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martedì 7 luglio 2015

Renzi: “Europa cambi o è finita!”



Per una volta tanto, sono d’accordo con il nostro Primo Ministro (http://www.repubblica.it/politica/2015/07/06/news/grecia_renzi_domani_da_bruxelles_via_definitiva_per_risolvere_emergenza_-118459969/). Certo, pensare che questa Europa possa cambiare, ci vuole tanta speranza, ma magari la crepa introdotta dal popolo greco riuscirà a scalfire il muro dell’indifferenza eretto a Bruxelles.

Si potrebbe comunque anche dire che l’Europa che avevamo imparato a sognare fin da bambini alle elementari, ai tempi del MEC, sia oramai morta, date le prove inconcludenti che ha dato di sé in questi ultimi mesi.

Tutte le guerre iniziano a partire da un evento più o meno rilevante che serve poi per temporizzare gli avvenimenti; così con la morte del Arciduca Ferdinando per la prima guerra e l’invasione della Polonia per la seconda. La terza guerra, essendo per sua natura diversa dalle altre, non ha ancora trovato una data o un periodo che possa considerarsi a detta di molti, come l’inizio. E questo malgrado il fatto che personalità come il Papa dicono da tempo che siamo già entrati nella terza guerra mondiale. http://it.euronews.com/2015/06/06/papa-francesco-a-sarajevo-terza-guerra-mondiale-combattuta-a-pezzi/

Credo che il 2015 potrebbe diventare l’anno ufficiale d’inizio di questa guerra. Ricordiamo l’11 gennaio a Parigi con la strage di Charlie Hebdo, la strage del Bardo a Tunisi, seguita dalla recente strage in spiaggia sempre in Tunisia, paese colpito a morte (lo Stato d’emergenza è già stato decretato dal Presidente della Repubblica). Possiamo poi dimenticare l’inabissamento del cargo il 18 aprile scorso con quegli 800 affogati? http://www.corriere.it/cronache/15_maggio_07/arrestato-scafista-ligure-sbarco-migranti-puglia-8dfbf9a8-f4a3-11e4-83c3-0865d0e5485f.shtml

Mettiamoci infine la guerra di Crimea e d’Ucraina e la conclamata incapacità dell’Unione Europea di risolvere il piccolissimo problema della Grecia, 2% del suo budget, e farlo diventare un problema mondiale del quale oggi, 7 luglio, non si sa assolutamente come e se ne verranno fuori.

Per noi europei è chiaro che la guerra è iniziata e, quel che è peggio, che non siamo assolutamente preparati, politicamente, ad affrontarla. A capo della Commissione abbiamo un fantasma, Jun-chi? Sparito nel nulla dopo le roboanti dichiarazioni in favore del SI in una contenda referendaria di uno stato membro. Non solo non aveva il potere di intervenire a dire la sua, ma in più ha sbagliato in pieno, di fatto autoescludendosi da qualsiasi possibile ruolo di mediatore in futuro. L’autoproclamato asse franco-tedesco, quello che a parte i guai finanziari non è stato in grado di risolvere nulla, ha deciso di prendere in mano i destini di quella unione europea che sta cadendo a brandelli. Nessuna legittimità democratica, nessuno ha dato a quei due il potere di sostituirsi alle istituzioni europee, ma lo fanno lo stesso. Già portano il peso di aver creato questa situazione, loro due e le banche e il mondo della finanza che hanno dietro, adesso avranno anche la responsabilità di non aver risolto un bel nulla.

Ma una volta tanto guardiamo oltre la Grecia. Per quanto sia capitale quello che sta succedendo in quel paese, il problema maggiore sta nella conferma che l’Europa come è messa non ha nessuna idea di come prendere in mano i destini dei suoi popoli e meno ancora dei popoli vicini. Abbiamo la guerra davanti casa in Libia, l’Isis che si sta impiantando in Tunisia distruggendo l’unico stato democratico di quelle sponde del mediterraneo, abbiamo la guerra in casa dalla Crimea all’Ucraina, dentro le frontiere oramai abbiamo terroristi pronti a passare all’azione, un’economia che non si muove e soprattutto nemmeno uno straccio di idea in quelle teste bloccate su ricette grottesche che solo ci porteranno alla guerra ancor prima.

