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giovedì 26 marzo 2020

Covid-19: ne avrà uccisi più il virus o la Germania?


Quando, fra qualche anno, si farà un bilancio definitivo dei decessi causati, diretta o indirettamente, da questa crisi sanitario-economica, scopriremo con stupore di qualcuno, che la Germania ha fatto più vittime del virus, perlomeno nel bacino del Mediterraneo. Vi spiego il perché.   

Punto primo: il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) europeo. E’ questa la corda al collo con la quale ci siamo impiccati dal momento della sua forma nel 1997. Il PSC impone delle regole stringenti in materia di deficit di bilancio (sotto al 3% su base annua) e al debito pubblico che deve scendere al 60% (noi viaggiamo oltre il doppio). Erano regole fatte su misura per paesi come la Germania, e che avrebbero costretto gli altri, soprattutto quelli del Sud, a tirare la cinghia per anni e svendere quello che di buono aveva lo Stato per far soldi e ridurre i debiti. 

Il PSC non è riuscito a fare altro che preparare la base per la futura fine dell’Unione Europea, iniziata formalmente ieri 25 marzo 2020. 

In 23 anni di funzionamento, le economie del sud sono andate sempre peggio, i loro debiti aumentati e il welfare diminuito. Per tirare avanti, nel modello capitalista Renano, bisogna indebitarsi ogni anno di più: i bond emessi (CCT, Buoni del Tesoro o quant’altro) dai governi hanno come sola garanzia gli Stati che li emettono, individualmente. L’Europa, grazie alle resistenze tedesche, olandesi e altri del Nord, si è sempre espressa contro ogni mutualizzazione del debito. Il risultato è la quotidiana discussione sullo spread, cioè il differenziale fra i nostri bond e quelli tedeschi, un differenziale che esprime il grado di sfiducia nei confronti di paesi come il nostro. Più alto lo spread più dobbiamo pagare alti interessi ai sottoscrittori dei nostri bond.

Ma se il PSC è la corda dell’impiccato, l’Euro è il sapone che quotidianamente fa scorrere la corda più velocemente. L’Euro, nella mente degli illuminati, doveva essere l’inizio di un processo di convergenza economica, politica e sociale europea. Alla fine è rimasto solo il primo pilastro, l’economico, fotografando i rapporti di forza al momento della sua creazione. Il valore che venne stabilito, e la sua guida attraverso la BCE posta a Francoforte, era di fatto quanto volevano i tedeschi per accettare di abbandonare il Marco. Ci ritrovammo così con una moneta forte che serviva perfettamente i bisogni dei paesi tedeschi e associati, ma che era troppo cara per noi mediterranei. In pratica, ci trovammo privati dello strumento classico, in caso di crisi, e cioè la svalutazione competitiva. Dal giorno della nascita dell’Euro le nostre imprese esportatrici hanno dovuto combattere in un mercato europeo dove i paesi del nord la facevano da padrone, per cui invece di guadagnarci, noi abbiamo iniziato a perdere.

Il principio di base perché una moneta unica funzioni tra un gruppo di paesi, è che il livello delle forze produttive sia abbastanza vicino, con pochi scarti di produttività. Senza questo, la rigidità imposta dalla moneta unica porta necessariamente a esacerbare gli squilibri iniziali e a moltiplicarli, come è esattamente successo da noi.

Bene, torniamo al Covid-19 (ricordo che è opportuno ricordarci il numero, ato che a questo nei prossimi anni seguirà il 20, 21 e avanti così). 

La crisi economica generata dal virus ha costretto anche i reticenti tedeschi ad accettare una sospensione del PSC, così permettendo di aumentare le spese (in deficit) per lottare sul fronte sanitario e poco più. Sono nuovi debiti, che andranno ripagati. Coscienti di questo problema, una serie di paesi, noi mediterranei, più Francia, Irlanda ed altri, hanno tentato per settimane di far pressione su Berlino e Bruxelles per poter avere non solo più fondi, ma soprattutto con regole diverse. Il Nord teutonico ha risposto che i soldi si possono trovare nel MES (Meccanismo europeo di stabilità, conosciuto anche come Fondo salva-Stati). Il problema del MES è che è condizionato ancora una volta agli stessi criteri del PSC, cosa per cui quei soldi andrebbero conteggiati nel debito statale che deve essere ridotto al 60%. In pratica, significherebbe che, una volta passata la buriana attuale, gli Stati che usassero quei fondi dovrebbero ricominciare on le stesse politiche di prima, cioè tagliare i bilanci di sanità, educazione e tutto il resto, proprio nel momento quando, finito il confinamento attuale, scoppierà la vera crisi economica, dato che le industrie, italiane come molte altre del sud europeo, non riusciranno a ricreare lavoro immediatamente e tanti lavori precari e tante piccole aziende, dovranno dichiarare fallimento.

La seconda strada che Conte, Macron ed altri hanno provato a seguire è quella dei Corona-bond, cioè finanziarsi sul mercato mondiale con titoli garantiti dall’insieme dell’Unione Europea, così mutualizzando il futuro debito italiano, spagnolo, francese,… con quello di paesi come la Germania e l’Olanda. Sarebbe un passo in avanti verso un qualcosa di comune, di europeo. Il non farlo significa lasciare i paesi più indebitati a giocarsela da soli sul mercato finanziario, pagando così ancor più caro quanto è necessario per cercare (dico bene, cercare) di venir fuori dalla crisi. Sarebbe anche l’inizio di una possibile discussione seria sulla moneta unica, sul PSC e su quanto regola la nostra vita comune, sociale e politica (diritti dei lavoratori, ecc.). Non farlo significa, al contrario, dar ragione ai populisti e nazionalisti di ogni sorta, che avrebbero molte munizioni a disposizione per dimostrare che l’Unione Europea non serve a nulla.

Tutto quanto scrivo è esattamente quanto letto non sui giornali di Salvini o Berlusconi, ma su quelli cosiddetti “progressisti”, oppure leggendo e ascoltando specialisti come Gael Giroud su youtube.

La decisione di ieri sera è stata chiara: la Germania (non la Merkel, che è scomparsa dal radar) ha detto no, non se ne parla proprio. Ognuno per sé. Come diceva qualche giorno fa il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, “se l’Europa non aiuta l’Italia, l’Europa ha finito di esistere”).

Ecco perché la vera crisi che ci aspetta non è questa dei 7 mila morti, ma quella ben più grave di una recessione economica che viene stimata nell’ordine dei 18 mesi, con cancellazione di milioni di posti di lavoro. Lo Stato non avrà i soldi per far ripartire il sistema economico e così la disgregazione sociale aumenterà ancor di più. Aspettiamoci di vedere l’esercito in strada entro fine anno.

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