl per l’aiuto nella traduzione)

giovedì 18 maggio 2023

Migranti dai Sud del mondo: perché arrivano adesso e non 50-60 anni fa?

 

Io capisco le tante persone che si interessano al tema, sia chi vuole aiutare sia chi, dalla parte opposta, si sente addirittura “minacciato” da questa “invasione”. Capire non vuol dire condividere, lo scrivo per chi avesse dubbi sulla mia collocazione.

 

Quello che capisco meno è lo scarsissimo interesse da parte di media, osservatori/trici, ricercatori/tri e chi più ne ha più ne metta, sulla questione chiave, e cioè: perché vengono in questi ultimi anni e non prima, anni 60 e 70.

 

Porci le domande giuste è fondamentale per indirizzare l’analisi e, successivamente, le proposte d’azione. Senza aver posto le basi giuste, secondo me si finisce solo a far confusione e polemica da bar sport.

 

Non che, avendo posto le domande fondamentali, ne discendano delle risposte facili, ma se non altro il quadro di riferimento diventa più chiaro e può servire per cercare alleanze politiche con altre forze interessate al problema.

 

Scrivo queste righe perché, ovviamente, un’idea sul perché questo succeda in questi ultimi, diciamo, due decenni, e non prima, ce l’ho.

 

I dettagli di cosa sia successo dagli anni 60 in poi, le ho spiegate nel libro La crisi agraria ed eco-genetica spiegata ai non-specialisti, pubblicato da Meltemi finale del 2020. La storia in realtà nasce dalla fine della seconda guerra mondiale quando i paesi occidentali uscivano dalla guerra con le pezze al culo e con un problema di fame evidente. A questo problema si sommava il rischio vero, da parte americana, che questo malessere potesse spingere la gente verso i partiti comunisti nazionali, come era il caso in Italia, e quindi spostare dei delicati equilibri geo-politici Est-Ovest.

 

Al di là del Piano Marshall, gli americani portarono da noi tecniche e tecnologie, nonché sementi e prodotti chimici, da loro prodotti e che avevano permesso un balzo nella produzione e produttività della loro agricoltura familiare. Essendo le condizioni agro-climatiche dell’Europa occidentale molto simili alle americane, il trapianto funzionò benissimo, tanto che, in soli 15 anni, i paesi europei dell’ovest (embrione della futura UE) avevano colmato il deficit alimentare e iniziavano a proporsi sul mercato mondiale via una nascente agro-industria alimentare.

 

Gli americani avevano ovviamente qualche anno di vantaggio, ma la battaglia per la supremazia dei mercati disponibili (e quelli che si potevano aprire, in un modo o nell’altro) iniziò subito e non si è mai arrestata. Tutti i grandi blocchi occidentali (americani, europei, giapponesi, australiani…) fecero lo stesso gioco di promuovere il libero mercato a casa degli altri, mentre aumentavano le protezioni, via sussidi e altre misure sanitarie, delle loro agricolture nazionali. 

 

La quantità di soldi messa sul tappeto è stata e continua ad essere, enorme: tra i 560 e i 700 miliardi di dollari l’anno per le sovvenzioni.

 

Di fronte, c’erano i nuovi paesi indipendenti, in primis, per quanto ci riguarda, quelli africani.

 

Per vincere anche quei mercati, gli americani provarono ad esportare anche al Sud la loro ricetta che aveva così ben funzionato a casa nostra. Ma i suoli erano diversi, le condizioni climatiche lo stesso, per cui sementi, concimi, pesticidi e macchine agricole non provocarono nessun “sviluppo”, anzi.

 

Da parte loro, i governi dei nuovi paesi indipendenti, confermando la loro ignoranza totale del mondo agricolo, e una avversione anche ideologica verso le radici di un mondo comunitario, riuscirono ad accelerare la crisi agricola. Quando poi si sommarono gli interventi della Banca mondiale, via macro-progetti irrigui, la strada verso il disastro era già tracciata.