Cito un articolo che vi invito a leggere sulla Repubblica di oggi a firma di Lucio Caracciolo (un altro pericoloso estremista …):
“L’Europa tedesca è altrettanto realista dell’acqua secca o del legno ferroso. Lo conferma la tragedia greca, di cui stiamo sperimentando solo le prime battute. Pur di preservare la sua stabilità la Germania ha esportato instabilità nel resto d’Europa, a cominciare dalla periferia mediterranea. Sotto il profilo economico e monetario, propugnando una ricetta unica – la propria – per contesti radicalmente diversi, sicché senza le pressioni americane e il pragmatismo di Mario Draghi l’eurozona sarebbe già saltata da tempo sotto i colpi dell’austerità. Sotto il profilo geopolitico, rifiutandosi di assumere ogni responsabilità nelle crisi del Mediterraneo e lasciando che lo scontro sull’Ucraina fosse appaltato ai baltici, per i quali la distruzione della Russia è obiettivo appetibile. E adesso lasciando andare Atene alla deriva.
Smottamento economico, sociale e geopolitico che infragilisce l’euro e completa la destabilizzazione delle nostre frontiere mediterranee dopo la disintegrazione della Jugoslavia (incentivata dalla coppia austro-tedesca) e della Libia (follia franco-britannica), per tacere del Levante in fiamme e del solipsismo turco.”

Quello che si sta negoziando a Bruxelles per trovare una soluzione sulla Grecia è solo l’aperitivo. Questa classe politica ci sta portando dentro una guerra del quale non vogliamo capire le ragioni profonde, non abbiamo un’idea di quali siano gli interessi in gioco e le moventi alleanze. 

Il segnale di risveglio ai popoli europei datoci dal popolo greco è importante, ma non pensiamo che sarà sufficiente.

lunedì 6 luglio 2015

Grazie Popolo greco

Cocente sconfitta del turbocapitalismo made in Bruxelles. Angela Merkel e il suo lacchè Hollande costretti a riaprire una discussione considerata già conclusa.

Una lezione di democrazia come non si vedeva da tanto tempo. Per restare ai casi nostri, andrei indietro fino al 1974 quando il referendum sul divorzio sancì l’entrata dell’Italia nel XX secolo, malgrado le fortissime resistenze della Chiesa e del suo partito di riferimento, la DC.

Quanta strada da allora. Ci si batteva pro o contro, il nano Fanfani era il nemico da abbattere, ma era una cosa vera, fra uomini, non come è diventato il mondo e la nostra povera Europa da tanti, troppi anni. L’idea stessa di consultare il popolo su scelte strutturali, come quelle che la Troika dal nuovo nome voleva imporre al popolo greco, ecco, a tanti è sembrata una idea balzana. Questo significa che il processo di formattazione mentale, portato avanti dal capitale finanziario e dai suoi seguaci di vari colori, col controllo dei mass media di ogni scuola e tendenza, oramai ha fatto scuola. Domina, anzi dominava quasi dappertutto, finchè un piccolo Calimero non è uscito fuori a dire che il Re era nudo.

L’Unione Europea che ci avevano venduto da piccoli era diventata un contenitore per proteggere i grandi capitali bancari, a scapito dei popoli che dovevano farla. I segnali erano stati tanti, pervicacemente inascoltati da una classe politica autoreferenziale che trova incredibile l’idea stessa che qualcuno al di fuori del loro gruppetto osi andare a chiedere cosa ne pensano quelli che subiranno le misure.

I ladri di Brussels, quelli che hanno imposto il salvataggio delle banche tedesche e francesi, trasferendo il debito privato greco, creato per far comporare materiale bellico tedesco e francese, ricordiamolo, nelle casse statali, e poi imponendo misure di cui alcuni, pochi, economisti dello stesse FMI si sono pentiti ed hanno fatto un mea culpa tardivo ed inutile, ecco questa casta al cui confronto il nostor mondo di mezzo del Cecato e compagnia sembrano una compagnia di giro di mezza tacca, hanno continuato a volere la morte del popolo greco.

