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sabato 15 maggio 2010

Torniamo a parlare di Haiti

Cito un estratto di un articolo di Barbara Schiavulli pubblicato su L'Espresso del 13 maggio col titolo: L'agonia di Haiti.

"Il 31 marzo scorso, le Nazioni Unite, la Banca mondiale e decine di paesi donatori hanno stanziato 5,3 miliardi di dollari per i prossimi due anni e altri 5 per i successivi otto: Haiti non è mai stata così ricca. E così disorganizzata. Nessuno si fida di mettere i soldi in mano al governo che è stato dimezzato dal sisma e resta comunque uno dei più corrotti al mondo. Il Parlamento si riunisce in tenda ai piedi del palazzo presidenziale distrutto. Centinaia di organizzazioni umanitarie sgomitano per aiutare la gente, ma un vero piano di intervento non c'è. Forse perché le Nazioni Unite hanno perso 200 persone il giorno del terremoto, forse perché il Paese non sa da che parte cominciare. Non sa neanche dove creare i nuovi campi con le case prefabbricate. Il Duch relief group, Cordaid (organizzazione olandese), sta per finire 150 abitazioni con le pareti di tela e gli infissi di legno, più di una tenda ma meno di una casa. "Sono troppo lenti, così ci vorranno dieci anni", si lamenta una signora che aspetta fiduciosa di trovare il proprio nome nella lista di coloro che accederanno al villaggio. Ma il problema, oltre alla presenza di macerie che impediscono la ricostruzione e il risanamento delle case ancora in piedi, è la guerra per la terra. Molti haitiani vivevano in affitto e i padroni di case e terre non vogliono in alcun modo prestare i loro beni per paura che le costruzioni provvisorie diventino permanenti, non sarebbe la prima volta in un Paese quasi tutto abusivo. I proprietari di case, scuole e terreni, dove sorgono le tendopoli, stanno sfrattando gli ospiti. E per questo nella capitale non sono state edificate più di una decina di case provvisorie. "Sono dispiaciuto che dopo settimane e settimane di sforzi, non abbiamo ancora un posto per costruire", spiega il portavoce della Croce Rossa, Alex Winter. Gli ingegneri passano il loro tempo a cercare di identificare i luoghi dove innalzare le gru . "Se non fai le cose come si deve, si possono creare scontri", dice Alex Coissac, dell'Organizzazione internazionale per la Migrazione".

Allora, ste cose qua le scrivevo vari mesi fa, dette e ripetute ai colleghi che lavorano nel quadro del post-terremoto, senza che si sia smosso un chiodo. Quasi che fosse una fissa mia. Poi va lì una giornalista, nemmeno specialista di disastri, e riesce a capire al volo l'importanza di questo problema. Ricorderete cosa ho scritto tempo fa: non si vuol toccare il tema terra perchè fa paura. Peccato che senza metterci le mani (e adesso è già troppo tardi) non si capisce come si possa pensare alla ricostruzione del paese.

Torneremo su questo martoriato paese periodicamente per vedere come avanzano le cose.

Venticinquesimo libro 2010: Cuore di pietra - Sebastiano Vassalli


Einaudi (Supercoralli)


Con questo nuovo romanzo Vassalli torna a un ambiente che conosce bene, ed appare chiaramente riconoscibile anche se non esplicitamente dichiarato: una città padana che assomiglia a Novara, teatro di oltre cent'anni di storia, dall'unità italiana a questa travagliata fine secolo. Al centro della sua saga Vassalli ha posto una grande villa. Ideata come una dimora principesca per una famiglia aristocratica di origine napoletana, la villa cambierà rapidamente padrone, conoscerà decine di personaggi, sullo sfondo di una decadenza inarrestabile, sino a diventare il ricovero degradato di gruppi di extracomunitari. Animato da una forte passione civile, l'autore ha scritto un nuovo capitolo della sua storia d'Italia che va componendo da anni.


Scorrendo internet si trovano parecchie critiche non troppo positive su questo libro. A me invece è piaciuto, sia per lo socrrere veloce del tempo, per il susseguirsi rapido, ironico e quasi casuale degli avvenimenti, tutti imperniati attorno a questa casa. Non sarà un capolavoro ma con la primavera di pioggia che abbiamo quest'anno, aiuta a passare qualche ora di buona lettura.