 

Mancava solo l’ondata neoliberale, inaugurata ufficialmente con l’arrivo della coppia Thatcher-Reagan nel 1980, che cambiò il paradigma economico, imponendo il libero mercato in tutti i paesi del Sud.

 

La rovina delle agricolture dei paesi del Sud era oramai sicura, nulla poteva fermarla.

 

Ma si poteva fare peggio, seguendo l’adagio della legge di Murphy. E così fu.

 

La necessità del capitale finanziario di trovare nuove possibilità di investimento, associato agli effetti dei programmi di aggiustamento strutturale (che avevano tagliato servizi basici come salute, educazione e appoggio tecnico agli agricoltori), nonché la ricerca spasmodica e crescente delle risorse del suolo (foreste) e sottosuolo (petrolio, diamanti, terre rare e tutto il resto), divenne, dai primi anni 2000 in avanti, una vera corsa verso le terre.

 

La migrazione, di fronte a governi corrotti e incapaci, era la sola via possibile. Ma nel casino crescente, aumentarono anche i conflitti, quasi tutti legati all’accesso e controllo delle risorse naturali). Conflitti che tutti i paesi produttori di armi (molti dei quali localizzati nel Nord del mondo) hanno sempre sobillato e finanziato, per la semplice ragione che, attraverso i conflitti aumentano i debiti per cui, chiunque vinca, alla fine dovrà accettare la tutela politica ed economico-finanziaria di chi gli ha prestato i soldi.

 

Quindi, le ondate di migrazione non avevano ragione di avvenire prima che si creassero le condizioni adeguate. Noi occidentali abbiamo fatto del nostro meglio (e continuiamo a farlo) per distruggere quelle agricolture e quell’ambiente. 

 

Il fatto che, per il momento, gran parte delle migrazioni sia all’interno dell’Africa, e solo la punta dell’iceberg arrivi da noi, non deve farci sorridere troppo.

 

I partiti politici di sinistra, in tutta Europa, non hanno ancora capito cosa sia successo al mondo agricolo nostrano, con la scomparsa dei contadini e la trasformazione di chi resta in operai sul modello dell’operaio-massa descritto da Tronti agli inizi degli anni 60. A questo si aggiunga che non hanno capito che approvando la convenzione di Kyoto e i meccanismi compensatori, hanno contribuito ad accelerare la crisi del Sud e ancor meno capiscono cosa stia succedendo con le ruberie del materiale genetico in corso in tutti i Sud del mondo.

 

Detto questo, a me sta bene che qualcuno si preoccupi dei migranti quando arrivano. Ma mi interesserebbe di più se ci fosse dapprima una comprensione di cosa sta succedendo e perché, nonché di chi siano gli attori, anche a sinistra, che hanno contribuito a questo, dopodiché cominciare a riflettere su cosa potremmo fare, assieme.


Questo è quanto penso, dopo averci lavorato su questi temi dal lontanissimo 1983. Sono ovviamente aperto e interessato a discuterne.

martedì 18 aprile 2023

Crisi climatica: una manna dal cielo (per alcuni)


 Cerchiamo di spiegare in parole semplici come si possa fare soldi con la crisi climatica.

 

Partiamo da due principi: il primo che ogni crisi è (anche) una opportunità e, secondo, che ogni impresa privata se può fare più soldi, li farà.

 

In soldoni, quando pensiamo alla crisi climatica pensiamo all’inquinamento e al riscaldamento globale. Gli occhi puntano diretti alla CO2, l’anidride carbonica che alberi, piante marine e alghe trasformano in ossigeno. Quindi se noi riuscissimo a fare in modo che piante (e il resto) aumentassero la loro trasformazione della CO2, saremmo a cavallo. 

 

Una prima possibilità è quella di piantare alberi, cosa che da decenni la FAO ripete (e monitora) e che tante industrie del settore fanno. Non vengono create foreste, come le intendiamo noi, ma semplicemente delle piantagioni forestali che regolarmente vengono tagliate così da essere vendute. Caso tipico sono le produzioni di eucalipti per fare carta per le nostre stampanti. Gli eucalipti consumano una quantità esagerata di acqua che pompano dal sottosuolo, crescono rapidamente e quindi sono molto redditizi per chi li pianta.