La ragione era ed è molto semplice. Tsipras ha detto basta a questa serie di misure che avrebbero salvato ancora una volta le banche creditrici europee, le banche greche e l’euro, e ha semplicemente chiesto al suo popolo cosa ne pensava.

Malgrado le interferenze esterne, degne della CIA all’epoca nel Cile democratico di Allende, con l’impresentabile presidente della UE Junker a schierarsi pubblicamente in un processo nazionale, nel quale non aveva assolutamente in diritto di intervenire, ecco, malgrado questi personaggi, o forse grazie ai loro interventi, il popolo greco ha detto un rotondo OKI. No a questa idea di Euranza, una europa finanziaria dove i popoli non contano nulla. Il tenativo di riportare indietro le lancette della storia verso un medio evo di servitù, non ha funzionato.

La Grecia ha mostrato che si può dire di no alla Finanza mondiale, anche quando si nasconde dietro personaggi che, se avessero il minimo senso dell’onore, e parlo di Junker, dovrebbero dimettersi, per un comportamento squallido a difesa delle banche. Ma Junker lo conosciamo bene, per tutto quello che ha combinato a casa sua. Peggio ancora è stata la piccola cancelliera, incapace di ergersi nemmeno al ginocchio dei grandi politici tedeschi. Una piccoletta, schiava degli interessi delle banche e finanze nazionali. Parlare poi degli altri, a partire da Hollande o del nostro premier, sarebbe tempo sprecato. Tutti lì a tifare per il SI.. e adesso? Con che faccia si presenteranno davanti a Tsipras, ma soprattutto davanti alla Storia?

Hanno contribuito a distruggere l’idea di Unione, grazie  a loro l’estrema destra avanzerà in molti paesi ma almeno i popoli resistenti, cominciando dalla Spagna, seguiti dal Portogallo, ricorderanno che un altro futuro è possibile.

E’ finita una battaglia, vinta, contro il Goliah bancario. Non confondiamo però battaglia e guerra. La guerra è ricominciata, e la voglia di rivincita dei ricchi è sempre presente. Non possono ammettere la possibilità di un pareggio, per cui cercheranno la vendetta.

Oramai il declino di una bella idea, come fu l’ Europa degli Spinelli, gli Altieri e gli altri, non esiste più. L’asimmetria di potere è ancora fortissima, per cui poche sono le speranze di vincere questa guerra, per costruire una Europa dei popoli. Ma almeno da ieri sappiamo che la speranza esiste.

La destra ha perso, e ha perso di brutto. Ma ha perso anche una sinistra europea incapace di capire dove siano gli interessi del popolo. Venduti al capitale e al neoliberalismo, sono indistinguibili dalla destra. Avere il PD al governo con Berlusconi quasi non ha fatto scandalo, adesso con Alfano sembra tutto normale, ce lo propagano come un governo progressista. Da noi in Italia come altrove. Non vi vogliamo più, lo avete capito? Non rappresentate più nulla al di là dei vostri interessi. La lotta sarà di lunga durata, poche certezze di vittoria, ma questa lotta la dobbiamo anche ai popoli del sud del mondo, che imparino anche loro a ribellarsi. Il dominio del capitale, della finanza, che ci sta portando alla distruzione del pianeta terra e di chi ci abita, va fermato, democraticamente, dicendo OKI.

Oggi è un giorno felice. Da stasera riprende la lotta.

giovedì 2 luglio 2015

2015 L29: Respiro corto - Massimo Carlotto

Einaudi Stile Libero 2012

Un mafioso russo, un criminale paraguayano, il rampollo di un'aristocratica e agiata famiglia parsi e un truffatore americano sono costretti ad abbandonare i loro paesi. I loro destini si incroceranno a Marsiglia. Bernadette Bourdet, chiamata ironicamente B. B. per la sua scarsa avvenenza, è un commissario della narcotici che ascolta solo Johnny Hallyday e comanda una squadra di agenti reietti, cacciati da tutti i commissariati. Agisce al di fuori della legge ma i capi la lasciano fare perché i suoi metodi funzionano. Il suo sogno è fare pulizia dei politici e degli amministratori corrotti, ma non le è permesso oltrepassare i confini dei bassifondi. B. B. condivide una strana amicizia con un anziano boss della mala corsa. Entrambi pensano che la Marsiglia di un tempo fosse migliore e tentano di arginare un destino ineluttabile.
Bello, il Carlotto futuribile che accellera a 200 all'ora... forse troppo veloce... si perdono i contorni, il paesaggio sparisce, omicidi, violenze di tutto a una velocità che arrivi in fondo e ti chiedi: ma mi é piaciuto?

martedì 30 giugno 2015

Rousseau é morto, il nostro mondo sta male e nemmeno io mi sento molto bene



Inizio serio per un finale più lieve, citando W. Allen.

