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sabato 10 dicembre 2011

Paraguay: Considerazioni finali

Siamo in partenza per l'aeroporto e gli ultimi pensieri vengono da soli, soprattutto dopo l'ultima intervista con Milda. Paraguay, una società ancora drammaticamente chiusa, con una gerrachia cattolica paurosa del futuro, che non accetta divorzio, omosessualità, che fra i senzaterra e i latifondisti sceglie ancora quest'ultimi.

In un paese cattolico come questo, un potere come quello della chiesa pesa molto e malgrado il fatto che il Presidente venga da li non bisogna confondere le cose. Sono e restano un freno alla modernizzazione del paese. Poi abbiamo l'antica aristocrazia agraria degli allevatori. Hanno occupato lo spazio politico per decenni senza un'idea di Stato, di modernizzazione, solo pura e semplice occupazione territoriale di tutto: dalle risorse naturali al potere economico, militare e finanziario.

I risultati si sono visti, con lo sparire del Paraguay dalla mappa mondiale. La prima scossa l'hanno data i modernizzatori impresariali, che hanno bisogno, per andare avanti, di sopravvivere in una dimensione che va ben al di la delle misere frontiere dove si erano rinchiusi gli strosseristi. Una modernizzazione come tante altre, indotta dalla globalizzazione, quindi di stampo prettamente conservatore e di cui hanno fatto le spese sempre le classi più povere.

Da quel risveglio, che ha necessitato buttare fuori l'antico dittatore per cercare di sostituire la persona ma mantere il sistema, modernizzandolo un po, via un patto allevatori-impresari, sono venute quelle lotte e quell'inizio di coscienza civile che ha portato al Cambio del 2008.

Non bisogna farsi troppe illusioni. Anche se le strade fra impresari delle commodities e gli allevatori sono divergenti nel medio lungo periodo, nel breve fanno ancora casa comune, appoggiandosi alla chiesa, per cui le reali possibilità di una democratizzazione e non solo modernizzazione sono tenui.

Esiste tuttavia un piccolo fuoco di speranza, dovuto proprio al meccanismo interno di questa globalizzazione: si tratta della distruzione massiccia di posti di lavoro, evidentissima nel settore agrario. Sostituire l'agricoltura familiare con quella di commodities vuol dire un salto tecnologico e finanziario verso mondi ancora non del tutto esplorati, ma vuol dire innanzitutto taglaire lavoro alla gente. La dove una macchina riesce a lavorare centinaia di ettari e le raccolte si fanno su dimensioni di tre zeri di ettari, l'equivalenza va con gli stessi numeri in posti di lavoro persi.

Ci fossero alternative urbane magari un equilibrio si potrebbe trovare. Ma qui non c'è nulla, il deserto assoluto dato che non è mai stato costruito nulla. E dal nulla esce solo la violenza, la paura urbana che, essendo la classe agiata essenzialmente residente nel paese, si troverà prima o dopo a fare i conti con questi problemi. Già si vede l'aumento della conflittualità e gli annunci sgangherati dei giornali dell'opposizione denunciare un clima sempre più violento, cosa che non corrisponde assolutamente alle nostre osservazioni; ma è un segnale, che il virus della paura gli sta entrando dentro. Ovviamente pensano alla soluzione poliziale o militare, agitando spettri di Eserciti Popolari di terroristi che aleggiano nella zona di San Pedro e che bisogna controllare con i militari. Ma sono fole; non si controlla (per lungo tempo almeno) la dinamica sociale con la forza. E se avessero mangiato un po più di proteine capirebbero che un governo come questo, che gli sta facendo fare soldi a palate, è l'unica possibilità per governare la barca Paraguay senza andare incontro a conflitti ben maggiori. Ma sperare che gli eroi di Moliere accettino di liberarsi di una parcella, seppur minima, del loro tesoro, sembra quasi Mission Impossible.

Imbarchiamo.

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