 

Questa era una risposta del tipo win-win nel mondo neoliberale. Si tagliavano le foreste primarie, magari accaparrandosi le terre dei popoli indigeni che le gestivano da sempre – ma senza titoli di proprietà – e si ripiantavano eucalipti, pini o altre essenze simili. Il fatto che la biodiversità si riducesse a zero era una “esternalità” che non interessava a nessuno.

 

Poi arrivò il protocollo di Kyoto, a dimostrazione che eravamo diventati tutti sensibili al tema ambientale. Il protocollo prevedeva l’operazione chiave per salvare capra (profitti industriali – bancari – finanziari) e cavoli (l’ambiente): la compensazione.

 

La mia industria poteva continuare a inquinare, a patto che compensasse questi disastri con delle buone azioni da realizzare da qualche altra parte, per esempio piantando alberi.

 

Il meccanismo di compensazione inventava quindi un nuovo mercato, quello dei crediti carbonio: inquino da una parte, mettendo tanta CO2 nell’aria, e compenso piantando alberi altrove o, più semplice, acquistando dei crediti da chi aveva piantato gli alberi al posto mio e, producendo O2 e consumando CO2, aveva acquisito dei crediti carbonio da vendere.

 

Il mercato non si è sviluppato molto, ma il principio è stato fissato. A quel punto, ci si è resi conto che al di là degli alberi, un sistema complementare era quello di interrare la CO2, proprio come il verbo lo indica, e cioè mettendola sottoterra. 

 

Qui si apre un problema diverso, e molto attuale. Il nodo del problema è quello di misurare quanta CO2 metto sotto e come posso affermare che resterà sotto terra per un lungo periodo. Si aggiunga il fatto che stiamo parlando, soprattutto, di terre agricole, il busillis diventa più complicato, perché bisogna accertarsi che certe tecniche che aiutando a interrare la CO2 vengano seguite scrupolosamente. 

 

Si inventa allora l’agricoltura di precisione o la digitalizzazione dell’agricoltura. Tutti i grandi players si sono buttati a capofitto: da Microsoft a Bayer e alle banche. 

In pratica si mettono sotto contratto dei lavoratori agricoli (una volta erano contadini ma, come ho spiegato nel libro sulla crisi agraria, oramai sono più degli operai che altro) i quali, in cambio di un pagamento addizionale, poca roba in verità, si impegnano a seguire un protocollo di tecniche particolari, usando strumenti, sementi e, spesso, prodotti chimici, secondo il buon volere del titolare, e questo per un periodo minimo di una decina d’anni. 

 

Exit la libertà del contadino di coltivare quello che considera più opportuno o vantaggioso. Exit la (bio)diversità delle colture e avanti con l’industrializzazione e la uniformizzazione delle colture.

 

L’ex-contadino si impegna anche a fornire tutti i dati necessari per mandare avanti l’ambaradam della agricoltura digitale, miliardi di dati che vanno nel cloud così che una agenzia di rating o monitoring possa controllare e, con algoritmi spaziali, stimare quanta CO2 è stata catturata. Questi valori si trasformano poi in bond, cioè prodotti finanziari immessi sul mercato dei crediti carbonio.

 

Vista da un punto di vista eco-femminista questa è una pratica che accelera la trasformazione dell’agricoltura di una volta, quella dei prodotti sani, diversificati, fatti da mani contadine, in prodotti standardizzati che poi finiscono nei nostri piatti col termine francese della “malbouffe”. Mangiamo e beviamo male, sempre peggio, così che poi oltre la fame (830 milioni, dati FAO) ci troviamo adesso con oltre 1 miliardo di obesi (dati OMS).

