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domenica 18 ottobre 2026

Di chi è la terra? Le possibilità di un’ecologia sociale

Zibaldoni e altre meraviglie 

https://www.zibaldoni.it/2021/07/02/le-possibilita-di-unecologia-sociale/


Nella collana Melusine, Meltemi pubblica l’originale testo, a quattro mani, Di chi è la terra? Dalla giustizia sociale alla giustizia ecologica, firmato da Irene Guida e Paolo Groppo.

Il volume nasce da una conferenza presentata dagli autori presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, nell’ambito degli incontri a corollario della mostra documentaria, dagli archivi della Fondazione, “900: la stagione dei diritti – Quando la piazza faceva la storia”.

Lo scritto, rispondendo alla domanda posta sulla evoluzione dei diritti civili, cerca di indicare dei propositi utili alla conservazione di tali diritti, suggerendo una sorta di “appello a un attivismo della conoscenza” (p.8), a partire dalla constatazione che l’idea che la terra fertile sia un bene comune, fondante della ricchezza non è sempre stata condivisa e non è sempre stata una priorità per chi si sia occupato di giustizia sociale.

Gli autori passano in rassegna i cambiamenti dei paradigmi culturali, con peculiare attenzione a quanto emerso dal pensiero geopolitico nel periodo successivo alle riflessioni di Carl Schmitt e Martin Heidegger, superata quindi la definizione di terra come sacro rifugio della/nell’identità perduta, intraprendendo una disamina volta ad evidenziare, sul lungo periodo, quanto derivato dalla crisi petrolifera – ed energetica – degli anni settanta, “una macchina che sembrava destinata a un incremento progressivo e lineare, con indicatori di produzione e popolazione in crescita illimitata” (p.13).

A partire dalla crisi di tale modello, popolazione e produzione risultano in crescita esponenziale, mentre le risorse biologiche risultano, drammaticamente, insufficienti al fabbisogno, tanto da indurre a chiedersi se la specie umana risulterà capace di sancire una nuova amicizia con la terra, o se tale proposito sia stato definitivamente abbandonato a favore del mero profitto.

Da questa constatazione, inizia il saggio di Paolo Groppo, Di chi è la terra. Dal land grabbing all’Indio bond, consapevole dell’assunto iniziale, ossia dell’ “unicità dello spazio in cui dobbiamo vivere” (p.21). Groppo mette in luce la crisi del cosiddetto “modello americano”, a partire dal secondo dopoguerra, con la caduta del tasso di profitto e l’emergere del neoliberismo (pp. 26 e ss.), sino all’affermazione delle nuove dottrine neoliberiste, nei termini del legame con la questione fondiaria, le cui radici vengono individuate nell’articolo di Hardin sulla Tragedia dei Commons, e nell’affermazione della scuola dei cosiddetti Property Rights. I tre sistemi caratterizzanti un sistema efficiente di diritti di proprietà, per queste dottrine, risultano essere l’universalità, l’esclusività e la trasferibilità.

Ne consegue, nel tempo, la crisi dell’agricoltura contadina, causata dal fenomeno descritto come Land Grabbing, intrecciato, a partire dagli anni novanta, a tre nuove dimensioni, quali “la questione di genere, il tema dei diritti umani (e l’approccio basato sui diritti) e la questione ambientale” (p.47), sino ai tentativi della FAO, per la quale Groppo ha lavorato, di costituire un nuovo approccio, non esclusivamente definibile come “politico”, a favore delle agricolture contadine, delineato come “sviluppo territoriale negoziato”, atto a istituire una “buona governanza”.

Groppo suggerisce una posizione a favore dell’agricoltura e della biodiversità, incompatibile con i progetti – e le ambizioni – delle multinazionali finanziarie.

