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mercoledì 8 novembre 2017

Bradisismo politico



Guardiamoci un attimo indietro. Un secolo fa o poco più tutta la parafernalia legata al “terzo” mondo, non esisteva proprio. Stavamo uscendo dall’epoca degli Imperi e la prima guerra mondiale era lì per ricordarci come a morire ci andavano e vanno sempre i poveracci, contadini per lo più.

Il periodo  che va dal 1905 al 1922 ha segnato in modo inequivocabile la storia nostra e forse la futura. Non solo la rottura dei vecchi equilibri, ma anche la comparsa quasi casuale del tema fondiario nella storia moderna. Prima di allora chi comandava se ne fregava altamente, non esisteva una elaborazione concettuale del problema agrario, i contadini erano soli, umiliati e offesi, e le contadine ancor di più.

In questo periodo, dal Messico alla Russia, la terra comincia a prendere una dimensione centrale nella storia: la rivoluzione messicana si ricorda per esser stata la prima a parlare di riforma agraria e poi, con l’avvento dei bolscevichi, la questione agraria divenne centrale per moltissimi altri paesi. Ricordiamoci come la vana promessa fatta dal Re italiano per raccattare di riffa o di raffa i poveracci da mandare a morire in trincea, fu esattamente quella: la redistribuzione delle terre. Cosa che ovviamente, in un paese uso a non mantenere mai le promesse, non successe mai. Il seguito lo conosciamo: arrivo del fascismo e rafforzamento delle classi sociali precedenti, malgrado gli sforzi di bonifica fatti nell’Agro Pontino e altrove.

La questione fondiaria quindi entra nell’agenda internazionale senza che da parte degli intellettuali lo si capisca. La riforma agraria messicana non riuscì mai a diventare qualcosa di serio, mentre quella russa fu ancor peggio. Ma siccome a nessuno interessava il tema, bastava l’eco delle gesta eroiche per mettersi a discutere, e a dividersi, sulla portata politica di quelle esperienze.

Resta il fatto che, all’uscita del secondo conflitto, il centro dell’interesse era tutto sul nord del mondo. Non esisteva il sud, non si studiava né si concettualizzata il “terzo” mondo. Le due grosse rivoluzioni erano nate dal basso, poi una volta accaparrate dai politicanti, urbani, le questioni centrali e cioè la democratizzazione della distribuzione delle risorse naturali, sparì subito. Basti leggere le discussioni in europa, nei partiti che si rifacevano alle idee socialiste, nel periodo da fine 800 all’avvento delle due rivoluzioni, per capire come il livello di conoscenza intellettuale del mondo agricolo restava estremamente povero. 

Il SUD comincia ad apparire sulla fine degli anni 50 con le prime indipendenze africane. Ma come ci ricordò fin da subito René Dumont (L’Afrique noire est mal partie), fin dall’inizio fu chiaro che anche lì la questione agraria non sarebbe mai stata una priorità.

Poveri erano prima, e poveri sarebbero rimasti. L’essenza del messaggio di Dumont era questa e lui ne visitò di paesi per testare questa tesi che ne uscì rafforzata. Dagli anni 60 in poi anche gli intellettuali cominciano a scoprire il tema agrario, ma ancora una volta applicandoci sopra delle ricette fumose politico-economiche, e non basate sullo studio delle realtà locali. Dovranno passare ancora decenni prima che un altro francese, Marcel Mazoyer, arrivi a definire in modo chiaro cosa sia un sistema agrario e perché vada studiato in maniera olistica e comparata. 

Oramai il danno era fatto. I contadini e le contadine, unici protagonisti delle spinte dal basso per cambiare il sistema, venivano sistematicamente relegati a un ruolo marginale: adesso erano arrivait gli intellettuali, seguiti anni dopo dalle ONG e poi dai cosiddetti movimenti contadini. L’espropriazione del ruolo primigenio della massa contadina ha fatto perdere molte energie a chi sperava di lottare per un mondo diverso.

Il dibattito è stato pian piano portato ai piani alti, giocando con i numeri per quantificare quanta gente moriva di fame un anno sì e l’altro pure. Più si andava in alto e più si perdeva di vista la complessità delle realtà locali. Anni, decenni, di lotte per far approvare la Carta del Contadino (1979), il Diritto al Cibo (2004) e le Direttive Volontarie per la buona governanza del 2012: sempre più lontani dalle sofferenze di base e sempre lo stesso risultato concreto: il nulla.

La triste realtà è che il mondo contadino è stato abbandonato a se stesso, e tutti quelli che potevano specularci sopra lo hanno fatto e/o continuano a farlo. Politicanti ma anche ricercatori, movimentisti e quant’altro.  