La qualità di quello che viene prodotto non interessa a Microsoft, Bayer o JP Morgan: il business sono i crediti carbonio che servono anche per compensare i danni causati dalle grandi centrali di trattamento dei Big-Data. Uno dei più grossi data center in uso ha bisogno di oltre 100 Megawatt (MW) di potenza disponibile (Energy Innovation, “How Much Energy Do Data Centers Really Use?” 17 March 2020, https://energyinnovation.org/2020/03/17/how-much-energy-do-data-centers-really-use/)

Con questo sistema, compensazione, crediti carbonio … non si incentiva nessun cambio strutturale nel sistema economico, anzi più si cercano forme di compensazione (aleatorie, perché tutte le stime fatte dagli algoritmi sulla CO2 catturata valgono come le previsioni al Lotto di mio nonno) più si continuerà a inquinare. Il fatto che si riesca a nascondere tutto questo dietro cortine di fumo come l’agricoltura di precisione, è ancora più preoccupante, perché è chiaro che saranno tanti i polli politici nostrani a dire che bisogna appoggiare questa ricerca in agricoltura, invece di difendere la biodiversità e la diversificazione.

Il fatto poi che gli agricoltori siano definitivamente trasformati in operai al soldo di entità che con l’agricoltura non hanno nulla a che vedere, non lascia ben sperare per il futuro.

 

 

domenica 16 aprile 2023

Un piano Mattei per l’Africa. Sogno o son desto?


 Quando il 6 marzo del 1957 il Ghana raggiunse, per primo, l’indipendenza dal potere coloniale britannico, si sentì spirare il vento della storia: da lì a pochi anni gran parte dei paesi africani si liberarono dalle catene imposte dalle potenze coloniali europee, ed iniziarono la ricerca di strade nuove per il loro futuro.

 

Una prima generazione di leader nazionali, spesso influenzati dalle idee socialiste, portò a pensare che potesse nascere qualcosa di veramente diverso dal mondo come lo conoscevamo nelle nostre contee.

 

La logica della guerra fredda si impose però rapidamente, per cui i nuovi stati indipendenti, fragili economicamente e istituzionalmente, furono costretti a schierarsi da una parte o dall’altra. Il sogno di un socialismo africano si infranse ben presto di fronte al prezzo da pagare per l’appoggio sovietico (e successivamente cubano in alcuni paesi), che si sommava alle tendenze megalomani di vari di questi leader, ben presto scalzati da una serie di colpi di stato che portarono al governo dei personaggi molto inclini alla corruzione e portati verso un tribalismo che, rompendo il sogno di costruire degli spazi di armonia tra i vari gruppi etnici, anche al di là delle frontiere (emblematico il caso del progetto di unificazione tra la Guinea Bissau e Capo Verde, entrambe ex-colonie portoghesi arrivate all’indipendenza nel 1975, progetto fortemente voluto da Amilcar Cabral, che non si realizzò. A causa di un colpo di stato in Guinea nel 1980), aprì spazi crescenti e ancora oggi incontrastati, alle forze militari che presero in mano i destini di gran parte dei paesi africani.

 

La mancanza di infrastrutture fece sì che tutti i primi presidenti decidessero di affrontare questo scoglio centrale per promuovere il loro sviluppo. Chi dice grandi opere sa anche che, spesso, questo significa grandi debiti, e così fu, soprattutto quando, sull’onda dello shock petrolifero del 1973, che aveva ridistribuito la manna finanziaria verso i paesi arabi produttori di greggio, la necessità di impiegare in qualche modo quegli ingenti quantitativi di risorse, portò a finanziare un sinnumero di grandi progetti in Africa, mal preparati dalla Banca mondiale, e che si trasformarono in una montagna di debiti. Per porre fine a questa crisi, di cui era co-responsabile, la Banca mondiale impose i famigerati Programmi d’Aggiustamento Strutturale, con tagli radicali alla spesa pubblica, in particolare nella salute, educazione e servizi ai piccoli agricoltori. L’erba sotto i piedi veniva così falciata, chiudendo, già allora, ogni qualsiasi speranza per un futuro diverso, democratico e indipendente per i paesi africani.