Escapada a Madrid: "EL HAMBRE AÚN NO ES HISTORIA"

jueves 13 de mayo a las 19:00

proyección de:
'GUATEMALA, LA TIERRA ARRASADA'

http://dailymotion.virgilio.it/video/x116yh_guatemala-la-tierra-arrasada_politics

de JOSÉ GAYÁ. Guatemala/España, 2004, 52 minutos
Coloquio: Paolo Groppo, jefe de Desarrollo Territorial de la FAO (Roma); y Francisco Gozón, cineasta.

Presenta y modera: Ferran Montesa,
director general de Le Monde diplomatique en español

Este ciclo está organizado por:
Fundación Mondiplo y Le Monde diplomatique en español, la Oficina de Información de la FAO para España y Andorra y La Casa Encendida


Sinópsis del documental:

Guatemala es un país multiétnico, con muchos recursos naturales, donde gran parte de su población es indígena campesina. En 1996 se firmaron los acuerdos de paz tras una guerra civil que azotó el país durante 36 años y que causó más de 200.000 muertos, en su mayoría indígenas. Este documental trata de recuperar la memoria histórica de ese genocidio. Testigos directos de las masacres relatan cómo sobrevivieron a esos difíciles años. La guerra acabó en 1996, pero los principales problemas que la originaron (distribución de la tierra, altas tasas de pobreza, etc.) siguen vigentes todavía hoy. En la actualidad, la incertidumbre que se vive en Guatemala sigue siendo notable, y ante la ineficacia de los poderes para resolver estos problemas, los movimientos indígenas campesinos se organizan y luchan por su futuro.

giovedì 13 maggio 2010

TEMPO DI BILANCI (1)

