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venerdì 2 novembre 2018

La progressiva sparizione di questa "sinistra" di governo



Non so se oltre alle pubblicazioni del gruppo Benedetti (Repubblica e l’Espresso) ci siano tanti altri luoghi dove si cerchi di discutere dell’evoluzione di questa forza politica, dalle sue origini al suo quasi nulla attuale. 

Anche stamattina ritrovo un articolo di Nadia Urbinati che fa seguito ai tanti interventi di Ignazi, Murgia, Cacciari e molti altri. Quello che mi sorprende è l’appiattimento storico su avvenimenti recenti per cercare di spiegare cosa sia successo e quali possano essere le strade per venirne fuori. Uno dei temi portanti sembra essere il ruolo chiave delle prossime elezioni europee, con proposte che rasentano l’incredulità, sia per la serietà dei proponenti, primi fra i quali Cacciari e Scalfari, sia per l’opposizione ontologica tra le parole “sinistra” e “Macron”. 

Ma lasciamo perdere per un momento questa poco utile ricerca dentro i limiti di una attualità che non si capisce se non si allunga il collo verso i decenni che l’hanno preceduta. Proprio in queste settimane mi è capito di rileggere un libro molto interessante sulla storia di Giovanni Falcone e il vuoto istituzionale, politico, mediatico che gli venne creato attorno per isolarlo e creare le condizioni per la sua eliminazione fisica. Che la Democrazia Cristiana fosse legata a filo doppio con la mafia era cosa che pensavamo in tanti fin da piccoli, ma Falcone riuscì a dimostrarlo nelle aule dei tribunali. Che la mafia fosse un’entità che agiva in modo organico e sistemico fu lui a pensarlo e a dimostrarlo, contro le opinioni di molti intellettuali siciliani e non. Che la DC locale e nazionale non volesse del bene a Falcone era chiaro, ma uguale era la situazione con il PCI, con intellettuali come Trombadori e Macaluso a criticarlo in maniera incomprensibile, fianco negli “eroi” della primavera siciliana come Leoluca Orlando. Non parlo poi dei giornalisti, sia quelli a libro paga della mafia oppure delle forze governative siciliane, ma anche di “penne” sacre come Sandro Viola della Repubblica.

Oltre a questo libro mi è capitato in mano il rapporto di minoranza sulla Commissione Parlamentare sullaP2, scritto dall’onorevole radicale Massimo Teodori. Testo che dovrebbe essere obbligatorio nelle scuole superiori, molto di più di quello all’acqua di rose preparato e votato alla maggioranza (pentapartito + PCI). Il testo è interessante perché spiega come non solo i partiti dei governo avessero contatti con la mente strategica della P2, Licio Gelli, ma che anche il PCI avesse molti scheletri nell’armadio da nascondere su questo rapporto che iniziò addirittura prima della fine della guerra, quando Gelli era un noto attivista della RSI.

Mano a mano che si va avanti con queste letture ritornano in mente tutte le rabbie di quegli anni ed anche si capisce a comprendere meglio il distacco fra la logica di quel potere, democristiano, al quale ambiva anche il PCI, e la vita vera della gente normale. Finché il patto lavoro e benessere contro delega totale ai piani alti di fare quello che gli garbava ha funzionato, lo scollamento non si è avvertito molto. Al massimo aumentavano i voti del PCI, che altro non era che una chiesa diversa negli slogan ma fondamentalmente sempre più articolata al modo di governare in voga: aiutare gli amici, nessuna trasparenza, un conservatismo di fondo e un interesse quasi nullo per il tema dei diritti femminili e un silenzio assordante nella lotta alle mafie, interrotto solo da quei militanti e leader che ancora credevano nei miti fondanti del Partito, per cui ci rimisero la pelle, senza che questo facesse cambiare la politica vera, non quella delle chiacchiere, dei lire nazionali.