 

Fu agli inizi degli anni 90 che i potentati del Nord, stanchi degli eccessi delle dittature che avevano aiutato a insediarsi al governo, così da assicurare i flussi di risorse verso le ex-potenze coloniali, delle riforme vennero imposte, in particolare la necessità di organizzare delle elezioni “libere” e “democratiche”. Questo perché, dall’indipendenza in poi, praticamente tutti i dittatori avevano pensato che non fosse necessario il passaggio dalle urne, dato che i popoli non erano preparati ed erano malati di tribalismo. Obbligati a farlo, la stampa internazionale elogiò queste “elezioni” che, nei fatti, servirono solo a ratificare il potere nelle mani di chi l’aveva. L’alternanza democratica è sempre stata un bene assai raro in Africa, tanto che ancora oggi, ci stupiamo se, una volta tanto, succede che un’opposizione vinca le elezioni e prenda il potere senza che arrivi subito un colpo di stato militare.


La militarizzazione dei governi andava di pari passo con la scomparsa di una stampa libera e della trasparenza nella gestione degli affari interni, il che permise un aumento considerevole della corruzione. Gli occidentali non si sono mai preoccupati realmente con questo problema, dato che, alla fine della fiera, i soldi rubati dai governanti, venivano nascosti in conti bancari presso le nostre banche, quindi servivano a finanziare il nostro di sviluppo.

 

Va anche ricordato che, siccome nessuno dei leader dell’indipendenza, e ancora meno quelli che vennero dopo, veniva dal mondo rurale, l’agricoltura contadina finì sempre per essere l’ultima ruota del carro del tanto anelato “sviluppo”. Si nazionalizzarono terre e imprese agricole, per continuare con lo stesso modello agro-esportatore, con la scusa di aver bisogno di soldi contanti per finanziare lo sviluppo nazionale. Ignoranti e, eventualmente, appoggiati da consiglieri del nord, formati nelle scuole neoliberali, la lotta contro i diritti consuetudinari sulle risorse naturali è stata un tratto comune di tutti i governi africani, di destra come di sinistra, e questo fino ai giorni nostri.

 

L’ideologia di sviluppo era la stessa, da una parte o dall’altra della cortina di ferro: estrarre plus-lavoro e risorse naturali dalla campagna per finanziare lo sviluppo industriale. Che le campagne restassero povere, non era un problema per nessun partito politico, tanto era evidente che i contadini, nelle campagne, non votavano, o, se lo facevano, avrebbero seguito le direttive del partito al governo.

 

Col tempo, il tribalismo che animava molti dei presidenti e primi ministri, mostrò i suoi frutti deleteri, in particolare quando successe il genocidio ruandese. In realtà, per chi, come me, ha abbastanza capelli grigi per ricordarsi del Biafra, la storia era già chiara all’epoca. Spingere un gruppo contro un altro per l’unica ragione di voler controllare, in esclusiva, i beni naturali: petrolio nel caso nigeriano, la terra nel caso ruandese.

 

La lezione del 1994, così come quella precedente, non insegnarono nulla ai dirigenti africani, che continuarono a soffiare sul fuoco del tribalismo e nazionalismo. E le guerre e i conflitti aumentarono in maniera esponenziale, parallelamente alla perdita di capacità di governare da parte di élite sempre più truffaldine, corrotte e violente.

 

Da parte nostra, europei ed americani, abbiamo aiutato questo vento, mettendo a disposizione armamenti a tutti quanti, in cambio di un accesso a tutte le loro risorse naturali, sopra e sotto suolo. 

 

Alcuni stati hanno cominciato a rompersi, confermando la fragilità della loro costruzione, imposta dalle potenze coloniali sulla base dei loro (e nostri) interessi, senza alcun rispetto per la storia africana. La Somalia e la Libia sono due esempi sotto gli occhi di tutti, e non saranno certamente gli ultimi, vedendo cosa succede in paesi come il Mali e il Burkina.

 

Siamo così arrivati all’oggi dove, a una già complicata situazione creata negli ultimi 60 anni, aggiungiamo la questione religiosa, su cui soffiano i movimenti estremisti islamici, e la crescente presenza cinese che ripete gli stessi schemi da noi imposti per decenni se non secoli.

