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giovedì 9 agosto 2012

2012 L35: Jared Diamond - Collasso

2005 Einaudi (collana Saggi) Nessun dubbio che sará in alto nella classifica di quest'anno La recensione che ne ha fatto L'Indice mi trova completamente d'accordo: Recensione de L'indice Non c'è illusione più tremenda di questa che viviamo noi occidentali benestanti in quella parte minoritaria del mondo che definiamo più avanzata e più sviluppata. Qui, nei nostri rifugi, sembra che le risorse e l'energia del pianeta possano durare molto a lungo, se non per sempre; qui da noi non ci si preoccupa affatto di sprecare energia, acqua, cibo o merci, perché tanto ce ne saranno in abbondanza anche domani. Dalle nostre parti si pensa - quando ci sentiamo proprio munifici - che il nostro livello di vita potrà essere comodamente esportato anche dove altri esseri umani stanno morendo letteralmente di sete o di fame. Che è solo una questione di tempo, di tecnologie innovative, di progresso scientifico e culturale, al limite, di buona volontà, ma che, prima o poi, il tenore di vita medio aumenterà nei paesi in via di sviluppo e che non ci saranno conseguenze per l'ambiente o per le società del pianeta. Questa illusione è frutto di un tragico errore di prospettiva, le cui ragioni sono scandagliate a fondo da Jared Diamond in un libro immancabile che suscita continue domande, ma che ha il pregio di fornire anche alcune risposte. Dopo essere stati investiti dagli ambientalisti scettici - che ci mancavano allo stesso modo degli atei devoti - e dovendo ogni giorno combattere una battaglia estenuante contro i luoghi comuni e l'ignoranza nel campo della storia naturale, Collasso pone una pietra miliare che non potrà essere ignorata. Diamond ci costringe a pensare che il mondo di oggi è il nostro polder e che è minacciato seriamente dalla distruzione degli habitat naturali attraverso la deforestazione, la distruzione delle barriere coralline e l'eliminazione delle zone umide (ma non erano da glorificare le bonifiche?). Che stiamo rapidamente esaurendo le risorse materiali ed energetiche perché ci siamo sempre comportati come se fossero infinite e che non sappiamo gestire bene neanche quelle rinnovabili, a partire da quelle ittiche, per non parlare delle foreste e dell'acqua. Che distruggiamo la biodiversità del pianeta a un ritmo impressionante e che ci giustifichiamo paragonando l'insetto al fondamentale ruolo che invece avrebbe l'essere umano: quante volte si rimprovera di scegliere il panda piuttosto che il bambino, senza comprendere che tutte le specie naturali selvatiche - anche quelle apparentemente inutili (aggettivo di cui mi sfugge il significato) - forniscono servizi impossibili da ottenere per altra via. Che perdiamo suolo utile ignorando che per formarne qualche centimetro ci vogliono secoli o che inquiniamo le acque e rubiamo tutta l'energia che il sole mette a disposizione per la fotosintesi. Che l'inquinamento industriale fa soprattutto male a noi e che la terra continuerà a vivere egregiamente anche dopo che l'ultimo essere umano sarà morto avvelenato. Che provochiamo un cambiamento climatico magari non dissimile da quelli del passato, però a una velocità insopportabile per il pianeta. Che la popolazione umana aumenta senza limiti, ma che soprattutto cresce continuamente il nostro impatto sull'ambiente e che ciò è dovuto essenzialmente all'aumento degli standard di vita nel Terzo Mondo. È un'illusione che nessuno vuole disvelare: questo pianeta non può garantire a tutta la popolazione umana gli stessi livelli di benessere delle nazioni più avanzate, per il semplice fatto che la terra hanno smesso di crearla da un bel po'. Basterebbe che i cinesi raggiungessero gli standard di vita statunitensi per raddoppiare l'impatto ambientale degli umani, ma oggi stesso, non domani. Come a dire che da noi possiamo permetterci due automobili a testa solo perché altri venti individui vanno in bicicletta, che possiamo consumare bistecche solo perché altri muoiono di fame e che - in definitiva - respiriamo bene perché qualcun altro boccheggia. Diamond sostiene che la crescita dell'uomo moderno non è più tollerabile, con buona pace della famosa espressione ossimorica "sviluppo sostenibile": se questo equivale al consumo non ci sarà alcuno sviluppo sostenibile e tutte le bombe a orologeria prima menzionate esploderanno. Ma - si sente dire - le preoccupazioni ambientali sarebbero un lusso, dimenticando che, in realtà, un ambiente danneggiato costa già enormi somme di denaro, molto maggiori di quelle che occorrono per prendersene cura. Oppure che la tecnologia risolverà i nostri problemi, quando da sempre ne produce molti di più di quelli che non risolve: per quale ragione da domani dovrebbe funzionare meglio? È che continuiamo a giudicare il nostro benessere dall'ammontare del conto in banca, tralasciando di rendere conto delle spese, e dimenticando la lezione delle antiche civiltà declinate improvvisamente al loro apogeo. In più si rimproverano gli ambientalisti di fare allarmismo, come se si dovesse abolire il corpo dei vigili del fuoco solo perché quell'anno non si sono verificati incendi o perché alcune chiamate si sono rivelate falsi allarmi. Oppure ai paesi del Terzo Mondo di non fare abbastanza in termini di salvaguardia ambientale, come se i gravi problemi ecologici del pianeta non avessero un nome e un cognome ben precisi. Scrive alla fine Diamond: "Ridurre il nostro stile di vita spontaneamente è inverosimile, ma è nello stesso tempo la soluzione meno irrealistica fra tutte le altre che prevedono la nostra sopravvivenza". Non più sviluppo, ma decrescita sostenibile, insomma, che solo a nominarla qualsiasi economista viene preso da orticaria. Il riesame delle civiltà del passato