TEMPO DI BILANCI
Ed eccoci qua, all’alba dei 50 anni, tempo di guardarsi indietro e di riflettere su questo mondo, il tempo che passa e che sogni ci restano.
Quasi trent’anni a girare il mondo, con i sogni di un ventenne e adesso col realismo (cinismo?) di un cinquantenne. Che mondo era quello della fine anni 70? Direi che, visto dall’Italia (e dal nostro Veneto in particolare) era un periodo particolarmente nero, con un terrorismo in casa che sviluppava allora tutta la sua “geometrica potenza” come diceva allora Franco Piperno (chissà cosa volevano dire con questa immagine…): il Presidente del Consiglio ostaggio delle Brigate Rosse, giudici ammazzati e giornalisti gambizzati erano il pane quotidiano dei giornali all’epoca. Era però anche il periodo degli “indiani metropolitani” di Bologna e delle prime radio libere (ma libere veramente, come cantava Eugenio Finardi). A Parigi la gente era ancora li a guardare stupefatta la “raffineria” costruita in pieno centro da Renzo Piano; quel centro Pompidou che rompeva gli schemi rigidi dell’architettura di una metropoli occidentale e ci invitava a pensare in un modo diverso, ma soprattutto a vivere l’arte, una simbiosi tra cittadinanza e opera d’arte mediata dalla piazza inclinata davanti all’entrata che invitava artisti di strada, venditori ambulanti, turisti e gente qualsiasi a passar di là, sedersi, chiacchierare, insomma a fare vita.
In Nicaragua arrivavano i Sandinisti, rivoluzionari borghesi che si dicevano diversi dagli altri rivoluzionari precedenti, e che riuscirono a farci sognare (ricordate el hombre nuevo?).
Ma più a sud erano ancora i militari a dettar legge: la giunta argentina aveva appena trionfato nel mondiale 1978, riuscendo a darsi una patina di riconoscimento internazionale, mentre i colleghi brasiliani continuavano il loro sporco lavoro con minor attenzione dell’opinione pubblica, ancora concentrata su quel personaggio sinistro che rispondeva al nome di Augusto Pinochet. I Chicago boys facevano le prove in diretta delle loro teorie liberiste, che tanto danno avrebbero portato negli anni successivi. Dalla Francia rientrava in patria l’ayatollah Khomeini a guidare la rivoluzione islamica in Iran, cacciando via la dinastia Pahlevi imposta dagli americani dopo il loro colpo di stato degli anni 50.
Nel Salvador Monsignor Romero veniva ammazzato in chiesa (e siamo ancor in attesa di giustizia) e il presidente americano Carter, dopo la fallimentare impresa del tentativo di liberazione degli ostaggi all’ambasciata di Teheran lasciava campo libero a Ronald Reagan che, assieme a Margaret Tatcher, avrebbe segnato a lungo la storia recente (e non è finita, perché il nuovo ministro degli affari esteri del governo Cameron viene da quella nidiata lì).
Tante ragioni per pensare si trattasse di un periodo nero, nerissimo della storia mondiale. Un mondo diviso in due blocchi: o di qua o di la, non c’era spazio per nessuna mediazione, e tutto indicava che gli anni successivi sarebbero stati ancor più violenti. I Russi si imbarcavano in una guerra in Afghanistan che già aveva portato alla sconfitta l’esercito inglese cent’anni prima, Iran e Iraq iniziavano una guerra che avrebbe fatto più di un milione di morti, mentre nel sud africano da un lato continuava l’apartheid e Mandela era un nome sconosciuto ai più, e dall’altro spariva la Rhodesia per lasciar spazio allo Zimbabwe di Mugabe, lotta di liberazione che adesso è sfociata in pura miseria per molti e molta ricchezza per pochi.
Eppure, malgrado tutto questo, vien da pensare a quegli anni come a un periodo felice se lo compariamo all’attualità. Sarà perché eravamo giovani e come sempre la tendenza è vedere le cose più belle solo perché era il nostro tempo felice?
Forse dobbiamo fare un passo indietro, ricordando la generazione dei fratelli maggiori che, nel nostro immaginario, avevano “fatto” il 68. Li vedevamo con occhiali nostri, giusti o sbagliati che fossero; loro erano quelli della generazione dell’uomo sulla luna, di Woodstock, delle rivolte a Berkeley, del pugno nero di T. Smith e J. Carlos alla premiazione dei 100 metri a Città del Messico, ma anche del “piombo caldo” per Bob Kennedy, della bomba a Piazza Fontana e dei “mettete dei fiori nei nostri cannoni”.
Per noi, fratelli minori, loro erano quelli del “cogli l’attimo”, del colpo in canna, del gesto simbolico che cambiava tutto: chi si ricorda, fra i nostri vicentini, la passione per quel giocatore particolarissimo che fu Vendrame? Lui incarnava, in salsa veneta, quello che Best fu per il campionato inglese: il sogno, la pazzia, il gesto artistico dell’individuo che si “beve” tutto e tutti.
Per noi, fratelli minori, era diverso. Guardavamo tutto ciò con un misto di curiosità, invidia forse ma con una sensazione che già si era girato pagina e che dovevamo costruire il nostro referente a partire dalle nostre esperienze e dalla nostra vita.
Certo ci fu chi rimase agganciato all’idea del “gesto”, dell’idea che un colpo solo può cambiare la vita, può cambiare il mondo. Ci furono quelli delle RAF in Germania, di Action Directe in Francia e da noi Brigate Rosse e tutto il resto. I colpi a Aldo Moro erano però lontanissimi da noi, già scendere in piazza ci pareva estraneo. Ricordo il giorno del rapimento, ero rappresentante di Istituto al Canova e venimmo convocati in Presidenza per informarci di cosa era successo e chiedendoci di convocare un’assemblea per dirlo agli altri studenti. Era un cosa da marziani per noi. Troppo grande questo omicidio, troppo lontane dalle nostre esperienze quelle pretese rivoluzionarie dei brigatisti e loro affini.
Pur essendo vicini a Padova, a quell’Autonomia Operaia ed altre frange della sinistra extraparlamentare, mai cosa avrebbe potuto sembrarci più assurda. Dalla morte di Guido Rossa, operaio, per mano delle Brigate Rosse, la storia dei “compagni che sbagliano” non poteva prendere con noi.
Non siamo stati una generazione di militanti, perché cercavamo dentro di noi le nostre risposte, alle nostre domande e non volevamo demandare a nessuno di farlo al posto nostro. Un po’ di individualismo, sicuramente. Forse perché venivamo da quegli anni 60, del boom, non eravamo la generazione del dopoguerra, della povertà, eravamo già dopo tutto questo; guardavamo i fratelli maggiori con rispetto, ma allo stesso tempo erano lontani da noi, cosi come probabilmente lo eravamo noi per loro.