Il saggio di Guida, Il suolo fertile e il progetto della città al tempo della produzione di merci per mezzo delle merci, si connota per un approccio rizomatico, capace di includere visioni cinefile quanto iconografiche, a partire da precedenti ricerche dell’autrice, iniziate nel 2008, sorte dalla constatazione di come “le retoriche della rete di fatto rendessero la vita di ciascuno di noi un corridoio, uno spazio disciplinare rigidamente governato  dalle strutture di accesso, in parte anticipando lo sguardo sui movimenti regressivi in atto” (p.18).

In tal senso, risulta interessante la riflessione dedicata al “villaggio dei non viventi” (p.80), accostando l’immaginario dei morti che non muoiono e dei vivi che non vivono, mutuato dalla pellicola di Jim Jarmusch Deads don’t die! (p.81), al modello economico in essere, fatto di pura virtualità e di un tempo che si rinnova, senza fine.

A titolo di esempio per la modalità di repressione dei diritti dei lavoratori, quanto della limitazione dell’accesso alle risorse, peculiare attenzione viene rivolta al volume di Alessandro Leogrande, Uomini e caporali. Viaggio nei nuovi schiavi nelle campagne del Sud (2016), dedicato alla situazione di schiavitù dei raccoglitori di pomodori nel Tavoliere delle Puglie (pp.84 e ss.).

L’autrice delinea le questioni principali del dibattito, individuandole nella disparità di genere, nel conflitto sociale, nelle migrazioni, nel pendolarismo città-campagna, nell’imposizione dell’ordine con la forza (p.87).

Agganciandosi alle considerazioni del saggio di Groppo, Guida mette in luce la necessità di “metodi nuovi e diversi di osservazione, che tengano conto dello statuto scientifico del progetto di territorio” (p.93), evidenziando la contrapposizione fra la coppia lavoro/terra e quella definita finanziarizzazione/performatività (p.99), nell’ottica della conservazione della specie.

Le riflessioni di Guida si concludono osservando un trittico di Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie, conservato a Madrid, inteso come metafora della terra, descritta fra catastrofi ambientali e sviluppo sostenibile, divisa da un lato fra i parchi – “aria condizionata, le foreste artificiali, gli orti urbani – dall’altro la fame, la carestia, le migrazioni” (p.147), consapevoli del fatto che “la terra non è piatta e la vita di miliardi di persone dipende proprio dai tre quarti del terreno coltivabile più trascurato” (p.15).  Contraltare contemporaneo dell’inferno è invece il celebre servizio di Michael Buerk, per la BBC, risalente al 1984, che descrive la migrazione delle popolazioni dal Nord Est dell’Etiopia alle campagne a Sud Ovest, una crisi migratoria che negli anni ottanta pareva impossibile.

A corredo dei saggi, un’ampia bibliografia e sitografia.

mercoledì 22 marzo 2023

Quando Eva bussa alla porta - Donne, terre e diritti

 https://www.ombrecorte.it/index.php/prodotto/quando-eva-bussa-alla-porta/


con Elisabetta Cangelosi, Emma Siliprandi e Charlotte Groppo

gennaio 2023



domenica 22 gennaio 2023

Lotta al patriarcato nei campi: rovesciare le priorità.


 Molti dei movimenti (e/o sindacati) contadini (nazionali e internazionali) li ho frequentati per ragioni di lavoro da una quarantina d’anni. Il mio punto d’entrata era la questione della terra, bene primario per produrre beni e riprodurre la società. 

La prima esperienza fu in Nicaragua, nel 1983, dove toccai con mano per la prima volta il tema caldo della riforma agraria. Ma fu anche lì che conobbi una persona che, oggi, definirei, una femminista, la cui lotta attraverso il gruppo di Medicina Democratica di Milano era centrata sulle condizioni delle donne nel mondo del lavoro.

 

I primi semi della necessità di guardare il mondo nel quale volevo lavorare (quello agrario), con occhi non rivolti solo ai soggetti maschili, erano stati posti. Se ne aggiunsero altri nel periodo che passai lavorando alla Coldiretti della mia città, dove conobbi le iniziative portate avanti da quello che all’epoca si chiamava il “Quadrifoglio”, dirette alle mogli dei contadini. Oggi mi viene da sorridere pensando al paternalismo di quelle iniziative, ma all’epoca erano cose concrete, le prime, che vedevo dirette a un pubblico (donne contadine), che non appariva mai negli studi di agraria che stavo realizzando all’Università di Padova.

