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martedì 28 giugno 2016

2016 L29: Dror Mishani - Une disparition inquiétante

Seuil, 2014
Ofer Sharabi n’est pas rentré de l’école.
Le commandant Avraham Avraham, alerté par la mère d’Ofer, n’est pas plus inquiet que ça : les adolescents fuguent volontiers.
Quelques jours plus tard, après l’enquête de routine et une battue infructueuse dans le quartier de Holon où vit la famille Sharabi, il faut se rendre à l’évidence : il s’agit bien d’une « disparition inquiétante ». Le policier, rongé par ses problèmes existentiels, est loin d’aborder l’affaire avec sérénité et lucidité. Il n’a même pas repéré le comportement étrange de Zeev, le voisin prof d’anglais qui donnait des cours particuliers à Ofer.
Dans cette banlieue modeste de Tel-Aviv, chacun a quelque chose à cacher. Et Avraham Avraham se révèle être un enquêteur des plus atypiques. Il faut dire qu’en Israël, selon lui, les tueurs en série, les enlèvements sordides ou autres crimes spectaculaires, ça n’existe pas.
Piaciuto a mia moglie, a me mi ha lasciato un po' perplesso. 

domenica 26 giugno 2016

Brexit: il perchè sono contento


La vittoria del Leave meritava di essere festeggiata, e per varie ragioni.

La prima riguarda banalmente la fine di un trattamento di favore ai britannici, cosa che ci costa la bellezza di 6 miliardi di Euro che Bxl rimanda indietro in virtù dei recenti accordi di febbraio. 1,2  sono pagati dagli italiani e 1,4 dagli spagnoli. Miliardi, non bruscolini.

Secondo elemento da considerare è l’atteggiamento tenuto da quando sono entrati, contrari a qualsiasi tentativo di costruire una europa politica che andasse al di là del semplice mercato libero. Il grande spazio commerciale è da sempre il sogno del capitale, finanziario e industriale, e questo cozza con tutta l’agenda di  diritti che avremmo potuto costruire per far sì che il sogno europeo di Spinelli e gli altri, diventasse realtà. E qui arriviamo al punto cruciale. Da tempo mi sforzo di far capire, anche nella organizzazione per cui lavoro, l’importanza delle percezioni. Siamo talmente oppressi da informazioni di tutti i tipi, in quantità mostruose che, come dice l’adagio, troppa informazione uccide l’informazione. E quindi ci si fida sempre di più delle proprie percezioni. Qui non conta discutere se siano giuste o sbagliate. Quel che conta è che il voto popolare a favore dell’uscita conferma quanto da tempo si va dicendo sull’incapacità dell’Europa di crescere e diventare un sogno positivo per i milioni di appartenenti.

Al contrario, la percezione crescente, ovviamente accellerata dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, è che la sola preoccupazione di chi sta ai comandi sia di salvare le banche e tutti quelli che stanno in prima classe, lasciando che la seconda classe (la classe media) si impoverisca e ritorni a far parte della terza classe che sta affondando sempre più velocemente.

Questa sensazione ce l’abbiamo tutti, inutile nascondercelo. E dato che il 75% delle leggi nazionali riguardano l’applicazione di direttive europee, è ovvio che alla fine ci si incazzi sia con chi ci governa, una classe politica di una mediocrità assoluta, ma anche e soprattutto con il simbolo dei simboli, cioè Bruxelles.

Che poi le prime reazioni dopo la proclamazione del voto siano state l’idea di rifare il referendum scozzese, per staccarsi dall’Inghilterra e chiedere di aprire un negoziato per far sì che la Scozia entri nell’Unione, e il segnale mandato dal Sin Feinn di una possibile apertura della discussione sulla unificazione dell’Irlanda, beh questi sono ulteriori elementi per cui valga la pena festeggiare.

Capiamoci bene: sono contento che l’ Inghilterra, questa Inghilterra, esca, ma sono ancor più contento per il segnale che manda agli altri paesi membri. Il rifiuto inglese, che ovviamente ha molte ragioni, può e deve – a mio giudizio - essere letto come un rifiuto di un modello che ci è stato imposto dal capitale, dove l’essere umano non conta più nulla, può tornare ad essere uno schiavo, e quel che importa è far fare sempre più soldi ai più ricchi. Un modello che da noi significa lo smantellamento dello stato di diritto, sempre con le stesse inevitabili giustificazioni mercantili, un lavoro sporco che viene fatto fare a governi di centro sinistra in molti casi, in modo che sia chiaro che non c’è spazio per modelli alternativi. E allora la gente comincia a dire basta.