e dei tanti casi di collasso imprevisto - insieme ai pochi casi di successo - permette a Diamond una prospettiva temporale profonda e ricca, dai Maya al futuro, stendendo il medesimo lunghissimo filo del rapporto malsano di Homo sapiens con il mondo naturale, non trascurando i fattori economici, sociali e psicologici, ma riconducendo al rapporto con il sistema terra l'origine vera dei mali dell'umanità. Qual è in fondo la vera differenza fra gli animali non umani e noi? La domanda non viene posta esplicitamente in Collasso , ma traspare da tutte le righe del libro, tanto che viene il dubbio se la risposta sia stata data per scontata o volutamente sottaciuta. Che nessuna società animale ha mai fatto - in quattro miliardi e mezzo di anni, si sia trattato di batteri o dinosauri - del profitto la propria ragione di esistenza. In natura non esiste capitalismo, e le popolazioni animali che si mettono in contrasto con il pianeta non vengono premiate dall'ambiente e trovano un freno nei vincoli naturali. In natura non c'è altro che selezione naturale e sopravvivenza del più adatto - che ci piaccia o no - e tutti hanno coscienza o istinto del limite delle risorse: non c'è accumulo in natura, se non per la stretta necessità stagionale. L'illusione che noi umani potremmo sfuggire a questa legge è solo la più pericolosa che possiamo coltivare. http://www.ibs.it/code/9788806176389/diamond-jared/collasso-come-societa.html Per i lettori anglofoni segue commento da http://www.socialactionaustralia.org/2008/06/18/jared-diamond-on-australia%E2%80%99s-sustainable-population/ Prof. Diamond has since published Collapse: How Societies Choose to Fail or Survive (Penguin, 2005: 574 pp) which includes a chapter, Mining Australia (38 pp) deserving the most serious consideration by any Australian government, regardless of its party political social theories. In this tour de force, he reviews the reasons for the disintegration of cultures with legacies of abandoned ruins in Norse Greenland, Anasazi Chaco Canyon, Rapa Nui (Easter Island) and other Pacific Islands, in Mayan Yucatan, and elsewhere. These reasons - mainly overpopulation and irrational actions driving local environmental degradation - have also played their part in modern tragedies including the Rwandan genocide and the impoverishment of nations such as Haiti, while neighbour states (eg. Dominican Republic) prosper. The prospects for nations including China, the United States, and others subject to environmentally disastrous values, with failure to recognise or anticipate the consequences of irrational political policies and unsuccessful remedies, are comprehensively brought into focus. He sees Australia, not as a nation facing imminent collapse, but as the first world’s miners’ canary: a developed country facing a rapid decline in living standards as its burgeoning population outstrips its rapidly degrading natural resource base. After consulting widely with government authorities, academics (including Tim Flannery) and grassroots farmers, graziers, and Landcare-type groups, Jared Diamond compares us with other nations, past and present. He details our problems of soil fertility and salinization, land degradation, diminishing freshwater resources, distance costs, over-exploitation of forests and fisheries, importation of inappropriate European agricultural values and methods and alien species, trade and immigration policies. He concludes that the mining of our natural resources - their unsustainable exploitation at rates faster than their renewal rates since European settlement began - gives us the dubious distinction of ”…illustrating in extreme form the exponentially accelerating “horse race” in which the world now finds itself……on the one hand, the development of environmental problems……on the other hand, the development of public environmental concern, and of private and governmental countermeasures. Which horse will win? Many readers……will live long enough to see the outcome.” Specifically, he concludes: ”Contrary to their government and business leaders, 70% of Australians say that they want less rather than more immigration. In the long run it is doubtful that Australia can even support its present population: the best estimate of a population sustainable at the present standard of living is 8 million people, less than half of the present population.” The reasons supporting this alarming prognosis (how long is “the long run”?) are very briefly summarised as follows. Non-sustainability: ”At present rates, Australia’s forests and fisheries will disappear long before its coal and iron reserves, which is ironic……the former are renewable but the latter aren’t.” And: ”While many other countries are mining their environments……among First World countries, (our) population and economy are much smaller and less complex than……the U.S., Europe or Japan……the Australian situation is more easily grasped.” Exceptional ecological fragility: ”…the most fragile of any First World country except perhaps Iceland……many problems that could eventually become crippling in other First World countries and already are so in some Third World countries - such as overgrazing, salinization, soil erosion, introduced species, water shortages, and man-made droughts - have already become severe in Australia.” An informed population: we have ”……a well-educated populace…and relatively honest political and economic institutions by world standards. Australia’s environmental problems cannot be dismissed as……ecological mismanagement by an uneducated, desperately impoverished populace and grossly corrupt government and businesses……” Climate change: clearly exacerbating our ”obvious massive impacts on the Australian environment”. Traditional core values: ”……friendly