 

Dopo la laurea, andai a specializzarmi a Parigi, dove incontrai dei maestri molto importanti per vedere il mondo agrario da una prospettiva storica e comparata. Il titolare della cattedra è diventato poi un amico, con cui discutere di come andava il mondo e di quello che facevo una volta che iniziai a lavorare nella FAO.

 

Ma in quegli studi francesi mancava, come nella precedente università italiana, qualsiasi riferimento all’altra metà del mondo agricolo. Sembrava proprio non interessasse a nessuno dei 4-5 professori titolari con cui lavoravamo. 

 

Fortuna volle che nei tre anni che passai al Centro di Sviluppo dell’OCSE, conoscessi una sociologa italo-americana che già da tempo lavorava su quello che allora si chiamava “Women in Development”. Grazie a lei i pezzi del puzzle cominciavano ad unirsi ed avere un senso, anche se mancava ancora molto per trovare una logica, una visione d’assieme e dei / delle colleghi /e con cui parlarne.

 

Alla FAO cercai in ripetute occasioni di trovare qualcuno con cui fare sponda, ma con risultati limitati. Dopo parecchi anni uscimmo con un documento iniziale nel 2012 (Improving Gender Equity in Territorial Issues – IGETI), che voleva aprire una strada per trattare questo tema nel mondo di agronomi ed economisti (maschi nella maggioranza) con cui lavoravo in FAO.

 

Ci vollero ancora altri anni per rendermi conto di come, anche noi, continuassimo a discutere della sfera produttiva, dimenticandoci completamente della sfera privata (del “care” o riproduttiva, come vogliamo chiamarla). Volevamo aiutare le famiglie contadine più povere, senza terra, o le comunità rurali africane e anche quelle indigene, ma non guardavamo mai le logiche di potere e di sopraffazione interne.

 

Credo che il momento del cambio sia arrivato pochi anni fa, grazie alle discussioni iniziate con mia figlia Charlotte, che aveva (ed ha) posto la questione di genere al centro dei suoi interessi personali e professionali. Letture mirate, discussioni con poche persone che avevano approfondito il tema, e così iniziai anche a ripensare agli anni precedenti della mia vita professionale, a come anche nei movimenti contadini la priorità fosse sempre e solo quella produttiva. 

 

La famosa “contraddizione secondaria del capitalismo”, cioè la disuguaglianza di genere in seno alle famiglie dei membri dei movimenti, la ritrovai nei silenzi di tanti dirigenti che non volevano aprire questa discussione. Scoprire che donne organizzate dal basso erano riuscite ad imporre una svolta un po’ femminista a una grande organizzazione come la Contag (Confederazione dei lavoratori agricoli del Brasile) fu e resta un momento molto bello. Provai anche a stimolare uno dei loro capi storici, un brasiliano di origini vicentine come le mie, con cui ci siamo scambiati per anni video e proverbi in dialetto veneto (o veneto-brasiliano), ma la risposta fu solo il silenzio.

 

Provai allora anche con altri “amici”, di una associazione di cui facevo parte in Francia, composta in teoria da progressisti, uomini e donne, impegnati a fondo sulle questioni agrarie. Ma anche lì non ci fu nulla da fare. La cupola, come sempre composta da maschi, non era interessata ad iniziare una discussione sulle asimmetrie di potere a partire dalla sfera privata.

 

Con la FAO avevo perso ogni speranza, sia per la poca spinta da parte dell’unità tecnica responsabile delle politiche di genere nello “sviluppo”, sia per le reticenze strutturali dei colleghi (maschi e femmine) delle varie unità tecniche con cui ho lavorato per 30 anni.