L’altro giorno mi trovavo all’Expo a parlare del tema diritto alla terra e diritto al cibo, nel quadro di un seminario su Fede, agricoltura e alimentazione, organizzato da una rete di organizzazioni di base cattoliche. Dopo un inquadramento storico, ho presentato gli strumenti approvati dalle Nazioni Unite in questi ultimi dieci - dodici anni, riflettendo poi sulla loro congruità rispetto alle dimensioni del problema che abbiamo davanti.

In sintesi, mi ponevo il dubbio gramsciano fra il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Pessimismo di fronte ai fatti che ci assalgono ogni giorno e che ho così riassunti:
(i)                 Lo Stato-Nazione, nato sull’idea del Patto Sociale di Rousseau, ma modellato sugli interessi economici dei nascenti mercati nazionali, sta chiaramente morendo, sostituito da una “società liquida” dominata da interessi transnazionali, privati e che non rispondono a nessuna costituency democratica.
(ii)               Sempre più le Corporates (Multinazionali …) soppiantano questa generazione di mediocri politici e, quel che è peggio,
(iii)             stanno passando il potere a un grumo finanziario non più legato a nessun prodotto materiale.
(iv)             Il risultato è quello di crescenti disparità e asimmetrie di potere tra gli attori forti e quelli che non contano nulla, il tutto al di fuori dei confini “tradizionali” dello Stato, in un contesto di
(v)               Turbocapitalismo (Capital-intensive (distruttore di lavoro), alta concentrazione di risorse naturali – suolo, soprassuolo e sottosuolo  (non necessariamente nella vecchia forma di proprietà totale), sempre più legata (o meglio, sottomessa) alla finanza internazionale, con un limitatissimo interesse per le dimensioni ambientali, sociali etc. etc.

Perché sostengo questo? La mediocrità dei politici attuali, non solo italiani o europei, si badi bene, la stiamo vivendo in prima linea in questi giorni. L’avanzata dello Stato Islamico, oramai alle porte dell’Europa se non già dentro, è frutto, come ripetono da tempo vari osservatori imparziali (vedasi articolo di Patrick Cockburn su Repubblica di oggi) degli errori politici e militari dell’Occidente. L’incapacità di risolvere il problema greco, un granello di sabbia rispetto alla massa economico-finanziaria europea, conferma questa incapacità di vedere al di là del proprio naso di tutti i nostri leader. La crisi ecologica che ci viene ricordata ogni giorno di più, senza che si arrivi a decidere alcunché. L’unico attore mondiale ad aver detto parole chiare e limpide è stato Papa Francesco, la cui profondità di pensiero risalta ancor di più nella palude del nulla espresso dagli altri.

Non esprimono nulla perché oramai contano sempre meno. Quando le basi del trattato TTIP sono poste da interessi privati di grandi Corporates, è chiaro che, per il fatto stesso di accettare questo principio, i rappresentanti eletti dello Stato-Nazione riconoscono che il loro potere vale sempre meno. Monnaie de singe dicono i francesi, per indicare una valuta che non vale più nulla; da anni oramai ci intontiscono con la storia della necessità di accettare anche il settore privato al tavolo delle negoziazioni e dei grandi accordi internazionali. Guardate la Rio+20 del 2012, migliaia di imprese erano lì a dettare le loro priorità e a frenare sugli impegni da sottoscrivere. Oggi è anche peggio. La crisi iniziata nel 2008 ha mostrato come chi conta sul serio siano le banche, non i cittadini. La crisi greca viene dalla stessa base: un debito privato, in mano alle banche, (tedesche e francesi soprattutto), creato appositamente per finanziare le vendite di armamenti tedeschi e francesi ai governi precedenti della Grecia. Si è voluto salvare le banche affondando l’economia reale e la vita dei cittadini. E oggi, ancora si insiste che i cittadini devono pagare gli errori imposti dalla banda di Bruxelles. Oramai solo la finanza conta, e la finanza non risponde più a nessuno che non siano i soci e detentori delle azioni.