Con lo sconquasso degli anni 90, e la provata incapacità di queste forze politiche di capire e gestire il nuovo mondo che appariva dopo la caduta del muro di Berlino e lo scioglimento dell’Unione Sovietica, la supplenza lasciata alla magistratura ha segnato il passaggio dal primo al secondo tempo. Un secondo tempo dove si è incrinato il patto di fondo, perché di lavoro e benessere cominciava ad essercene meno, mentre la sfiducia accumulata negli anni nei confronti delle forze di governo cominciava a cercare altre strade, velleitarie, ma comunque segnali che qualcosa di profondo si era rotto.

Lo scioglimento del PCI e della DC dentro quella strana cosa che oggi è diventata il PD, si è fatto nell’assenza totale di comprensione di cosa fosse successo e di come la percezione della gente normale fosse oramai lontana anni luce da quella dei quella che G. Stella chiamò la “Casta”.

Non essendoci quasi più nulla da proporre, nel senso che le grandi priorità del paese non erano state rilevate prima e lo erano ancor meno da questa nuova forza politica: lotta alle mafie, all’evasione fiscale, al degrado del territorio, nonché tentare di capire cosa produceva la nostra azione occidentale (non solo italiana ovviamente) nelle realtà del sud, provocando i primi mega flussi di immigrati che si pensò potessero essere risolti con un buon film e nulla più. L’economia andava a rotoli e forse non molti ricordano l’intervento del governo Amato che si prese i soldi direttamente nei nostri conti correnti per cercare di ridurre il mega deficit nazionale. 

Si cercò allora la supplenza dell’Unione Europea, inventandosi una sfida che facesse dimenticare tutto il resto. Riuscimmo ad ancorarci all’euro, pensando che quella fosse la soluzione. Fin dall’inizio mancava l’altra metà del programma e cioè una unificazione politica che compensasse le asimmetrie di potere evidenti nell’economia. Questa mancanza fece sì che pian piano quello che era diventata una “conquista” di cui tutti eravamo fieri, la moneta unica, è diventata parte del problema, dato che dietro di lei si nasconde un meccanismo e una ideologia neoliberale che sta trascinando i paesi del sud Europa verso il fallimento, mentre quelli legati alla Germania accumulano soldi a palate.

Che il banco dovesse saltare per aria era solo questione di tempo, e probabilmente questo non è ancora finito. I temi lunghi delle evoluzioni di società (tradotti in processi politici) hanno fatto sì che la rabbia accumulata da oltre un trentennio cominciasse a venir fuori. Che poi i 5S e la Lega riescano ad incanalarla è un altro discorso: già c’aveva provato l’ex-Cavaliere e gli è andata male, questi qui sembrano ancora più rozzi e impreparati, sopratutto nell’ala 5S. 

Abbiamo davanti anni di incertezze, economiche, politiche, finanziarie e tutto quello che viene dietro, tipo le emergenze ambientali e l’aumento prevedibile delle migrazioni. La riflessione dovrebbe portare su questa ampiezza di campo, e non focalizzarsi su queste elezioni che potranno solo certificare un avanzamento di queste forze fuori dal campo tradizionale, probabilmente però non abbastanza per cambiare la sostanza di un’Europa che al giorno d’oggi è più un problema che una risorsa. Basta leggere quello che lo stesso Espresso scrive dell’eredità che ci lascia l’ubriacone lussemburghese Junker, uno che avrebbe dovuto andare in prigione e non certo a dirigere la Commissione. 

Il dibattito in corso mi sembra tremendamente povero, ma nel che è peggio è che probabilmente è anche quanto di meglio questa “sinistra”, oramai transitata verso un Centro che forse non esiste più (in questo momento storico), sia capace di mettere in gioco.


Prepariamoci al peggio.

giovedì 1 novembre 2018

2018 L53: Francesco La Licata - Storia di Giovanni Falcone




Feltrinelli, 2006

Francesco La Licata ricostruisce le vicende salienti della vita di Giovanni Falcone, palermitano autentico, magistrato protagonista del pool antimafia e del maxiprocesso di Palermo, giudice a cui era stata data la delega per sconfiggere la mafia, e che dalla mafia è stato neutralizzato mediante l'isolamento e la delegittimazione, con accuse di protagonismo, opportunismo e smania di potere, fino all'epilogo della strage di Capaci, il 23 maggio 1992. Con una nota di Gian Carlo Caselli.

