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sabato 4 settembre 2010

Buenos Aires, un passaggio rapido: cosa resta?

Arrivando da Asunción, col suo caldo e sole, la prima cosa che mi ha colpito è stato ovviamente il freddo, ed il vento gelido. Passare dai 30 e più gradi ai 5.8 di giovedi mezzogiorno è stato un salto interessante. Una botta di freddo che ha dato una scossa e mi ha fatto pensare, sia alle cose precedenti sia alle riunioni avute qui, ai discorsi fatti e sentiti e alla gente incontrata, nonché a quella, lontana, che manda avanti la baracca a Roma.
Direi che il colpo più forte, in positivo, mi è stato dato dall’Illusionista, così chiamato per la sua capacità di presentare le cose, articolare persone e posizioni anche su temi difficili politicamente. Ho avuto la fortuna di averlo a fianco a cena, il che mi ha permesso di capire cosa fosse il PEA, come venisse costruito e quale fosse la sua ambizione. Mi son trovato a casa. Sentire che un ministero potente come quello dell’ agricoltura argentino decide di costruire un piano strategico a partire dagli stessi principi difesi da noi: il cammino verso l’altro, la ricerca del consenso, di una visione condivisa, etc. etc… mi ha fatto un piacere enorme.
“ El PEA es una herramienta metodológica para promover a través de la participación una visión compartida entre los actores vinculados al sector. El debate, análisis y consenso son los verdaderos avales que legitiman su ejecución y garantizan el éxito de las políticas públicas a través de una mirada estratégica que promueva la asociatividad y cooperación entre los actores. De este modo el producto final se asegura la eficiencia productiva, la equidad territorial, la inclusión y la justicia social”.
http://portal1.chaco.gov.ar/pagina?id=9429
Chiaramente ci sono anche interessi politici dietro, sarebbe strano il contrario dato che comunque ogni governo ha il dovere di fare politica. Così come fanno politica quelli che hanno deciso di non partecipare, cercando di mantenere le vecchie pratiche di potere, così fanno politica quelli che provano a cercare l’inclusione via metodi di questo tipo. Difficoltà metodologiche a parte (far partecipare decine di università assieme a moltissimi altri attori sociali pubblici e privati non è cosa facile), quello che conta è il provarci.
Stiamo andando verso un mondo dove le risorse naturali non aumenteranno, anzi si ridurranno, mentre la gente aumenterà e aumenteranno pure, in modo più che proporzionale le richieste di terra e acqua. La sola speranza tecnologica è destinata a fallire se non supportata da cambi più profondi di paradigma. Quando la constatazione mondiale è che l’agricoltura irrigata funziona molto al di sotto delle sue possibilità, la domanda non è più “quale tecnologia mettere”, ma “come mai queste persone, che dovrebbero essere le prime interessate al funzionamento di questi sistemi, non le fanno funzionare?”. Questo implica il cambio di paradigma: preoccuparsi innanzitutto degli altri, cercare di capire le loro ragioni, che spesso sono contrastanti fra di loro, lavorare con loro a una visione comune, dare a tutti uno spazio per far sì che le loro proposte siano ascoltate, e così costruire delle azioni che abbiano maggiore legittimità sociale, unica formula per far sì che siano sostenibili nel tempo.

Quelli del PEA sembrano sulla buona strada; noi ci proveremo con l’INTA e con lo stesso ministero, dato che la questione dell’ordenamiento del territorio, pensato e negoziato assieme agli attori, con lo scopo di ridurre le asimmetrie di potere è la domanda che ci viene rivolta. Sapremo noi (FAO) essere all’altezza della sfida? Una piccola idea ce l’ho, ma per il momento me la tengo per me e per i miei amici.

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