relations with Britain as a trade partner and model society have shaped Australian environmental and population policies……and some imported cultural values……inappropriate to the Australian landscape (e.g. agricultural practices based on high-yield British soils). We are now ”thinking radically” and acting to modify some of these core values. Australian soils, especially their low nutrient and increasingly high salt levels. We inhabit ”…the most unproductive continent…soils with the lowest average nutrient levels…old, leached over billions of years…only a few small areas have been renewed by volcanic or glacial activity or slow uplift. Agriculture has therefore depended on fertilizers and cultivation of large low-yield areas, with increased machinery and fuel costs, competitive disadvantages vis-à-vis food imports, low agroforestry returns due to slow tree growth, and relatively unproductive coastal and inland fisheries due to low-nutrient runoff. Salinity, i.e. salt mobilization. Increasingly, low soil nutrient fertility is worsened by salt, from three causes: sea-salt blown inland over south-west W.A. wheat belt; repeated past marine inundations of the Murray-Darling basin and evaporation of inland lakes; mobilisation of salt by land clearance and irrigation agriculture. ”Salinization…already affects about 9% of all cleared land in Australia……projected under present trends to rise to about 25%.” And: ”The total area in Australia to which salinization has the potential for spreading is more than 6 times the current extent and includes a 4-fold increase in W.A., 7-fold increase in Queensland, 10-fold increase in Victoria and 60-fold increase in New South Wales.” If true: phew!!! Fresh water as a population-limiting factor: ”Australia is the continent with the least of it.” Most readily accessible water is already utilised - domestic, agriculture and industry. For instance, our largest river, the Murray/Darling, has two thirds or more of its flow drawn off each year (in some years no water is left to enter the ocean), and becomes progressively saltier downstream towards Adelaide, with increased burden of pesticides from cotton farming and irrigation practices. Further high-energy desalination plants now seem inevitable for urban requirements. Historically, “Australian land use has gone through many cycles of land clearance, investment, bankruptcy and abandonment” from early colonial times, due to low soil productivity and a disproportionately large fraction of pastoral and arid lands subject to low-average unpredictable unreliable rainfall. This is due to the ENSO (El Nino Southern Oscillation) climatic factor, resulting in uncertain crop returns, bare soil, and consequent soil erosion and salinization. South Australia’s Goyder Line and parts of Western Australia’s Gascoigne provide two of many examples. The “tyranny of distances”, imposing large extra costs, both within Australia and between our trading partners. These costs also mitigate against medium-sized towns, producing the world’s most urbanised nation (about 60% of us dwell in the 5 major cities). Introduced species: cattle and sheep have been of great economic value, while also damaging fragile ecosystems. Whereas rabbits, foxes, cane toads, carp, feral buffalo, camels, donkeys, horses, goats, blackberry, “Paterson’s curse”, mimosa in Kakadu, and other weed species (about 3000, alone causing economic losses of about $2 billion annually), are expensive disasters. Land clearance (encouraged by tax incentives), overstocking and overgrazing have resulted in dryland salinization, soil erosion and land abandonment. ”Rotting and burning of the bulldozed vegetation (in 2005) contribute to Australia’s annual greenhouse emissions a gas quantity approximately equal to the country’s total motor vehicle emissions.” Marine overfishing: species which have been “mined” to uneconomically low levels include coral trout, eastern gemfish, Exmouth Gulf tiger prawns, school shark, southern bluefin tuna, tiger flathead, and orange roughy. Damage to freshwater fisheries, e.g Murray cod and golden perch, may also be irreversible. Forestry: with only 25% of 1788 forests remaining intact, and still being mined, half our export products are wood chips (as low as $7 per ton) sent mostly to Japan, where the resulting paper sells for $1000 per ton; we import nearly 3 times our forest products exports, one-half as paper and paperboard products. ”One expects to encounter that particular type of trade asymmetry ……when an economically backward non-industrialised unsophisticated Third World colony deals with a First World country……buying their raw materials cheaply, adding value……and exporting expensive manufactured goods to the colony.” Trade: ”In short, over the past half century Australia’s exports have shifted from predominantly agricultural products to minerals, while its trade partners have shifted from Europe to Asia.” We are exposed to unprecedented new national security and economic factors, Population policy: ”The fallacy behind the policy of “filling up Australia”, despite ”compelling environmental reasons” to the contrary, arises from our aspirations for national security and economic power (with only a few millions each, Israel, Sweden, Denmark, Finland and Singapore already outstrip us, implying that quality is more important than quantity?) Some politicians and business leaders still call for 50 millions, regardless of our declining natural resource base! This may rapidly convert us to “a net food importer rather than exporter of food”, in a world already struggling to feed an expanding population of some 6.6 billions. It will also dilute our per capita earnings from mineral exports.

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