 

Da tutto questo venne l’idea di cominciare a scrivere delle riflessioni personali, e a proporre ad altre amiche (Elisabetta, Emma e Charlotte) di condividere questo sforzo che, da domani, sarà in libreria (Editore Ombre Corte, Verona).

 

Ogni giorno che passa diventa sempre più chiaro che avevano ragione loro: Mariarosa Dalla Costa, Selma James, Laura Cima, ad insistere fin dai primi anni 70, sulla centralità della sfera privata. Come scrisse Silvia Federici, parlando dei lavori di Mariarosa Dalla Costa (a cui abbiamo dedicato il libro): il lavoro domestico è il pilastro centrale dell’accumulazione capitalista. E’ da lì che bisogna ripartire per provare non solo a pensare il post-sviluppo, ma anche per cercare alleanze con persone e gruppi con cui lavorarci assieme.

 

Sperando che questo messaggio sia raccolto, mando un abbraccio di lotta a tutte e tutti quelli che lo leggeranno.

 



 

venerdì 18 novembre 2022

Destinazione Esperanza


https://www.elmisworld.com/libro/destinazione-esperanza/

Un romanzo d'amore e morte, sullo sfondo dell'eterna questione della Memoria: dalla Shoah ai Desaparecidos; ecco la versione riveduta e corretta, con un saggio introduttivo di mio fratello, conosciuto specialista mondiale del tema Memoria.

Buona lettura


giovedì 17 novembre 2022

La crisi agraria ed eco-genetica spiegata ai non specialisti

Continuando le riflessioni iniziate con Di chi è la terra?, questo testo cerca di rendere più agevole la comprensione delle cause profonde di quanto ogni giorno appare sui giornali o in televisione: migranti che arrivano alle nostre porte, deforestazione delle grandi riserve della biosfera, degradazione delle risorse naturali alla ricerca di ciò che sembra indispensabile per il nostro modo di vivere.

Due anni fa pubblicavo questo libro che, come scrivevo nella quarta di copertina, aveva l'ambizione di spiegare in maniera più semplice come e perché molte delle crisi attuali siano legate tra loro e che, per capirle, fosse necessario un approccio storico.

Da quel giorno ho intrapreso un lungo cammino, con altre compagne di viaggio, su uno dei temi che avevo esplorato essenzialmente nella mia vita professionale, in maniera non soddisfacente. Si tratta della questione di genere, dei diritti delle donne, al di là della semplice (per quanto complicata sia) questione dell'accesso alla terra.

A fine gennaio arriveranno novità editoriali.

martedì 1 febbraio 2022

L'importanza della memoria: dalla Shoah ai "desaparecidos" - Esperanza 10 anni dopo


Germania, 1945. Argentina, 1977. I lager per lo sterminio degli ebrei e le torture e i vuelos de la morte dei dissidenti dell'Erp, l'esercito rivoluzionario del popolo argentino, i 30mila desaparecidos strappati alle famiglie.In questi due contesti, così lontani e così vicini, si sviluppano le storie dei protagonisti. Mathias e Nicole, in Germania, Antonia, in Argentina. La consapevolezza che solo la conoscenza di ciò che è stato, così ben nascosto dalle rispettive famiglie, possa aiutarli a vivere il presente e pensare a un futuro li porterà a vivere l'avventura di Andrés, che combatte a Santa Cruz per i diritti delle comunità indigene. Il loro viaggio verso il futuro li catapulta in un passato fatto di violenza, sofferenza, tirannia. Ripercorrono la vita di zia Helga, di Alicia e Nestor, di Britta e di quanti hanno i segni indelebili del periodo storico in cui si sono trovati imbrigliati.Sullo sfondo di una Germania in pieno boom economico, un'Argentina al collasso, una Bolivia ostaggio di giochi di potere troppo grandi, ci sono tutte le domande sulle origini e lo sviluppo di ogni genere di razzismo e di dittatura, anche economica. E c'è una risposta. Unica. Esperanza.