Il voto dell’altro ieri si lega a filo doppio alla questione della immigrazione e dei crescenti conflitti che abbiamo davanti casa nostra. I milioni di rifugiati hanno già votato, e continuano a farlo ogni giorno, con le loro gambe. Fuggono da paesi dove impera la versione estrema del modello che ci hanno imposto anche a casa nostra: libertà di capitali, zero diritti e ognuno per sè. A Roma, Parigi, Berlino, Bruxelles non l’hanno voluto capire, e difatti le risposte ridicole dei vari paesi membri sono state risposte di paura, di chiuderci in casa, tirar su muri. Bene, adesso abbiamo visto cosa succede quando si abbandona il mondo della politica e la si lascia in mano ai banditi di Wall Street. Cominciamo forse a capire che a quei banditi interessa solo il far soldi per i cavoli loro, sbranandosi come lupi se necessario, ma sempre pronti a fare gruppo contro il resto del mondo. Il famoso slogan di OccupyWS, 1% contro il 99%... è sempre lì, valido come non mai. L’un per cento comanda, ma a forza di tirare la corda, il 99 restante comincia a reagire. Questo è un primo passo, al quale ne seguiranno altri se continuiamo a non far Politica con la P maiuscula.

Non si tratta di piccoli aggiustamenti, perchè questi solo potranno postergare una crisi maggiore. Bisogna riprendere in mano l’ABC del rapporto umano, che si tratti dell’Europa ma, ovviamente, va al di là dei nostri confini. Quello che bisognerebbe fare è abbatsanza semplice, nella sua complessità. Ridurre lo spazio dei mercati, metterli sotto stretto controllo di istituzioni demcoratiche, e ridare una centralità a quelle istituzioni democratiche, nazionali o sovranazionali che possano guidare questi fenomeni. Ripartire dall’essere umano, dal patto sociale che ci lega, vuol dire cambiare le caste politiche che abbiamo fatto eleggere nei paesi del sud per proteggere i nostri interessi, vuol dire cacciar via la massa di incompetenti che ci guidano attualmente, e ridare spazio a meccanismi popolari, magari anche da inventare, perchè dobbiamo ripercorrere all’indietro una strada che ci porti lontano dall’individualismo sfrenato, per ricercare un senso comunitario dell’essere umano, che diventa quindi essere sociale, parte di una natura non da depredare ma con cui convivere, nel rispetto mutuo.

 Qualcuno queste cose le ha scritte, per cui non mi sento solo. Diverso il discorso sulla fattibilità di tutto ciò, soprattutto pensando che le nostre sorti siano nelle mani di questi governanti. Ma siccome non voglio dar ragione a George Soros che considera questo voto come l’inizio dell ineluttabile fine dell’Unione Europea, chiudo dicendo che ce la possiamo fare, una volta di più ricominciando a far società dai nostri luoghi di vita e lavoro. Riapprendere ad andare verso gli altri, cercare assieme modi di con-vivere e di crescita, non solo economica, ma anche ecologica e spirituale. I cambiamenti che si sono manifestati anche nelle nostre recenti elezioni, al di là dei pregi e difetti dei nuovi eletti, sono un altro segnale che il cambiamento va iniziato dal basso. Sarà difficile, sarà lungo, ma non è che possiamo restare qua ad aspettare che un futuro migliore ci piova dal cielo. Guardando fuori dalla finestra, con un cielo così limpido, non credo sarà oggi che scenderà la manna dal cielo. Quindi, sotto, tocca a tutti noi.


martedì 21 giugno 2016

Banca Popolare di Vicenza: WANTED - DEAD OR ALIVE


Questo signor qui, Mauro Bini, rappresenta:

- la pochezza delle nostre Scuole di "alta" reputazione come la Bocconi
- il sempiterno allineameto con i poteri forti, in cambio di chissà quali prebende
- un volgarissimo truffatore
- un'abilissima anguilla capace di arrampicarsi sugli specchi o
- un inaffondabile membro della Casta?

