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martedì 26 giugno 2018

Migranti, cooperazione e sviluppo... se solo avessimo un po' di memoria




La foto di Luca Turi dovrebbe ricordarci subito di cosa si tratta e di quando: i profughi albanesi dell'estate 1991.
Cito di seguito alcuni estratti da un interessante lavoro dell'Istituto Affari Internazionali (L’Albania verso l’Unione europea: il ruolo dell’Italia - IAI, 09/12 2009):

"Durante l’estate del 1991 il tempo clemente e la relativa facilità di attraversamento dell’Adriatico spinsero una ingente massa di albanesi a cercare rifugio in Italia. Posta di fronte a questa prova inaspettata, l’Italia non seppe individuare una strategia di ampio respiro, limitandosi al contenimento dei flussi di disperati, al loro rimpatrio e alla lotta contro i fenomeni criminosi legati all’emigrazione

Chiusa l’emergenza, durante la quale la società del bel paese cadde vittima di non trascurabili pulsioni isteriche, il mondo politico, ancora impegnato in una difficile transizione, continuò, per un certo periodo, a considerare quello albanese come un problema di gestione dei flussi. 

L’Albania si ripresentò prepotentemente all’attenzione della politica estera nazionale alla fine del 1996. In quell’anno il paese venne colpito da quella che viene ricordata come la “crisi delle piramidi”, una bolla speculativa che colpì il sistema finanziario, la quale fece evaporare il 70% dei risparmi degli albanesi. Anche il sistema politico ne fu travolto e si ingenerarono gravi disordini. A differenza che nel 1992, l’ondata di profughi non superò le 14.000 persone, il che però non evitò la ripresa di impulsi fobici collettivi sull’invasione degli albanesi. Il vero problema risiedeva però nella destabilizzazione del paese e nelle ripercussioni che questa avrebbe potuto avere sulla regione, in un momento in cui la questione del Kosovo andava progressivamente peggiorando. A differenza dell’opinione pubblica, questa volta la politica italiana si dimostrò matura per affrontare la sfida che le si poneva di fronte.

[...] per la prima volta gli obiettivi della pacificazione, della stabilizzazione e della democratizzazione si sono collocati su un livello superiore rispetto agli interessi economici e a quelli politici di altra natura. Lungi dal ridursi, il peso dell’Italia nell’area ha negli anni successivi acquisito consistenza e sistematicità. Il varo della legge 84 del 2001 ha poi definito una strategia articolata di intervento del Sistema Italia nell’area dei Balcani nell’ambito della cooperazione allo sviluppo, della promozione e assistenza alle imprese, della cooperazione decentrata e degli interventi di particolare interesse nazionale. Serbia e Albania si sono rapidamente affermati come i principali termini di riferimento di questa politica."

Penso a tutto quello che sto leggendo e sentendo in queste settimane sul tema dei migranti. Mi preoccupa l'assoluta mancanza di visione e un minimo di memoria storica da parte delle forze di sinistra (non parlo dell'ex sinistra del PD), incapaci di ricordarsi il legame ovvio fra situazione di partenza (condizioni di vita, stabilità sociale, ecologica ed economica, rispetto dei diritti e quant'altro nei paesi di origine - i push factors) e le condizioni di arrivo (pull factors: condizioni spesso infraumane, sovraffollamento, sfruttamento totale nel lavoro legale o illegale etc.etc.). Dovrebbe essere facile da capire che per poter sopportare tutto quello che sopportano, il farsi depredare, violare, a volte ammazzare e poi sfruttare, devono esserci delle condizioni così misere alla partenza per cui si è disposti a tutto. 