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Dieci anni fa, assieme a mio nipote Pierre abbiamo pubblicato questo romanzo, la cui trama è riassunta qui sopra. Il tema della memoria era un qualcosa di cui si sentiva molto parlare in casa, da un lato grazie al fratello Bruno che, negli anni, è diventato uno degli specialisti riconosciuti in particolare per il suo lavoro nei paesi del piano Condor in America Latina. Ma avevamo anche altre ragioni: i miei nonni che scapparono dalla Germania dove lavoravano nel 1933, quando Hitler arrivò al potere. La ragione forse si celava nelle origini della nonna Skupin e della sua famiglia che viveva in quel piccolo villaggio di Kosel che, se esistesse ancora, oggi sarebbe Polonia. Ma la memoria familiare è anche dovuta allo zio Bruno, fratello di nostra madre Alfrida, partigiano della brigata Malpasso di Valmarana (Vicenza), morto rientrando a casa nel maggio del 1945.

Con questo romanzo abbiamo cercato di raccontare storie tedesche con storie latinoamericane, attraverso una storia d'amore che parte dal passato per arrivare ai giorni nostri.

Quest'anno vorremmo rimeditare il libro, di cui è pronta anche una versione in francese, con un saggio introduttivo di mio fratello Bruno Groppo. Spero proprio di ritornare su questo nei prossimi mesi.

giovedì 5 dicembre 2019

¿De quién es la Tierra? - Di chi è la Terra? - A qui est la Terre ? - Whose Earth is it?


Meltemi, 2019

Un bel lavoro fatto con Irene Guida, suon tema che merita sempre più attenzione.

¿De quién es la Tierra?
De la justicia social a la justicia ecológica

La idea de que la tierra fértil es un bien de riqueza limitado y fundador no siempre ha sido compartida y no siempre ha sido una prioridad para quienes se han ocupado de la justicia social. En los últimos cincuenta años, el trabajo, la redistribución de la riqueza sobre la base de un principio de equidad social, basado en la ciudadanía y la representación, han sido las prioridades, con el desarrollo industrial y el crecimiento estructural. Se ha eliminado la cuestión de los recursos biodisponibles.


Di chi è la Terra?
Dalla giustizia sociale alla giustizia ecologica

L’idea che la terra fertile sia un bene limitato e fondante della ricchezza non è sempre stata condivisa e non è sempre stata una priorità per chi si è occupato di giustizia sociale. Negli ultimi cinquant’anni, il lavoro, la redistribuzione della ricchezza in base a un principio di equità sociale, basato su cittadinanza e rappresentanza, lo sono stati, con lo sviluppo industriale e la crescita strutturale. La questione delle risorse bio-disponibili era stata rimossa.


A qui est la Terre ?
De la justice sociale à la justice écologique

L'idée que la terre fertile est un bien limité et fondateur de la richesse n'a pas toujours été partagée et n'a pas toujours été une priorité pour ceux qui ont traité de la justice sociale. Au cours des cinquante dernières années, le travail, la redistribution de la richesse sur la base d'un principe d'équité sociale, basé sur la citoyenneté et la représentation, ont été les priorités, avec le développement industriel et la croissance structurelle. La question des ressources biodisponibles a été supprimée.


Whose Earth is it?
From social justice to ecological justice


The idea that the fertile land is a limited and founding good of wealth has not always been shared and has not always been a priority for those who have dealt with social justice. In the last fifty years, labour, the redistribution of wealth on the basis of a principle of social equity, based on citizenship and representation, have been the priorities, with industrial development and structural growth. The question of bio-available resources had been removed.