Probabilmente tutte queste opzioni allo stesso tempo. Per chi avesse poca memoria consiglio l'articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere:
http://www.corriere.it/economia/16_marzo_03/questa-banca-porto-sicuro-ora-azioni-valgono-decimo-17e87e56-e108-11e5-86bb-b40835b4a5ca.shtml

in realtà ce ne sono a bizzeffe che descrivono come questo emerito professore della Bocconi, abbia dato una valutazione stratosferica delle azioni della Popolare, a 62,5 euro l'una, le stesse che vennero poi piazzate ai poveri clienti che si sono fatti abbindolare, per cui al giorno d'oggi abbiamo qualcosa come quasi 120,000 soci (quelli piccoli, perché i pescecani erano riusciti a salvarsi) che ci hanno rimesso.

Conclusione: se avete dei figli in etá scolare, sappiate che se volete farne degli ottimi azzeccagarbugli e potenziali furbetti del quartierino, dovete mandarli alla Bocconi. Pagherete caro ma almeno qualche consulenza la troveranno, ben pagata, dove l'importante é tenere gli occhi chiusi.

Se pensate che l'esimio Bini si trovi tra gli indagati, sbagliate di grosso. Lui non ha visto, non ha sentito e non c'era e se c'era, dormiva. Ma se poi un giorno qualcuno andasse a versargli un carico di letame fresco, stile quello portato da Zonin (quello che fa il vino col bastone - del padrone), non ci sarà da stupirsene.

lunedì 20 giugno 2016

Buttato fuori

Eccoci arrivati quindi alla fine della storia. Entro fine anno dovremo andarcene da Roma, ragione per cui, per non piegare la testa, non mi resta che anticipare la pensione.
Non sono riusciti a trovare una sola ragione professionale per giustificare quello che, a tutti gli effetti, è una epurazione. Non riguarda solo me, ma anche altri “vecchi arnesi” che, come me, hanno memoria storica e instituzionale e che possono permettersi di dare delle opinioni franche e, a volte, non necessariamente in linea con il mainstream instituzionale.
Cerco di pensare a quali possano essere le ragioni per cacciare via uno come me: forse perchè il programma nazionale dell’agricoltura familiare creato in Brasile prima che Lula arrivasse al potere aveva sotto il mio nome e quello dei consulenti del progetto di cui mi occupavo? Come è stato più volte ripetuto durante l’anno internazionale dell’agricoltura familiare (2014), quello è rimasto l’esempio più compiuto di programma complesso e articolato a partire da una comprensione sistemica di cosa significhi questo tipo di agricoltura. L’ex Segretario di Stato delle Amministrazioni Lula e Rousseff, il vecchio amico Valter Bianchini, era venuto a Roma a presentare il libro che aveva scritto sui 20anni di quel programma, e mi volle al suo fianco quel giorno.
Forse sarà stato il lavoro che abbiamo portato avanti, io e molti colleghi e consulenti, in paesi in conflitto o post-conflitto come il Mozambico e l’Angola. Lavori che hanno permesso di incidere sulle politiche, le legislazioni e il riconoscimento concreto dei diritti delle comunità contadine e delle minoranze indigene. Anche in questo caso ventanni di lavoro, facendo squadra con università e organizzazioni contadine e non governative, ma avendo sempre chiaro che si trattava di rafforzare le capacità professionali delle agenzie di governo responsabili di questi temi, cercando di portar loro esempi diversi dal solito controllo verticale, spingendo per una accettazione degli altri, anche se meno potenti e di opinioni diverse. Oggi abbiamo un capitale umano che lotta e si difende per quegli stessi diritti. Sono loro, persone e organizzazioni nazionali che continuano questi processi, perchè così deve essere. Noi aiutiamo, stimoliamo, mostriamo il come si fa, ma alla fine i loro paesi, le loro culture vanno rispettati. Abbiamo avuto ministri molto critici del lavoro nostro, perchè troppo filo-comunità e non governativi, poi col tempo son diventati amici nostri e ci hanno anche aiutato dandoci consigli sul come continuare.
Mi vien da pensare che forse sia stato il lavoro di assistenza tecnica fornito al Presidente del Paraguay, sul tema scottante della riforma agraria. Stessa filosofia di fondo, dialogo, riconoscimento degli altri, promuovere approcci poco ideologici ma fermi sui principi del riconoscimento dei diritti e nella necessità di ridurre le asimmetrie di potere che limitano moltissimo la messa in pratica di tanti principi buoni.
Potrei continuare così per ore, ma da solo non posso trovare una risposta nell’assenza di dialogo. E forse è proprio questo che mi viene imputato: promuovere nei fatti una cultura del rispetto e del dialogo, di andare a cercare gli altri, “perdere tempo” con i colleghi di altre divisioni, come diceva un mio ex-direttore, non proprio fanatico del lavoro di squadra. Coltivare rapporti umani, dal barista alla guardia fuori dalla porta, continuando con colleghi di aree tecniche diverse ma potenzialmente vicine, con cui portare avanti una visione sistemica centrata sull’essere umano. Quello era e, sono convinto, dovrebbe essere il centro delle nostre azioni: l’Uomo. Riportare dignità attraverso interventi nelle aree tecniche di nostra competenza, promuovere diritti universali anche nei confronti di governi restii ad accettarli, cercando le forme adatte, che esistono, come i lavori di cui mi occupo da anni nei paesi in conflitto stanno lì a dimostrare.
Tutto questo non sembra interessare. Le giustificazioni sono molto superficiali, l’unico fatto che resta sul tappeto è l’obbligo di abbandonare tutto quello costruito in 27 anni presso questa organizzazione. Continuerò da pensionato, con uno spirito diverso ovviamente, convinto comunque che alla lunga avremo avuto ragione noi, quelli che ci siamo battuti per delle idee, nel concreto di ogni giorno, cercando di tradurle in pratiche di lavoro che alla fine permettano a chi sta sotto, poveri, emarginati, di trovare la forza per continuare a battersi a casa loro.