Quando parlo di crescenti asimmetrie di potere, faccio presente che il risultato è un gap di fiducia che lascia posto a qualsiasi reazione e avventura politica. Dal comunitarismo al populismo e alle dittature, nonché al ritorno dei nazisti come stiamo vedendo in Europa.

Quindi, pessimismo della ragione o ottimismo della volontà? Ripartire dal basso per ricreare società più democratiche, dove la centralità dell’essere umano, in equilibrio rispettoso con Madre Natura trovi il suo modo di evolversi, fuori dai ricatti della finanza. Strada difficile, ma credo non ci siano alternative. Quindi domenica si vota NO per ricordare semplicemente che o l’Europa si ricorda che deve essere una Europa dei cittadini, oppure come ha detto un toscano molto conosciuto: “Se è questa l’Europa che volete, allora tenetevela”.

Ripartire dal basso con chi ci sta e abbia a cuore la nostra casa comune. Ed ecco il perché di cercare ponti con le comunità cattoliche di base, ma non solo loro. Una agenda di base ce l’abbiamo, cioè si è imposta da sola in questi anni:

dalla Food security alla Food sovereignty (chi produce, distribuisce e consuma cibo deve poter controllare i meccanismi e le politiche di produzione e distribuzione del cibo, e non lasciarle in mano a Corporates o  mercati - No all’aumento della produzione ma enfasi su una miglior distribuzione e un miglior accesso;
Proteggere i Beni Comuni (Terra, Acqua, …): No alla privatizzazione e NO alla centralità umana rispetto alla natura
Promuovere una cultura basata sui diritti
Promuovere agricolture familiari locali con preferenza per l’agroecologia – Diversificazione invece di Omogeneizzazione
Enfasi maggiore sulla parità di genere  e
Occuparsi del gap crescente di sfiducia tra la gente– cioè ricostruire un Patto Sociale.



lunedì 29 giugno 2015

2015 L28: Le collier rouge - Jean-Christophe Rufin

Gallimard, Folio 2014

Dans une petite ville du Berry, écrasée par la chaleur de l'été, en 1919, un héros de la guerre est retenu prisonnier au fond d'une caserne déserte.
Devant la porte, son chien tout cabossé aboie jour et nuit.
Non loin de là, dans la campagne, une jeune femme usée par le travail de la terre, trop instruite cependant pour être une simple paysanne, attend et espère.
Le juge qui arrive pour démêler cette affaire est un aristocrate dont la guerre a fait vaciller les principes.

Trois personnages et, au milieu d'eux, un chien, qui détient la clef du drame...

Plein de poésie et de vie, ce court récit, d'une fulgurante simplicité, est aussi un grand roman sur la fidélité.
Être loyal à ses amis, se battre pour ceux qu'on aime, est une qualité que nous partageons avec les bêtes. Le propre de l'être humain n'est-il pas d'aller au-delà et de pouvoir aussi reconnaître le frère en celui qui vous combat?

Probabilmente libro dell'anno!!!!

LUNA PARK EXPO 2015



Come promesso, a mente posata racconto le sensazioni di questa visita necessariamente breve. Le foto accompagnano il testo.(spero riuscirle a caricare sul blog.. altrimenti su FB)

Comincio dalla fine, cioè da dove sono uscito, in direzione della stazione dei treni di Rho. Almeno l’idea di portare i treni fin sotto l’Expo è stata una buona idea, ma ricordatevi che se per caso vi venisse voglia di bere un caffè in stazione, potete scordarvelo. Non ce ne sono. Se non altro troverete un negozietto per comprare giornali, acqua e poco altro. Sempre meglio, molto meglio, di Porta Garibaldi, Milano, dove sono arrivato sabato. Milano PG non è una stazione, e io ho commesso l’errore di non ricordarmi che in effetti Milano PG è un Passante Ferroviario, cioè una serie di binari dove passano e si fermano treni, con un passaggio sotterraneo che vi conduce da uno all’altro. Anche qui vale la regola del caffè di cui sopra. Aggiungo che avete interesse, in ambi i casi, a non aver bisogno di bagni, che tanto non li troverete.