venerdì 13 settembre 2019

Libambos - Droit à la terre et luttes paysannes : une histoire sans fin


Préface de Marcel Mazoyer
Le mot clé de Libambos est l’accaparement (“grabbing" en anglais), une pratique qui a toujours fait partie intégrante des politiques coloniales et post-coloniales. Non seulement l'accaparement des terres, mais aussi de l'eau, des forêts, des ressources génétiques et minières et maintenant aussi du sable et de l'air. Grâce aux nouveaux moyens de communication des organisations paysannes, l’accaparement a gagné en visibilité et touche davantage la communauté internationale et les populations.
Pourquoi ce titre : dans la langue Kimbundu (Angola), le mot "libambos" désignait les chaînes que les esclaves portaient aux pieds et, par conséquent, les longues colonnes d'esclaves transportés par bateaux en Amérique. Ce titre, qui fait référence à ce sentiment d'esclavage, vient d'un raisonnement que l'inspecteur de police James “Grosses Fesses” a avec des membres de la communauté où le viol et le meurtre de la jeune Pureza Mwito ont eu lieu. Une invitation à ne pas lâcher prise, à ne pas devenir esclave et à prendre en main son propre destin et ses responsabilités.

Disponible sur :  
https://www.elmisworld.com/libro/libambos-francais/

martedì 28 maggio 2019

Elezioni Europee: Io, Julia Mwito, contadina africana, … LIBAMBOS




Mi chiamo Julia Mwito e sono una contadina africana. Una di quelle che lavorano sempre la terra, la “machamba” come la chiamiamo noi, per produrre un po’ di manioca, qualche pomodoro e pochi fagioli; poi a casa per occuparmi delle mie figlie, andare a cercare l’acqua, la legna, cucinare, pulire e, una volta alla settimana, andare al mercato per cercare di vendere un po’ dei miei prodotti perché servono anche soldi in questa vita.

Mia figlia maggiore è morta, violentata e ammazzata a causa di un pezzo di terra che mi aveva lasciato mio marito. Ma oggi non vi scrivo per quello. Oggi vi scrivo perché ho seguito anch’io le vostre elezioni europee, chi ha vinto e chi ha perso. Assieme ad alcune amiche della nostra cooperativa, abbiamo anche imparato a cercare su internet, grazie all’aiuto di una piccola ONG che ci permette di usare il loro computer ogni tanto. 

Siamo andate a cercare i vostri programmi per quanto riguarda noi. Di chi ha vinto e di chi ha perso. Vi ricordate che siete voi a mandare i vostri prodotti agricoli qui da noi a prezzi così bassi che noi non riusciamo a vendere i nostri nemmeno qui nel nostro mercatino? Vi ricordate che sono le vostre imprese che vengono qui a prenderci la terra e a cacciarci via, tutto in nome di quel vostro Dio che chiamate Progresso? Vi ricordate ancora delle tante promesse che avete fatto da 30 anni a questa parte per aiutare una svolta democratica dell’Africa, salvo poi essere i primi a fare affari con quei corrotti dei nostri governanti?

Non vi chiedo di accettare i nostri emigranti, ma si vi chiedo perché continuate a distruggere le nostre economie, i nostri territori, non rispettate la nostra gente, ci mandate la vostra spazzatura e appoggiate quelle politiche che voi avete inventato, che chiamate di libero mercato, libero per chi? Per voi sicuramente, ma non certo per noi. 

Avete votato, alcuni hanno vinto e altri hanno perso. Fate bene a preoccuparvi con il cambio climatico. Ma sempre a casa vostra, da noi non vi interessa molto. Difendete i diritti dei cittadini, bravi, il diritto alla scuola, alla salute, ancora bravi, ma mai che vi sia venuto in mente di aiutarci a cambiare sul serio anche qui: siamo inondati dalle vostre belle parole, dalle vostre elemosine, ma quando si tratta dei nostri prodotti, dei nostri diritti, per quelli non avete mai posto. Nemmeno una parola abbiamo trovato su quei vostri programmi. Niente, assolutamente niente.

Guardatevi in faccia, anche voi giovani, e poi fatevi un bel esame di coscienza. Io devo tornare a diserbare la mia “machamba”.


PS. Julia Mwito è uno dei personaggi del mio romanzo Libambos, che tratta dell’accaparramento delle terre in Africa, pubblicato da Elmi’s World nel 2016

martedì 21 maggio 2019

A MANÀ è arrivato!