L’amarezza è grande come potete immaginare. Ma non possiamo fermarci solo a piangere, dobbiamo trovare la forza per continuare e poter dire, come nella canzone del vecchio Guccini, “la mia parte ve la posso garantire”.

martedì 14 giugno 2016

Foro Boario


Durante I miei primi anni di università, avendo scelto come indirizzo pedagogico “produzione animale”, mi capitò di andare varie volte al mercato del bestiame al Foro Boario di Vicenza. La prospettiva era ovvia a quei tempi: io guardavo le vacche, cioè “io” soggetto e loro, le “vacche” oggetto.

In queste ultime settimane mi è capitato esattamente l’opposto, cioè di diventare io il soggetto del mercato del bestiame. Guardandolo con i loro occhi, le vacche vedevano qualcuno arrivare, discutere con quel tipo che gli dava da mangiare ogni giorno, e poi farsi testare per capire lo stato di salute e alla fine essere portate via da una di quelle facce sconosciute.


Esattamente come mi sento io in questo periodo. Ieir mi hanno fatto anche la visita medica, mancava solo mi guardassero i denti come ai cavalli, per il resto ci siamo. Sopra di me, senza alcun interesse per quello che faccio, discutono, si mettono d’accordo e fra poco partirò come quella vacca che osservavo così ingenuamente oltre trentanni fa. Buon viaggio.

2016 L28: Petros Markaris: L'assassino di un immortale

La nave di Teseo, 2016

Dalle indagini del commissario Charitos in Grecia, a quelle del suo collega Murat sulle infiltrazioni mafiose in Germania, dalle rotte dei migranti a un prete ortodosso che mette a rischio la sua vita per aiutarli, dal fallito attentato a Hitler alle persecuzioni contro i greci nella Turchia degli anni ‘50, Petros Markaris raccoglie in questo libro tutte le sfumature del suo Mediterraneo: il giallo, la critica sociale, il racconto autobiografico.

Storie brevi, ma sufficienti per capire quanto sia profondo l'odio dei turchi per i greci. Consigliato.

lunedì 13 giugno 2016

2016 L27: Loriano Macchiavelli - L'Archivista


Einaudi Stile Libero, 2016

I colleghi della questura di Bologna lo chiamano lo Zoppo, ma attenti a non farsi sentire, per non essere colpiti dal suo immancabile bastone. L'incidente gli ha massacrato la gamba destra, ma non l'ha persuaso al pensionamento anticipato: d'altronde per essere un buon investigatore non servono gambe, serve testa. Però il suo superiore Raimondi Cesare, lo stesso di Sarti Antonio, lo ha confinato a protocollare pratiche. E Poli Ugo si vendica, indagando a titolo del tutto personale su casi archiviati come insoluti, tra cui quello di uno scippatore che ha derubato una ragazza ed è fuggito a bordo di un'auto con la targa di una città inesistente. Impossibile trovarlo, sostiene Sarti Antonio, ma Poli Ugo non è d'accordo. La sua inchiesta non autorizzata si svolgerà con metodi investigativi al di fuori di ogni regola.