Fine prima puntata

mercoledì 12 maggio 2010

Ventiquattresimo libro 2010: Une vie bouleversée - Etty Hillesum


Points (poche)


Etty Hillesum est juive. Elle commence un journal en 1941, sa seule publication à ce jour. À 27 ans, sa foi en la vie, en l'homme et en l'art étonnent, d'autant que la guerre et ses mesures antisémites sévissent. Mais à peine en fait-elle part dans son journal qu'elle emploie plutôt à se dire, à comprendre sa relation au monde, aux autres et à Spier, l'homme qu'elle aime, également psychanalyste et disciple de Jung. Alors que l'humanité s'avilit, la voix de la jeune Néerlandaise s'élève comme une incantation, d'une pureté sans fard et sans naïveté.
En 1943, sa famille est déportée à Westerbork. Avant même d'être appelée, elle la rejoint, accomplissant le voeu qui clôture son journal : "On voudrait être un baume versé sur tant de plaies." Les lettres qu'elle y écrit, réunies dans la seconde partie de ce volume, sont éblouissantes de foi et de lucidité mêlées. Sa liberté intérieure sonne, étrange et belle, dans les camps, jusqu'en ce 7 septembre 1943 qui l'emporte à Auschwitz. Et l'on se remet mal de son silence. --Laure Anciel
On trouve plein de commentaires hyper positifs sur ce livre, mais honnêtement il n’est point facile à lire et à mastiquer. En particulier l’absence de réflexion sur le rôle des concitoyens hollandais est difficile à comprendre. L’ennemi reste l’allemand, les « dutch »n’y sont pas dans ce panorama. Autre thème porteur du livre, son dialogue croissant vers « Dieu » est aussi un peu « pesant », parfois il donne comme l’impression d’une échappatoire. On ne veut pas dire l’indicible, et alors on parle à Dieu, en gardant une positivité incroyable. Son « cheminement mystique et son inébranlable parti pris d’espérance « comme d’autres l’ont dit, me laisse un peu perplexe.

¿Nuevos latifundios o agricultura familiar? un articolo de Fernando Eguren

articolo apparso su: http://www.larepublica.pe/actualidad-economicafernando-eguren/19/01/2010/nuevos-latifundios-o-agricultura-familiar

Por Fernando Eguren (ex Direttore di CEPES)

El gobierno de Alan García sigue con la política, iniciada en el gobierno de Alberto Fujimori, de modernizar la agricultura sobre la base de neolatifundios. Según el ministro de Agricultura, Adolfo de Córdoba, la cuarta etapa de Chavimochic demandará 300 millones de dólares de inversión pública, con la que se ganarán para cultivos de exportación 40 mil hectáreas. Como ha sido en las anteriores etapas, las tierras serán adquiridas por grandes inversionistas. La concentración de la propiedad de la tierra continúa también por mecanismos de mercado de tierras. El caso extremo es el del Grupo Gloria, propietario de las haciendas azucareras (ex cooperativas) Casagrande, Cartavio, Sintuco y Chiquitoy, que ha adquirido recientemente el control de otra empresa azucarera, San Jacinto (valle de Nepeña), con lo que suma alrededor de 55 mil hectáreas en la costa. Es el más grande latifundista del Perú.
El argumento principal que justifica y promueve esta concentración es que la gran empresa agraria es más eficiente que la mediana y pequeña agricultura.
¿Es cierto este argumento? ¿Acaso las empresas agrícolas de quinientas, mil o de 5 mil y más hectáreas son más eficientes que las de 10, 20 o 50 hectáreas? ¿Hay estudios que respalden esta afirmación? A pesar de que en el Perú se está consolidando un neolatifundismo en medio de un océano de pequeña agricultura, no hay un debate sobre el tema.
Una reciente publicación del Banco Mundial interviene en esta importante discusión a propósito de la necesidad de redistribuir las tierras agrícolas cuando hay concentración y se presentan circunstancias adecuadas. El editor Hans Binswanger, autoridad mundial en la materia y autor de algunos capítulos, sostiene enfáticamente que “casi un siglo de investigación por economistas agrícolas en todo el mundo ha producido un hecho estilizadamente contradictorio: los agricultores a pequeña escala por lo general usan la tierra, la mano de obra y el capital más eficientemente que los agricultores a gran escala, que dependen principalmente de mano de obra contratada”. El autor expone las razones de esta aparente paradoja, que por su extensión no es posible reproducir en esta columna.
Binswanger subraya, en contraste, las ventajas de la agricultura familiar. Esta se caracteriza porque los dueños viven en la granja, la administran, y son ayudados por los otros miembros de la familia. Anota también las desventajas: mayor dificultad en el acceso a los mercados de insumos productos, financiamiento, asistencia técnica y a la información. Desventajas que pueden contrarrestarse –afirma– si los pequeños agricultores coordinan sus esfuerzos, como lo indica la experiencia, a través de cooperativas de crédito y mercadeo.
Además, en contraste con una economía agraria basada en grandes fundos, el autor sostiene que “el aumento en el acceso a la tierra por parte de familias de agricultores también puede conducir a economías locales más vitales”, más integradas, con mejores niveles de vida y más negocios minoristas.
En otras palabras, la agricultura familiar es más apropiada para el desarrollo de los espacios rurales. Qué duda cabe que esta discusión es altamente pertinente para el Perú.