Basta una citazione, di Milan Kundera, nel capitolo finale: La lotta dell'uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l'oblio.

Nessun dubbio che sarà nella Top dell'anno. 

E per i lettori di Repubblica, ricordatevi quando vi capiterà di leggere un articolo di Sandro Viola, che era uno dei nemici dichiarati del giudice Falcone.

martedì 30 ottobre 2018

2018 L52: Sebastian Rotella - Triple Crossing



Liana Levi, 2011

Chaque nuit, sur la Ligne entre le Mexique et les États-Unis, une foule de migrants tentent leur chance. Et chaque nuit, les agents de la patrouille frontalière américaine sont là pour les refouler. Certains, sans scrupules, profitent de la faiblesse des clandestins et donnent libre cours à leurs penchants sadiques. D'autres, comme Valentin Pescatore, essaient de s'en tenir aux règles. Cela ne l'empêche pas de commettre une entorse qui pourrait lui valoir une sanction sévère, à moins de collaborer? Mais avec qui, au juste? C'est bien les Américains qui lui demandent d'infiltrer une famille de narcos de Tijuana, mais qui peut garantir que son inexpérience ne va pas l'entraîner du côté de la corruption, de la drogue et de l'argent facile? En tout cas, c'est ce que redoute Leo Méndez, flic mexicain aux allures de justicier.

Storia rocambolesca tra i confini messicano-gringos e poi giù alla triplice frontiera Paraguay-Brasile-Argentina. Bello anche questo e rischia di entrare in lizza per la top

2018 L51: Roberto Ampuero - El alemán de Atacama




Debolsillo, 2013



El alemán Willi Balsen trabajaba en una pequeña organización privada de ayuda a los países pobres que financia la construcción de pozos y acequias en San Pedro de Atacama. De acuerdo a la versión oficial, fue asesinado por haberse resistido a un robo. Pero todo indica que los motivos son más oscuros y retorcidos, por lo cual una periodista alemana, corresponsal en Buenos Aires de un prestigioso diario germano, solicita los servicios de Cayetano Brulé. En un nuevo caso policial, el detective cubano viaja al desierto, donde se verá envuelto en una intriga apasionante y cada vez más peligrosa.

Bel libro, grazie al quale ho scoperto che oltre alle discriminazioni verso i Mapuche i cileni riservano lo stesso trattamento agli indios di Atacama. Consigliato, rischia di essere nella top.

lunedì 29 ottobre 2018

Elezioni in Brasile: Haddad passà 'a nuttata

Allora, i risultati sono oramai certi: il 56% dei votanti brasiliani ha detto NO al PT.

Siccome il PT è un partito gemello del PD, non gli passa nemmeno per la testa ai suoi dirigenti di chiedersi come mai siano riusciti a ingenerare un così grande rifiuto dopo esser stati il partito della speranza durante molti decenni.

Leggo commenti di vari contatti su FB, amici e non, e tutti sono lì addolorati per la vittoria di Bolsonaro e l'arrivo del "fascismo". Vedrete che fra poco cominceranno a dire che è colpa di chi lo ha votato, cioè che bisogna cambiare il popolo brasiliano.

Io sto aspettando da anni che il PT cominci a fare una seria autocritica per capire come sia stato possibile che un partito che si proponeva come "eticamente" diverso (introducendo una categoria come l'etica in politica che non centra nulla) sia riuscito a diventare in pochissimo tempo una banda di corrotti e ladroni come quei partiti che volevano combattere.

Ho già ricordato più volte quanti leader del PT siano in galera con condanne pesantissime per corruzione e malversazione, per cui non val la pena tornare su questo. Da tempo scrivevo anche che l'uscita di scena di Lula era per me una condizione sine qua non perché cominciassero a fare i conti in casa. Ceteris paribus, finché Renzi non si toglie di torno, nessuna discussione seria comincia nel PD.