«Sarti Antonio, sergente, non sa fare miracoli perché in questura non glielo hanno insegnato ancora e cosí, dopo una decina di giorni dall'incidente, butta il rapporto, completo di firme e timbri, come da regolamento, sul tavolo dello Zoppo ed esce dall'ufficio. Non dice neppure "buongiorno" e non perde tempo a spiegare di che si tratta. Un po' perché è sempre noioso spiegare i motivi per l'archiviazione di un caso non risolto, e un po' perché non gli riesce proprio di parlare con quel tipo; non c'è possibilità di dialogo. Lo chiamano lo Zoppo, ma in realtà ha un nome, un cognome e una qualifica: Poli Ugo, vice ispettore aggiunto».

Come sempre, Macchiavelli si legge in un attimo, storie semplici, ben scritte.. un evergrenn...

mercoledì 8 giugno 2016

L26: Ahmadou Kourouma - Aspettando il voto delle bestie selvagge

Edizioni e/o
Il viaggio iniziatico di Koyaga, dittatore africano della Repubblica del Golfo, come tutta la sua vita è una galleria di orrori e meraviglie dell’Africa contemporanea: le prigioni più atroci, le feste più stravaganti, gli eccessi erotici, le più aberranti filosofie del potere, incroci inauditi di credenze magiche, cinismo e saggezza ancestrale…
Ne viene fuori un capolavoro della letteratura africana e mondiale, un inedito impasto di epica e di ironia, una delle più straordinarie satire del potere che mai siano state scritte, in cui non si salvano né i militari, etnologi e missionari mobilitati dal colonialismo per trasformare il negro selvaggio in uomo “civilizzato”; né i sanguinari dittatori della decolonizzazione, gli eroi guerrieri, i saggi, crudeli, folli padroni per conto terzi del Africa di oggi.
In questa storia romanzata del continente nero, tanto istruttiva quanto divertente, la magia ha un ruolo importante almeno quanto quello delle armi, delle strategie neocolonialiste, della corruzione.
Chi ha avuto un minimo di esperienza di Afvrica, si ritroverà in questi ritratti pungenti e critici di una classe politica in fase di formazione storica che privilegia il potere sotto tutte le sue forme, dal denaro al potere sugli uomini, ovviamente sulle donne considerate poco più che delle bestie... Una lettura consigliata, anche se magari alla fine si ripete un po'...

lunedì 6 giugno 2016

Le Nazioni Unite a un punto di svolta


Da giorni, mesi e, oramai, anni, siamo bombardati da notizie che trattano con sempre maggior frequenza di: immigrazione (e movimenti di popolazioni), guerre (e attentati), cambiamenti climatici. Su tutti questi temi le NU continuano ad avere delle posizioni che chiamare timide sarebbe un eufemismo.

Cominciamo col terzo tema. Basti ricordare le due foto chiave degli eventi realizzati a Rio de Janeiro nel 1992 e ventanni dopo nel 2012. Pomposamente chiamati i Sumit della Terra, la differenza fra i due é eclatante per capire chi stia gestendo il mondo. Nel 1992 vedrete nella foto finale solo Capi di Stato o di governo e le piú alte autorità delle NU. Nel 2012 la metà dei partecipanti venivano dal settore privato, e non certo piccole aziende locali, ma i potenti, quelli veri.
Ancora più vicino a noi è la riunione realizzatasi a Parigi l’anno scorso, la famosa COP21, celebrata dalle autorità francesi e mondiali come un successo, quando nella realtà nessuno degli obiettivi prefissati è stato raggiunto.

Che i cambiamenti climatici siano dovuti in gran parte all’azione dell’uomo oramai sono in pochi a negarlo. Che si stia facendo qualcosa sul serio, anche questo sono in pochi ad affermarlo. Le NU mandano timidi messaggi per non sporcarsi le mani con i paesi che contano. L’unico risultato é l’eterna ricerca di un compromesso al ribasso che non scontenti nessuno (di quelli che contano). Il fatto cvhe questi accordi non servano a quasi nulla, questo interessa poco tanto fra qualche anno i politici responsabili saranno diversi, potranno dire che chi li ha preceduti non ha fatto molto ma grazie a loro arriveranno le nuove promesse. Di fattto vediamo all’opera lo stesso meccanismo autodiscreditante che notiamo attorno a noi ogni giorno nella nostra politica locale.