martedì 11 maggio 2010

Gilmar Mauro: ‘Lula não fez reforma agrária, mas somente política de assentamentos’

Escrito por Valéria Nader e Gabriel Brito, da Redação
01-Mai-2010

O mês de abril se encerra e com ele mais uma edição da Jornada Nacional de Luta pela Reforma Agrária organizada pelo Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST). Em entrevista ao Correio da Cidadania, Gilmar Mauro, dirigente nacional do movimento, analisa mais essa jornada, que reivindica o cumprimento das antiqüíssimas promessas de promoção de reforma agrária e apoio aos assentamentos.

No entanto, Gilmar ressalta que não é mais possível manter as reivindicações por distribuição de terras dentro dos parâmetros antigos, uma vez que o agronegócio e seus grandes grupos econômicos estão no controle de todo o processo produtivo, não se limitando somente à propriedade da terra.

Tal constatação nos leva à crucial questão de rediscutirmos que tipo de produção e alimentação queremos para a humanidade, hoje às voltas com a forte presença dos agrotóxicos e a destruição ambiental proporcionada por tal modelo. Além disso, destaca que o movimento ainda não discute o pleito presidencial exatamente para evitar que a jornada seja tratada como eleitoreira, quando na verdade se baseia em toda uma ‘amarelada’ pauta de necessidades e exigências.

A entrevista completa com Gilmar Mauro pode ser conferida a seguir.

Correio da Cidadania: Os críticos mais à direita levantam insistentemente contra a reforma agrária o argumento de que a conclusão da urbanização a tornou desnecessária, uma vez que teria impulsionado o mercado interno. Ademais, a diversificação do mundo rural, incrementando a oferta de alimentos de forma a suprir a demanda, teria deixado sem sentido a idéia de uma reforma agrária, vez que não se poderia imaginar o futuro de um país como o Brasil sem a agricultura de grande escala, atraindo as massas urbanas novamente para o campo. O que você responderia a estes críticos?

Gilmar Mauro: Em primeiro lugar, toda a lógica da produção agrícola no Brasil e no mundo responde única e exclusivamente à lógica do grande capital, ou seja, do lucro.

As empresas investem na agricultura como mais um espaço de valorização do capital, por isso que hoje toda a produção - terra, comercialização, indústria, patente, tecnologia etc. - é controlada apenas por alguns grupos econômicos. Causando, conseqüentemente, impactos gravíssimos ao tipo de alimentos que a humanidade consome (à custa de hormônios e antibióticos, já que a lógica do capital é tentar diminuir os custos para ganhar mais dinheiro). Em suma, não há qualquer preocupação com o tipo de alimentação que a humanidade terá.

Isso sem falar no impacto ambiental, com a monocultura e a utilização em grande escala de agrotóxicos contaminando os rios, lagos, lençóis freáticos e também o ar. Peguemos um exemplo brasileiro: há informações de que estamos com 175 milhões de cabeças de boi no Brasil, quase uma por pessoa. Na medida em que ocorre a crise energética e se investe bastante em cana e etanol, cidades como São Paulo viram um mar de cana e toda a pecuária se estende para o Centro-Oeste e Norte do país. O Centro- Oeste é nascedouro de vários mundos, portanto, isso causa impacto ambiental gravíssimo. E a destruição da mata da Amazônia também terá um impacto que dificilmente conseguiremos reverter.