Così successe con gli albanesi che vennero a "invaderci"; il ministro (di origine socialiste) dell'immigrazione dichiarava:
È necessario – afferma la Boniver (ministro dell’Immigrazione, ndr) – impedire ogni tentativo illegale di ingresso in territorio italiano: per questo a nessun albanese sarà permesso di scendere dalle navi
Corriere della Sera, 14 giugno 1991
Gli italiani brava gente, in specie gli ultras del Brescia, cantavano: "Albanesi tutti appesi olè"

Qualcosa successe negli anni successivi, grazie anche a un cambio nella politica estera italiana e un'azione maggiormente coordinata ed efficiente da parte di UE, NATO, Americani e altri donatori.
Oggi il risultato è sotto gli occhi di chi vuol vederlo: gli italiani emigrano in Albania (http://espresso.repubblica.it/attualita/2018/01/08/news/perche-migliaia-di-italiani-sono-andati-a-vivere-in-albania-1.316762) 

Quello che dovrebbero fare dei partiti (o movimenti) di sinistra, invece di continuare a gridare al lupo e basta, sarebbe da una parte obbligare il PD e LEU (quelli oriundi dal PD) di fare un esame autocritico serio di tutto quello che non hanno fatto in tanti anni al governo per aiutare altrove che in Albania dei processi di stabilizzazione sociale, economica, politica ed ecologica. L'unico dato certo è il calo degli aiuti, come già detto, ma oltre i soldi è il vuoto di iniziativa politica che mi ha sempre spaventato. Dopodiché bisognerebbe cominciare a pensare ad un'azione programmatica per fare quello che non è stato fatto. Se le migrazioni saranno un fenomeno epocale, che durerà decenni, meglio uscire rapidamente da un'ottica emergenziale e porre le basi, se si vuole un giorno andare al potere, di un programma che possa servire sul serio i cittadini e i contadini/e del nord come del sud. 

Invece sui giornali non si trova un accidente di specialista, uomo o donna che sia, che oltre a filosofare su quanto sta (s)combinando Salvini (e senza dire una parola, a parte Michela Murgia, su quanto fatto in precedenza, sulle similitudini tra Minniti e Salvini) spinga il pensiero un po' più in là. Così non ne usciremo mai, mettetevelo bene in testa.

Quindi iniziamo a ragionare a scala maggiore. Ancora una volta è Salvini, in visita in Libia, a ricordarci che bisogna andare oltre la Libia. Lui lo fa per i suoi hotspot, a me interessa ricordare la questione della Nigeria (come paradigma di tutta la fascia Subsahariana) e il conflitto tra pastori e agricoltori e l'intervento di Boko Haram.

Trovo in edicola oggi questo articolo apparso sull'Osservatore Romano: Oltre ottanta morti nella guerra tra coltivatori e pastori (http://www.osservatoreromano.va/it/news/scontri-interetnici-nigeria-ottantasei-persone-han)

Altri giornali hanno riassunto la stessa notizia ricordando come questi conflitti uccidano più di Boko Haram (https://voce.com.ve/2018/06/25/330120/in-nigeria-la-faida-dei-pastori-uccide-piu-di-boko-haram/). Io queste cose le ho scritte nel mio rapporto di missione dopo un viaggio nel nordest (Maiduguri) della Nigeria per conto della FAO. Ma né il responsabile locale e ancor meno i donatori locali (Unione Europea in testa) si sono dimostrati interessati al tema. Tutti a caccia di terroristi, mentre i problemi sottostanti, più strutturali e più gravi, non interessano nessuno. Invece ci devono interessare perché il risultato combinato, particolarmente in Nigeria, di una demografia galoppante e di conflitti continui e di una riduzione progressiva delle terre disponibili, anche grazie alla siccità che avanza, produrrà solo più voglia di andare via... e di venire al nord... 

Ma siccome discutere seriamente di programmi di stabilizzazione politica, sociale, ecologica, economica è troppo complicato per i nostri equilibri politico-finanziari, allora preferiamo girare la testa dall'altra parte. Peccato che adesso non gira più solo la testa, ma anche le palle. Non affrontare un problema significa che quando tornerà sarà ancora più complicato e il prezzo che rischiamo di pagare per la nostra inazione italiana ed europea è semplicemente la fine di questa Unione. 




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