Esce oggi la mi biografia professionale, dagli inizi all’OCSE ai quasi trenta anni alla FAO. Per le amiche e gli amici FAO, riceverete un messaggio in questi giorni, spedito da alcune colleghe che mi aiutano a far conoscere questa storia vissuta con tanta intensità. Se qualcuno del gruppo EXFWIROMA così come del FFOA fosse interessato, potete comprarlo via la casa editrice oppure possiamo organizzarci in altro modo dato che ogni tanto passo a incontrare gli amici in FAO. 
Una delle mie correttrici mi ha detto che questo libro andrebbe fatto conoscere anche fuori dalle nostre quattro mura, perché può servire di ispirazione ai tanti ragazzi e ragazze che lavorano nel mondo della cooperazione e che misurano con mano le difficoltà di cambiare questo mondo. Nel mio piccolo, assieme a tanti colleghi e colleghe, e molti giovani o, oramai, “ex-giovani”, ci abbiamo provato e qualcosa siamo riusciti a smuovere. Non abbastanza per rimanere fino alla fine, dato che sono riusciti a mettermi fuori. Comunque ne è valsa la pena.

Il libro è dedicato a Marcel Mazoyer, senza il cui insegnamento non avrei mai capito a che gioco stavo giocando! 
alle altre persone importanti nella mia vita professionale: Hartmut, S.; Winnie, W.V.; Antoine, S.; Marcos, L.; José, “Pepe” E.; Valter, B. 
e al mio fratello di lotte Fritz R., che ci ha lasciato nel 2004 

Fame significa esclusione. Esclusione dalla terra, dal lavoro, dalla paga, dal reddito, dalla vita e dalla cittadinanza. Se una persona arriva al punto di non aver nulla da mangiare, è perché tutto il resto le è stato negato. È una forma moderna di esilio. Di morte durante la vita. 
Josué de Castro 
La lotta dell’uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l’oblio. Milan Kundera 
Sommario
Prologo 
La FAO: cos’è e cosa avrebbe potuto (o dovuto) essere 
La questione della riforma agraria e dei regimi fondiari nella FAO 
Radici  
Parigi 
Marcel Mazoyer in breve  
Quegli anni all’OCSE  
FAO all’orizzonte 
Due anni a Santiago  
Roma, gli inizi 
Il servizio della riforma agraria della FAO  
Il primo Direttore Generale africano 
Dalla riforma agraria al Programma nazionale di appoggio all’agricoltura familiare (PRONAF) 
Il primo grande nemico 
La rivista Riforma agraria, colonizzazione e cooperative della FAO  
Il programma terra in Mozambico 
Colombia: almeno ci abbiamo provato  
Angola 1999 - 2001  
Angola 2001 - 2006 
Angola dal 2006 all’oggi  
La pagina del silenzio 
Il ritorno della riforma agraria: la Conferenza di Porto Alegre (ICARRD) 
Le direttive volontarie (VGGT)  
Paraguay 
I miei “ex-giovani” 
Dialogo, negoziazione e concertazione 
Genere 
Land Portal  
Conflitti 
Esilio a Bangkok 
L’uomo che quasi riuscì a distruggere la FAO 
Quasi un post-scriptum  

Cosa resta di tutto questo 

mercoledì 3 settembre 2014

Marne Rosse a Vicenza il 12 settembre, Venerdí, ore 19.00 alla Fattoria Sociale il Pomodoro a Bolzano Vicentino...



Con un bicchiere di Amarone in mano si guarda all’orizzonte un cementificio che sta mangiando il vigneto e sorso dopo sorso il vino scompare lasciando solo un retrogusto amaro.
Dal silenzio di anni omertosi e corrotti nasce una voce che pian piano ha la forza di urlare. Una generazione più attenta al mondo in cui viviamo preferisce vedere il verde delle colline e lotta contro il grigio delle ceneri che scendono dal cielo. Ogni cambiamento si scontra però con la resistenza di una politica collaudata, con minacce mafiose, con l’abitudine e la rassegnazione. Ma una volta risvegliati non è più possibile chiudere gli occhi.