CC: Qual é, portanto, em sua opinião, o significado da reforma agrária hoje no Brasil? De outro modo, existe uma questão agrária no Brasil de hoje?

GM: A lógica anteriormente destacada destrói a natureza, o meio ambiente e assim por diante. E uma reforma agrária na atualidade não pode ser pensada a partir da visão dos anos 60, ao estilo distributivo-produtivista.

É por isso que a reforma agrária hoje tem de dar resposta a que tipo de alimentação a humanidade quer consumir, se quer consumir produtos com agrotóxicos ou optar por uma alimentação mais saudável; terá de responder também a que tipo de uso queremos dar ao solo e aos recursos naturais, incluindo subsolo e toda a biodiversidade; e, por fim, que tipo de paradigmas tecnológicos queremos para o futuro.

Portanto, uma reforma agrária é atualíssima para o modelo agrícola do Brasil e do mundo.

CC: O governo Lula fez avançar de alguma forma a questão agrária no Brasil? Que comparação você faria entre o seu governo e o governo anterior do PSDB?

GM: Primeiramente, não existe Plano Nacional de Reforma Agrária. Só existe uma política de assentamentos. Isso vem sendo aplicado desde o governo Sarney até hoje; uma política de assentamentos focalizada em algumas desapropriações aqui e acolá, sem alterar a estrutura fundiária.

Portanto, continuamos com a mesma concentração da propriedade no país e avançamos muito pouco no período. Evidentemente, houve conquistas importantes da classe trabalhadora, mas não podemos chamar isso de reforma agrária.

CC: Vários líderes do movimento já avaliaram que, em função da impossibilidade de se proceder a uma reforma capitalista clássica – ao estilo daquelas que foram perpetradas na maioria dos países capitalistas avançados, para as quais o pacto com a burguesia industrial foi fundamental –, e também a uma reforma socialista - o que somente se sucederia em uma conjuntura revolucionária -, o que se busca hoje é uma reforma popular. Você poderia especificar melhor essa questão, no sentido de definir qual é o modelo de reforma agrária a ser perseguido na atual conjuntura histórica?

GM: Esse ponto da reforma agrária popular é um processo em construção e elaboração. Mas a idéia em si é neste sentido, pois a correlação de forças impede uma reforma agrária socialista, ao mesmo tempo em que a reforma agrária clássica estaria superada.

Dessa forma, é um período intermediário de construção de organicidade, de acúmulo de forças do movimento social. A idéia de uma reforma popular vem no sentido de executá-la por conta própria, sem deixar, evidentemente, de questionar o Estado, fazer demandas e pressioná-lo a cumprir sua parte. Mas construindo por conta própria experiências de produção agro-ecológica, de educação, novas formas de organização dos assentamentos em termos de participação política e organização do poder popular nos locais onde se constroem os assentamentos.

Portanto, é uma reforma agrária de resistência neste ponto histórico em que não há possibilidade de avançarmos numa perspectiva socializante planejada, seja dos recursos naturais, meios de produção ou a terra.

CC: Em entrevista concedida há alguns meses ao Portal Uol de Notícias, João Pedro Stédile declarou que o latifúndio se modernizou, associando-se a grandes grupos de multinacionais e adotando o agronegócio, tornando insuficientes as ocupações como forma de luta. Afinal, enfrentar um grande fazendeiro é bem diferente do que enfrentar o entrelaçamento entre grandes grupos econômicos. Qual é, portanto, a seu ver, a importância das ocupações atualmente? São uma forma de chamar a atenção?

GM: As ocupações não são uma invenção nossa, mas construções que a classe desenvolveu ao longo da história. Mesmo que o MST decidisse acabar com as ocupações, não é por decreto que elas cessarão. Enquanto existirem demandas por terra, por reforma agrária, haverá várias formas de luta, entre elas as ocupações. E as ocupações continuam sendo um instrumento fundamental na luta pela reforma agrária, como provou a última jornada nacional do MST.