Ripartiamo comunque in direzione Expo. Scesi dal treno a Rho capirete subito che il collegamento deve essere stato progettato da ingegneri Maoisti (o forse della 5.a Internazionale): si cammina, subito e tanto. Ma il passaggio è bello nella sua semplicità.

Entrati in Expo da quella parte, troverete il Padiglione Zero sulla vostra destra. Il nome deriva dal voto che tutti i visitatori di buon senso gli darebbero. Magari per l’estetica qualche punto anche lo prenderebbe, ma poi vai dentro e, a parte la frescura, ieri apprezzatissima, non trovi assolutamente nulla che non sia un grande schermo dove proiettavano un piccolo gregge di pecore che arrivava su un sentiero, accompagnati dai cani pastore. Bastava venire sul lago di Bracciano e mettersi lì sulla strada che va verso Martignano: passano due volte al giorno e sono anche più numerose.

Comunque il giro continua. Una sorpresa, molto apprezzata, non faccio l’ironico, è il caffè Illy che, nella versione “classica” viene venduto a 1 euro la tazzina. Credo sia l’unica cosa che costi uguale dentro e fuori. Per il resto, dopo aver sborsato i 34 euri per entrare, dovrete metter mano al portafogli con prezzi sempre più alti rispetto all’esterno. Come ha detto Gianni Mura qualche settimana fa, l’unica cosa gratis è l’acqua delle fontanelle. Aggiungo, per onestà, che anche le mappe distribuite dai molti (nonché preparati nelle lingue straniere che ho testato) volontari.

Bella la ruota della Bielorussia, più piccola di quella dell’Eur e, dettaglio da non sottovalutare, non ci si può salire sopra. Gira da sola per ricordarci il nome del paese. Hanno portato anche dei cantanti e musicisti in vestiti tradizionali per intrattenere il pubblico, non numeroso. Visti gli applausi per quelle marcette, mi è venuto il dubbio che si fossero portati anche il pubblico.

Il travestimento da contadeuno è un trucchetto usato anche da altri. Nella piazza centrale fra il Decumano e la torre della vita, un gruppo ballava in abiti ovviamente tradizionali, cercando di convincere la gente ad andare a vederli al loro spettacolo, che onestamente non so quando e dove si terrà.

Il Laos e il Bangladesh, paesi poveri, sono andati da un lattoniere che gli fatto il 3x2. Così con lo sconto sono riusciti a farsi due padiglioncelli bellini da vedere.

Il gruppetto del caffè, capitanato dal Kenya da un lato e da Timor Est dall’altro, sembravano proprio un magazzino di caffè: tanti sacchi buttati lì, Illy che ti vende il caffè a prezzo normale, mentre i paesi produttori, come sempre, non hanno nulla da offrire a parte la vista su quei sacchi.

Il bello della visita, dal punto di vista estetico e personale, è stato il padiglione Italia. Impossibile entrarci, data la ressa di italiani che volevano assicurarsi che in Italia ci siano ancora tutte quelle prelibatezze che erano sicuramente in mostra la dentro, dato il progressivo asfaltamento (chiedo scusa per l’uso di questo “renzismo”) di tutto quanto ricordi ancora la nostra ruralità di una volta. Ho visto quindi solo l’esterno e mi è piaciuto.

Sono entrato in quello dell’Angola, credo sulla suggestione di quanto aveva scritto forse lo stesso Mura. A lui era piaciuto, io l’ho trovato molto low profile. Foto di paesaggi, un racconto e poco altro. Nemmeno un accenno alla polenta che anche loro producono nel sud del paese per esempio.