 

In questo contesto, la nostra Presidente del Consiglio torna a casa da Addis parlando di un’ottima missione e del ruolo che l’Italia pensa di poter giocare con il fumosissimo piano Mattei per l’Africa (che sembra ridursi al Mediterraneo nelle intenzioni di “Giorgia”) e che sembra sarà svelato ai comuni mortali ad ottobre.


Sono molto curioso di capire quale sia la filosofia ispiratrice e, ovviamente, le risorse che saranno messe in campo, ma sono altrettanto curioso di capire come si muoverà l’opposizione, in particolare il PD rinnovato di Schlein. La questione va al di là dei migranti, tema sul quale il PD avrebbe da scontare ancora parecchi anni di vergogna per i lager di Minniti, che potrebbero piacere tanto a Salvini quanto a Giorgia. Capisco che l’ossessione di questo governo sia rappresentata dai migranti neri che sbarcano sulle nostre coste, ci invadono e, nel giro di pochi anni, realizzeranno “le grand remplacement” di cui tanto parlano i cospirazionisti europei, amici di Matteo e Co. La frase a effetto: aiutiamoli a casa loro, se non sbaglio la usò già il buon Bossi qualche decennio fa, ma non si è mai sentito di alcuna analisi e proposta da parte di questo mondo politico. Non che da sinistra le cose siano andate meglio, perché a parte la solita retorica buonista, nei fatti, una volta al governo, anche loro hanno continuato ad appoggiare quella che io chiamo la CHARINESS, facendo una crasi tra la carità (charity) e gli affari (il business).

 

Quindi, da qui a ottobre c’è tempo per elaborare, discutere e rendere pubbliche le visioni, gli interessi che si vogliono difendere, e le azioni concrete con i relativi fondi.

 

Per cominciare, ricordandoci che in Africa l’agricoltura è ancora un settore importante per mano d’opera impiegata, e che nostro interesse sarebbe di rafforzare queste agricolture contadine locali, piuttosto che continuare a distruggerle come facciamo da decenni, mettiamo sul tavolo una cifra: noi europei dedicheremo quasi 400 miliardi di euro per sovvenzionare le nostre agricolture nel periodo 2023-2027. Non sto qui a ricordare come gran parte di questi soldi vada all’agribusiness e settori impresariali e non certo ai piccoli contadini, perché questa sarebbe un’altra storia. 

 

Insomma, noi difendiamo le nostre agricolture, e oltre ai soldi, usiamo le barriere tariffarie e sanitarie, tutte cose concesse nel gran gioco della competizione tra grandi blocchi mondiali, americani, europei …

 

Gli africani, da quando si sono resi indipendenti, non hanno mai potuto difendere le loro agricolture. E questo non era discutibile. O così, o pomì si diceva una volta. Le scelte di politica economica sono state tutte dettate dal modello neoliberale che imperversa dalla seconda metà degli anni 70 nel mondo intero. Minimo ruolo per i governi, e massima libertà per le imprese, le banche e la finanza.

 

Quali intenzioni abbia Giorgia su questo tema, lo vedremo ad ottobre. Ma lo stesso vale dall’altra parte.

 

La “governance”: sfido chiunque a trovare un 3-4 governi che si possano dire democratici e capaci, tecnicamente e finanziariamente, di gestire, con bassi livelli di corruzione e con buona trasparenza, gli affari nazionali. Io non ne conosco molti, forse il Botswana potrebbe essere un buon candidato. Conoscendo poco il Kenya, avevo qualche speranza, malgrado il forte tribalismo, le continue lotte etniche e tutto il resto dell’ambaradam. Poi ho letto questo articolo (https://www.courrierinternational.com/article/dette-le-kenya-ne-paye-plus-ses-fonctionnaires-et-frole-la-banqueroute-budgetaire) e scopro che il buon presidente Ruto non paga più da mesi i funzionari del suo governo (a causa dei debiti che vanno ripagati). 