Se passiamo a vedere cosa succede con le guerre e i conflitti in corso, qui nemmeno arriviamo a parlare di compromessi al ribasso, non abbiamo nulla sulla tavola. Se qualcosa succede, come il caso della Colombia, avviata a chiudere un conflitto pluridecennale, sicuramente non sono le NU le fautrici. Da qualsiasi parte la si voglia prendere, le NU o non ci sono (basti guardare il conflitto contro i vari tipi di islamismo radicale) o se ci sono non si vedono. Per non parlare poi della fama che i caschi blu si stanno facendo in parecchi p[aesi come violentatori di donne locali.

Per quanto riguarda il problema immigrazioni (e migrazioni interne), vediamo ogni giorno l’incapacità delle NU di promuovere una qualsiasi discussione foriera di risultati concreti. 

L’incapacità dei governi, europei e non, di trattare il tema, dovrebbe essere uno stimolo ulteriore perchè ai livelli più alti delle NU ci si batta con maggior impegno, in modo da mettere i governanti dei vari paesi davanti alle loro responsabilità. Ma non sembra succedere nulla di tutto questo.

Quello che sembra all’opera é lo stesso meccanismo che vedo anch’io ogni giorno che passa. Da un lato la precarizzazione contrattuale, che fa sì che le nuove leve di funzionari NU non possano avere un orizzonte di sicurezza di diritti tali da potersi permettere di espletare le loro mansioni in piena libertà intellettuale. Questo porta quindi ad evitare di contrariare capi e/o responsabili dei governi nei paesi dove si è basati. Non importa che questo essere d’accordo col pensiero mainstream alla fine sia deleterio per le proprie NU, dato che si veicola l’impressione di non avere delle idee, dei principi e dei valori vedi da difendere ma di essere sostanzialmente d’accordo col potentato di turno. Il raziocinio imposto dalla precarietà serve per mantenere il proprio posto e, coi tempi che corrono, questa diventa una priorità per molti. Quando però si analizzi la situazione da un punto di vista storico, come posso fare io che da trentanni navigo nel mondo delle organizzazioni internazionali, ci si rende conto, soprattutto sul “terreno”, che quello che è comprensibile nel brevissimo periodo come strategia di sopravvivenza individuale, constribuisce pian piano a distruggere l’immagine e la credibilità dell’istituzione per cui si lavora. A forza di essere sempre d’accordo con chi comanda, si perdono di vista quei gruppi, deboli, che più avrebbero bisogno di NU aative e impegnate a promuovere una agenda di diritti.

Si torna pian piano agli stessi difetti della Società delle Nazioni, che venne chiusa per essere una inetta congrega di nullafacenti. Oggi le NU sono davanti a un bivio. Continuando su questa strada finiranno per diventare irrilevanti, lasciando sempre più il loro ruolo a un settore privato avido di comandare e di dettare una agenda che sia in linea con i loro interessi.

Da ricordare che l’agenda (o le agende, dato che non sono necessariamente sempre coincidenti tra di loro) del settore privato e del settore finanziario, non comportano la risoluzione dei problemi di cui sopra. Loro fanno soldi con i disastri ambientali (soprattutto il settore finanziario-assicurativo), cosí come fanno soldi con i conflitti in corso. Per cui non sarà certo lasciando in mano a loro questi temi che ne  verremo fuori.

Alcuni specialisti (vedi per esempio Serge Michailof http://www.fayard.fr/africanistan-9782213687131) dopo un diagnostico che personalmente sottoscrivo interamente, concludono che sia meglio ridurre la collaborazione multilaterale (via NU) e ritornare a un bilaterale concentrato in alcuni paesi in modo da avere un impatto maggiore. Questo cammino di togliere di mezzo le NU non è nuovo. Ma mentre nel passto si arrivava a queste conclusioni per paura che le NU potessero costituire un baluardo contro il cibo spazzatura, contro i diritti non rispettati o per promuovere un’agenda ambientale realmente di cambio, oggi si arriva alle stesse conclusioni partendo dalla costatazione dei pochi risultati raggiunti. Ecco il grande rischio: continuare come lo stiamo facendo ci porta ad uscire di strada non per eccesso di velocità, ma per la non volontà di affermarci come un soggetto attivo, promotore di iniziative che possano anche non piacere a tutti, ma che almeno avrebbero da un lato il pregio dell’indipendenza, dato il corpus tecnico di cui le NU possono ancora avvalersi, e dall’altro il coraggio di affermare una presenza vera di organizzazioni al di sopra delle beghe quotidiane fra i vari paesi membri. Cercare un compromesso al rialzo, un massimo comun denominatore dovrebbe essere l’ambizione di chi guida queste agenzie, e questo sicuramente farebbe di noi funzionari delle persone fiere di esserne parte.