É evidente que elas não são suficientes para alterar a correlação de forças em favor da reforma agrária. É preciso desenvolver lutas em conjunto com outros setores da classe trabalhadora. O projeto teria de vir acompanhado, como disse no início, das respostas sobre o uso que queremos dar ao solo, às terras, aos recursos naturais, que tipo de alimentação vamos produzir.

Os sem terra, sozinhos, não têm forças para alterar esse cenário atual. Portanto, devemos construir novas formas de luta. Porém, elas não se inventam em gabinetes, trata-se de um processo que a classe vai construindo, experimentando no seu cotidiano, tentando conjugar duas coisas: as lutas pelas necessidades imediatas e pelas mudanças estruturais que se pretendem fazer no Brasil.

As ocupações continuarão sempre e quando houver grupos interessados na reforma agrária e enquanto este país não a fizer.

CC: Essas ocupações não têm, de todo modo, deixado de produzir os resultados esperados?

GM: Acho que elas produzem, sim, resultados. Evidentemente, as situações são tratadas pelos meios de comunicação, pelo Estado, como uma afronta ao Estado de Direito etc. Claro que se trata de propaganda ideológica, pois, se garantissem o que está na Constituição, possivelmente teríamos avançado muito mais na realização da reforma agrária. O que temos é Estado de Direito para alguns e Estado de Miséria e dificuldades para a maioria da população.

Mas isso não me preocupa. No dia em que o Estadão, a Globo, estiverem falando bem de nossas lutas, é porque elas estariam redondamente equivocadas. A direita sempre vai falar mal de nós, inclusive das ocupações. Sinal de que elas continuam dando certo e mexendo na ferida histórica do problema da terra no Brasil.

CC: É a partir deste espectro que temos que, sem dúvida, enxergar as acusações tão insistentemente veiculadas pela grande mídia sobre a violência do MST. Imagina, no entanto, que as ocupações estejam mais intrinsecamente associadas a estas acusações, indispondo, de alguma forma, o movimento com a opinião pública?

GM: Sempre fizeram isso. Os setores dominantes fazem o mesmo desde Canudos.

A tentativa foi sempre criar o estigma para depois justificar o processo coercitivo de repressão. Qual a novidade dos tempos que vivemos? Aumentaram as duas coisas, coerção e conceito. A idéia do conceito se transmite via meios de comunicação e outros aparelhos ideológicos privados, tentando estigmatizar e criminalizar o movimento social, assim como fazem com a pobreza, no intuito de justificar ações coercitivas por parte do Estado.

Penso que continuarão a fazer isso. Não devemos arredar o pé de nossas táticas e a ocupação continua sendo instrumento fundamental de luta. Claro que sozinha não resolve, mas a classe jamais abandonará tal instrumento como forma de luta para alcançar nossos objetivos.

CC: Há, de qualquer forma, um consenso de que fazer uma reforma agrária hoje não implica mais somente em ocupar terra, mas em agir na denúncia do atual modelo econômico. O que se tem agregado, e ainda se pretende agregar, às formas mais antigas de luta, de modo a formar um entendimento efetivo sobre a atual situação agrária e, conseqüentemente, agir sobre ela?

GM: Eu até comparo metaforicamente a reforma agrária com uma boa feijoada. Para fazer uma boa feijoada, é necessário um monte de ingredientes, mas sem feijão não tem feijoada.

Na reforma agrária, é a mesma coisa. Tem de se trabalhar a idéia de um novo modelo agrícola, voltado à agro-ecologia, além de se ter educação, cultura, espaços de lazer. Os assentamentos e suas comunidades precisam reproduzir a vida em todos os seus aspectos, não apenas como espaço de produção econômica.

No entanto, sem desapropriação de terra, não tem reforma agrária. É preciso continuar desapropriando terra, mas, evidentemente, precisa ser iniciado um novo ciclo de produção e consumo de alimentos, um novo modelo. Que respeite o meio ambiente, atenda às necessidades alimentícias da humanidade e, ao mesmo tempo, ofereça espaço para o pleno desenvolvimento da educação, da saúde e outras condições de sociabilidade, diferentes das estabelecidas pelo mercado.

CC: Que avaliação você faz do atual ‘abril vermelho’, com as manifestações do movimento por todo o país?

GM: Acho que foi um momento bastante interessante das lutas, principalmente porque nos acusaram de fazer luta com dinheiro público etc.