E allora come possono pretendere che la gente li voti ancora? Questo è il segreto di Fatima. La questione non era la faccia di Haddad, ma il lascito storico di un partito che ha governato male, ha fatto il leccaculo del capitale finanziario, ha dimenticato la riforma agraria e non è riuscito a strappare una sola famiglia dalla fame e dalla povertà in modo strutturale. Finché avevano soldi (pochi) da dare in elemosina  il programma di Fernando Henrique Cardoso rimesso in moto da Lula per sostituire l'inutile Come Zero, ha funzionato, tenendo a galla e migliorando la vita di milioni di persone. Peccato però che non appena la crisi è tornata a farsi sentire e i tagli alla spesa pubblica ridiventati necessari (per seguire le prescrizioni della Banca mondiale e FMI) la povertà e la fame sono tornati.

Prendersela con Bolsonaro non serve a nulla, perché equivarrebbe a prendersela con chi lo ha votato, lo stesso errore che continua a are il PD. Cari amici brasiliani iscritti o simpatizzanti del PT, come potete pensare di tornare un giorno al governo finché non avrete fatto pulizia dentro il vostro partito?

Abbiate almeno voi il coraggio che il PD non ha in Italia, e guardatevi dentro. Dimenticate le litanie su Lula e cercate di analizzare come sia stato possibile che con lui al potere tutto questo sia successo. Sul serio credete ancora alla favola che Lula non sapeva nulla delle mazzette che il PT pagava ai tempi del Mensalao? Suvvia, diventate adulti, basta piangere e mettetevi al lavoro.



il PD: un partito che difende la parità di genere!

Ecco a voi i candidati alle primarie:









Trovate dov'è l'errore :-) 

martedì 9 ottobre 2018

Europa sì, Europa no, mi faccio due spaghi



Ho fatto di tutto per resistere e non scrivere nulla su questo dibattito insulso che domina in Italia e Francia rispetto alle prossime elezioni europee e al "futuro" dell'Europa. Ma non ce l'ho fatta, ed eccomi qui.

Allora, per ripetere quanto già scritto in precedenza, l'Europa attuale ha sicuramente dei problemi da regolare con la Polonia, Ungheria, insomma il famoso gruppo di Visegrad, ma il vero problema e quindi il vero nemico, sta a Berlino e si chiama Germania.

L'evoluzione economica e politica della UE ha dato sempre più potere alla versione neoliberale e rafforzato gli squilibri produttivi iniziali, cosa per cui ci ritroviamo con una Germania che fa soldi a palate, con eccesso di budget che, nei trattati, è considerato altrettanto grave che il deficit, ma sul quale nulla si dice, e una serie di paesi che scontano una moneta calcolata male per cui ci perdono. Noi siamo tra quelli.

La sottomissione culturale del PD a questa filosofia neoliberale ha provocato che i vari governi che si sono seguiti, non abbiano mai messo in discussione questo assioma della riduzone del debito. Come hanno appena raccontato su RAI1, la mancanza di politiche pubbliche e di stimoli per il Sud negli ultimi venti anni, è fortemente responsabile della fuoriuscita di tanti giovani meridionali diplomati verso l'estero. Insomma, da almeno un ventennio abbiamo messo le basi del disastro attuale. 

In realtà possiamo aggiungerci un altro decennio, cioè dalla metà degli anni 80 quando abbiamo "scoperto" la fame nel mondo e abbiamo deciso di mettere un bel po' di soldi su questo tema. Non starò qui a ripetere che gli impegni presi e reiterati dai paesi sviluppati per raggiungere lo 0,7% delo loro budget in quanto a fondi per la cooperazione, non è mai stato neanche lontanamenterispettato dai nostri governi (in buona compagnia del resto), confermando che gli accordi internazionali valgono quel che valgono. Voglio solo ripetere la totale assenza di riflessione seria, passata e presente, da parte delle forze della cosiddetta "sinistra", sulla questione del sottosviluppo e particlarmente noi e l'Africa. 