Gira e rigira, ho fatto alcune foto di quello che pian piano si è instillato nel mio cervello: l’impressione di aver sbagliato indirizzo. Baci Perugina, Padiglione Algida, Salumi Citterio, la Nutella.. poteva mancare la Nutella in una mostra per nutrire il Pianeta? Ovviamente no!. Così come non poteva mancare l’aperitivo Martini, da prendere in terrazza naturalmente. Deve essere così: prima di dare le razioni ai rifugiati nei campi profughi, la Martini offre un aperitivo, con oliva incorporata, in modo che anche per i rifugiati ci sia un momento chic. Dopo aver trangugiato le razioni di sopravvivenza, allora una bella Birra Moretti non te la leva nessuno. Il Baffo Moretti lotta contro la fame nel mondo. Complimenti.

Gli ombrelloni della Coca Cola li ho visti da lontano per cui ho potuto evitarli, mentre, grazie a Dio, il padiglione della McDonald non è entrato nel mio cerchio visivo.

Assalito ad ogni piè sospinto da carrettini del solo venditore di olio d’oliva autorizzato (mi chiedo cosa possano vendere, data la crisi di produzione che abbiamo in corso per colpa delle malattie dell’anno scorso), mi sono buttato nel padiglione del vino italiano. Non ho avuto il tempo di salire a guardare la fila di bottiglie, tanto dovresti pagare ogni assaggio, ma al piano terra ho apprezzato sia i sensori per far “sentire” i vari profumi delle spezie, del miele, del cacao.. che poi ritroviamo nei vini, nonché la sfilata di contenitori a diverso colore per mostrare concretamente cosa significhi, per esempio, il giallo paglierino…

Avrete capito che di contadini nemmeno l’ombra. Si può fare peggio di così in una Expo dedicata a questi temi? La risposta è si! Si possono mettere dei carretti in mezzo al Decumano pieni di verdura di plastica. Il senso della vergogna non ha nemmeno sfiorato gli organizzatori.

Qualche foto del piccolo posto della Coldiretti dove siamo andati a mangiare dopo il seminario, realizzato nel padiglione di fronte la Giordania e la Mauritania. Un padiglione opzionato da una ditta cinese che è fallita prima dell’inaugurazione, per cui non sapendo più cosa farne, lo hanno riciclato per eventi, seri come il nostro, o più ludici, usufruendo del bar al piano terra e della terrazza danzante la sera. Anche lì, non cercate i bagni, oppure portatevi il filo d’Arianna…

Ultimo dettaglio, la sera si può entrare pagando a prezzo ridotto: 5 euro. Pare ci sia tanta gente che ci va. Io ne ho vista molta anche ieri a camminare, fare pazientemente le file dappertutto… rischiano di avere una grossa cifra alla fine, in quanto a partecipazione. Quanto al tema centrale, lasciamo perdere.

martedì 23 giugno 2015

2015 L27: Les lieux infidèles - Tana French

Éditeur : Calmann-Lévy (2011) 
  Au cours d’une vie,seuls quelques instantssont décisifs.L’existence de Frank Mackey bascula par une nuit de décembre 1983. Il avait dix-neuf ans et attendait Rosie Daly au bout de sa rue, à deux pas du halo brumeux et jaune du réverbère. L’air était froid comme du verre, chargé d’un délicieux parfum de houblon brûlé venu de la brasserie Guinness. Ils avaient prévu de fuir ensemble leur quartier natal dublinois, pour vivre d’amour et de musique à Londres. Mais cette nuit-là, Frank patienta en vain. Rosie ne le rejoignit pas.Vingt-deux ans plus tard, devenu flic spécialisé dans les missions d’infiltration, Frank vit toujours à Dublin. Il a coupé les ponts avec sa famille et n’a jamais eu de nouvelles de son premier amour. Puis un jour, sa sœur l’appelle, affolée : on a retrouvé la valise de Rosie dans un immeuble désaffecté de Faithful Place. Forcé de revenir chez les siens, Frank revisite son passé, ses blessures de jeunesse, et toutes ses certitudes : Rosie est-elle jamais partie ?

Come sempre accade, ogni lettore ha un'opinione personale del libro appena letto. Personalmente sono rimasto deluso. Una storia tirata in lungo e in largo (500 pagine), di cui si indovina subito chi ne sia responsabile, per cui diventa alla fine una storia su un quartiere periferico, degradato, e una famiglia in particolare. Tutto sembra un po' ovvio, deja vu, per cui non ti resta un solo fatto, una citazione o un ricordo che valga la pena tenere in mente.