 

Insomma, la realtà è fatta di governi malpreparati, corrotti, funzionari sotto o non pagati (quindi aperti alla corruzione), il tutto condito da una ideologia che vuole dare pochissimo spazio ai governi e molto spazio al settore privato. Nella situazione reale, questo significa nessun controllo su cosa facciano e come operino questi impresari privati.

 

Per costruire una capacità tecnica e politica in grado di affrontare i numerosi e imbricatissimi problemi generati da decenni di mal sviluppo stimolato dall’occidente, ci vorrebbe un’inversione di tendenza minimo minimo a livello di tutta l’Europa, dopodiché servono risorse e tempo. Cioè una visione di medio lungo periodo che non vedo in giro. 

 

Sul serio qualcuno pensa che questo governo (per il momento sospendo il giudizio sul PD di Schlein) sarà in grado di proporre un’inversione di tendenza che passi per ridurre le protezioni all’agribusiness, aiutando le agricolture contadine del Sud a rafforzarsi, in primis per la loro sicurezza e sovranità alimentare, dando loro appoggio politico per una iniziativa che porti a ridefinire il protezionismo al nord e il mercato libero senza controlli ai Sud?

 

Onestamente io non ci credo. Sarà più facile ripetere i soliti inviti retorici, magari un mega summit, dove i paesi del Nord promettano che aiuteranno i sistemi scolastici e sanitari pubblici (sottolineo pubblici e non quelli privati) a rimettersi in piedi, che finanzieranno a tassi agevolati risorse per pagare insegnanti, infermieri/e e medici per i prossimi decenni così da rimettere in piedi le società locali. Saranno promesse che costeranno poco e non renderanno nulla, per il solito ragionamento che i contadini non votano (oramai non vota più nessuno per cui, chi se ne importa?) e, ancor peggio, che la vita media di un parlamentare o uomo/donna che faccia politica è di molto inferiore al tempo necessario per rimettere questo continente in condizioni tali da avere una società civile forte, capace di liberarsi dai troppi dittatori e dai militari che li sostengono.

 

Che poi, in tutto questo, qualcuno si ricordi che forse varrebbe la pena puntare sulle donne più che sugli uomini, mi pare realmente un sogno che difficilmente si avvererà. Giorgia, in quanto donna, madre e tutto il resto, potrebbe insistere su questo: una iniziativa per dare più forza alle donne africane, a partire dalla sfera domestica, condizionando aiuti futuri non solo al rispetto generico dei diritti umani, ma a un deciso cambiamento nei rapporti societali, con gli uomini che finalmente inizino a far qualcosa anche loro nella sfera domestica, e che sia lasciato maggiore spazio nella politica alle donne. Su questo prima o dopo si dovrà andare allo scontro, anche militare, con i salafisti, AlQaida Maghreb, Boko Haram e compagnia, perché a forza di lasciar fare queste generazioni di dittatori ci siamo allevati in seno il veleno dell’estremismo (presente oramai in pianta stabile anche negli USA e in Brasile) che prefigura un avvenire molto oscuro per le nuove generazioni.

 

Il mio invito è che Elly Schlein inizi a pensare a una visione di medio-lungo periodo, per l’Africa e non solo; che si circondi di persone esterne al circolo partitario e che un gruppo di questo genere aiuti a pensare le grandi sfide e, da lì, cosa sia possibile proporre e con chi. Sarà un lavoro immenso, che lei da sola non potrà nemmeno abbozzare, ma a me vien da pensare che ci siano le risorse umane pronte ad aiutare in questa riflessione, andando oltre la retorica abituale, e che siano capaci di pensare oltre quello che sembra diventata la nuova bibbia della sinistra italiana, e cioè l’enciclica Laudato Sì. Non è pensabile che una fetta importante della società italiana, che si riconosce nella speranza che incarna Elly Schlein in questi mesi, sia ridotta a pensare che l’unico testo fondante del rapporto tra la Natura e l’Uomo (e la Donna, caro papa Francesco, ve la siete dimenticata nell’enciclica…) sia quello scritto da un rappresentante di uno stato estero. 

 

Coraggio, diamoci la forza e il coraggio per iniziare questo cammino.