I nostri governi, nel silenzio assenso di tutti quegli intellettuali che stilano proclami in queste settimane, hanno di fatto sempre appoggiato dittatori di tutti i tipi, una mala governanza e uno spogliamento delle campagne africane che alla fine hanno convinto anche coloro che non volevano lasciare casa loro a partire e venire verso Nord. 

Il dibatitto attuale sembra realmente fuori da ogni realtà: si parla di diritti, di emigrazione, si fanno proclami, marce e tutto il resto. Ma non ce n'è uno (o una) che ricordi queste tristi verità a quelli e quelle che vorrebbero rifondare questa sinistra e battersi contro il nuovo governo. Il massimo dell'ipocrisia è di ripetere che bisogna che i PDni e simpatizzanti discutano seriamente delle cause del disastro elettorale, come se il fondamento del problema risultasse nell'albero apparso il 4 marzo e non nella foresta abbandonata decenni prima.

L'evoluzione di questa "sinistra" a partito di centro, tanto caro a Scalfari, che sogna di fare una alleanza europea con Macron (roba da matti, essendo Macron il campione della finanza e delle misure contro gli emigrati che Salvini si sogna di notte), conferma che il fronte degli antieuropei è sicuro di vincere le prossime elezioni.Ma non parlo di Salvini, Orban o Di Maio, parlo del fronte conservatore germano-francese a cui i poveracci come gli italiani del PD vogliono allearsi. 

L'economista Brancaccio da anni spiega a chi vuol capire che le condizioni strutturali del sistema europeo attuale portano acqua solo al mulino tedesco, seccando i pozzi dei paesi del sud e che questo, se non cambia radicalmente, farà saltare la moneta unica e, di conseguenza l'Europa, dato che oramai l'Euro è l'unica cosa che ci resta in comune.

E l'attenzione dei giornali e telegiornali, invece di discutere della diga che sta franando, parlano d'altro. 

La discussione sul DEF è una cosa ridicola perché è chiaro che quelli di prima avevano torto marcio a continuare a appoggiare politiche europee che ci stanno portando nel baratro, ma quelli di adesso vanno un po' a occhio, senza una visione di medio-lungo termine che non sia quella degli slogan di investimenti pubblici etc.

Far saltare il modelo neoliberale che Bruxelles porta avanti a nome della Germania, è l'unica possibilità che abbiamo per mantenere viva l'UE e per riuscire a cambiarla. Detto questo, non sarebbe sufficente, dato che il problema di fondo resterebbe incambiato se non cominciamo a metterlo sul tavolo. La UE fin dall'inizio ha giocato sempre nel campionato dei paesi oppressori del Nord, cercando di smarcarsi dagli oltranzisti inglesi e americani ma di fatto non avendo nulla di fondamentalmente diverso da proporre.

L'Africa, che stiamo spogliando, ce l'abbiamo noi davanti, per cui sarebbe almeno d'uopo che certi governativi e lider degli ultimi decenni si risciacquassero la bocca varie volte prima di parlare di diritti. Non li hanno rispettati, quelli economici, anzi, hanno fatto di tutto per mantenere in piedi strutture politiche ditattoriali, contro le loro popolazioni, dato che queste elites locali servivano bene i nostri interessi. Quindi, finitela con queste lamentele. Siete stati parte del problema e abbiate almeno la decenza di andarvene fuori dalle balle.

Dopo di chè resta il problema di trovare una forza politica che porti avanti realmente delle idee rivoluzionarie. I gialloverdi non ci arrivano proprio per cui non val la pena perder tempo con loro. A sinistra anche LEU, Fratoianni e gli altri nanetti sono tutti allineati sul modello neoliberale. Restano quei pochi economisti che cercano di spiegare l'abc della realtà in cui viviamo e chi altro?

Vabbè, è ora di farmi due spaghi!