Na verdade, o MST já passou por duas CPMI e agora enfrenta mais uma. Não há nenhum convênio com o MST, sendo que algumas entidades próximas foram cortadas dos convênios. E mesmo assim tivemos uma grande jornada de lutas, com muitas ocupações Brasil afora, em clara demonstração de que nosso movimento não se guia pela quantidade de recursos e verbas públicas liberadas ou não.

Aliás, a falta do Estado na saúde, na educação e na assistência técnica obrigam alguns setores a fazer projetos que situam aquilo que historicamente é tarefa do Estado.

Portanto, essa jornada demonstrou que o MST vai continuar se organizando e lutando, e que a única maneira de acabar com o movimento é fazer a reforma agrária. De outro jeito, não acabam com o movimento, pois, em determinados momentos, a luta pode diminuir, mas, sem resolvê-la na essência, sempre retornará, e com mais força. É uma grande quantidade de água represada e nunca vai ser possível contê-la completamente.

Qualquer sociólogo medíocre sabe que, se não for resolvido o problema na essência, as lutas sempre vão aparecer com força, numa demonstração de que a reforma agrária continua atualíssima e como uma questão das mais modernas.

Além disso, quando falei antes da questão da utilização dos solos, da água, da terra, também me referi à questão das cidades. O processo de urbanização que vivemos traz impactos sociais e ambientais muito graves.

Portanto, repensar a utilização do solo é voltar a repensar a agricultura como espaço de produção e preservação ambiental.

CC: O MST é muitas vezes acusado de ser um partido político, possuindo uma ideologia no que se refere às mudanças esperadas em nosso país. O que você pensa disso?

GM: Não se pode separar a luta reivindicatória, social, da luta política. Se o mundo é uma totalidade contraditória em movimento, não há como separar as coisas. A luta social é parte da luta política e a politização da luta social é fundamental até mesmo para criar o atendimento às necessidades imediatas.

No entanto, não somos um partido nos moldes clássicos. O MST jamais vai se transformar num partido. É um movimento social com essa característica, de aspecto e reivindicações populares, com a participação de crianças, idosos, jovens, adultos etc., mas também com o aspecto de luta econômica, de construção das cooperativas, de respostas econômicas à produção. E também de aspecto político, com formação ideológica. Tem escola de formação política, jornal, revista.

O movimento é mais um instrumento da classe trabalhadora, defendendo sua particularidade, que é a reforma agrária, mas entendendo que, para a realização desta, é preciso toda uma operação na estrutura do sistema. E isso só virá no dia em que as classes trabalhadoras reunirem instrumentos que aglutinem a luta e alterem o Estado burguês, que é deste estado de coisas que presenciamos.

O MST é só mais um parceiro nesta tarefa política de todo o conjunto da classe trabalhadora.

CC: Como o movimento vai se posicionar nestas eleições?

GM: É um tema pouco discutido ainda. Possivelmente, faremos um debate interno mais profundo no segundo semestre, até para fugir um pouco desse rótulo burguês, que colocou a jornada como algo eleitoreiro. Na verdade, não é nada eleitoreira, pois temos uma pauta concreta e, por essa razão, não queremos debater a questão eleitoral agora.

Ainda há um capítulo a ser resolvido com os governos federal e estaduais, que é essa pauta amarelada que não foi atendida.

No segundo semestre, como todo cidadão, participaremos do processo eleitoral. Mas não temos uma posição clara de defesa a alguma figura candidata à presidência.

No entanto, é evidente que a orientação genérica para a nossa militância é votar naquele candidato que esteja compromissado com uma reforma agrária profunda e radical.

CC: Sabendo-se da evidente polarização do atual cenário eleitoral entre PT e PSDB, a vitória de Dilma ou de Serra não impactaria de forma diferenciada no movimento?

GM: Eu acho que ainda é cedo para ter a definição de que só esses dois vão disputar. Vão sair vários candidatos, figuras interessantes e de histórico político importante.

Na medida em que estabelecemos que a disputa será entre Serra e Dilma, ignoramos todo o processo anterior. Só depois que se definir o segundo turno teremos de fazer o balanço do que é melhor para o movimento social, o que faremos no momento certo.

Valéria Nader, economista, é editora do Correio da Cidadania; Gabriel Brito é jornalista.
http://www.correiocidadania.com.br/content/view/4592/9/