Osserviamo da tempo, decenni oramai, la rarefazione progressiva e accelerata delle risorse naturali tutte, terra, acqua, aria, risorse genetiche, sabbia, foreste… e le uniche volte che qualcosa si è mosso non è mai stato grazie a politicanti o ai movimenti contadini, ma solo e sempre a pressioni dirette provenienti da loro stessi. Lo scotto che pagano è che essendo molto localizzati, poco organizzati e non avendo uno sbocco politico, queste tante lotte, nel sud ma anche nel nord, muoiono non appena hanno raggiunto il primo livello di risultato. Ma anche quando si è cercato di organizzarli, cioè di mettergli sopra una struttura esterna, con tutte le buone intenzioni del mondo, alla fine la struttura ha finito per dividersi in mille rivoli di gelosie individuali per cui la forza iniziale, una volta fatto boom, è scomparsa. Qualcuno di voi si ricorda ancora del Movimento dei Senza Terra in Brasile? Venti anni fa avevano un seguito enorme, sembrava sul serio che riuscissero a far cambiare il Brasile agrario. Poi abbiamo visto che è finita: si sono divisi sul cosa fare con Lula al potere, chi voleva appoggiarlo e chi pensava fosse meglio mantenere una indipendenza di azione, poi le storie personali dei vari leader e alla fine, sono scomparsi. Ma non solo il sud. Leggete i romanzi di Truc sui pastori nomadi Sami nella Lapponia e vedrete che sono esattamente le stesse dinamiche. Non se li fila più nessuno.

I fondamentali del problema peggiorano ogni giorno di più. La vita delle popolazioni rurali peggiora, non resta nemmeno loro la possibilità della migrazione dato che lavoro se ne distrugge dappertutto. E in tutto questo aumentato grabbing globale, non troviamo la benché minima capacità di rispondere adeguatamente al problema.

La Chiesa cattolica aveva fatto ben sperare all’inizio. In realtà va chiarito che era il Papa (e non la sua chiesa) a far ben sperare, con la sua Enciclica Laudato Si. Ma anche lì, visti da vicino, resta una generica buona volontà di far qualcosa e il nulla della concretezza che non c’è. Nonostante la spinta e l’appoggio politico, il ruolo delle organizzazioni di base, delle parrocchie e quant’altro è totalmente trascurabile nell’economia del tema terra. Fuori dal mondo cattolico restano i resti dei movimenti contadini, infilatisi in un cono d’ombra di lotte ai piani alti per degli strumenti innocui come le cerbottane che usavamo da bambini. Partiti politici che sono, come dice il nome, partiti, andati. Restano i ricercatori, ma siccome il tema interessa sempre meno, allora anche loro si stanno perdendo.

Chi fra voi seguisse i lavori del Land Portal si renderebbe conto di quanti fermenti vivi ci siano oggigiorno a livello locale e si stupirebbe, così come faccio io, del fatto che tutta questa forza non riesca a trasformarsi in una leva potente per cambiare qualcosa. 

Oggi ne sappiamo molto di più di cento anni fa. Ma ci manca ancora la consapevolezza intima che il mondo contadino rappresenta le nostre radici, le fondamenta sulle quali poggia la casa della nostra esistenza. Sforzi in questa direzione ce ne sono, ma ogni giorno che passa mi vien da pensare che siamo sempre lì allo stesso problema, e cioè noi che vogliamo dire a loro cosa sono e cosa fanno e quanto bravi sono stati a preservare finora il nostro comune patrimonio. In realtà il punto  è che non parliamo più la stessa lingua, siamo stati via dalle campagne per troppo tempo.  Quando vedo cosa viene prodotto dalla mia ex-Organizzazione, che dovrebbe in questi anni avere non solo messo assieme i centri di intelligenza ma anche i motori del dialogo contadino, mi vien da chiedermi se sia questa la strada maestra per lo sviluppo rurale. E la mia risposta intima, è no.


Viviamo in un periodo storico dove si sono rotte le gomene che ci tenevano uniti, che ci facevano sognare assieme, e siamo partiti alla deriva al largo, ognuno per conto proprio, pensando che le nostre risposte individuali siamo le migliori. Così facendo non guardiamo più verso la riva, ma verso un mare aperto che non conosciamo e non comandiamo. Sono anni, oramai decenni che continuo a ripetere che dobbiamo ricostruire l’abc dello stare assieme partendo da una orizzontalità col mondo contadino, con le donne e con gli uomini: partire dal loro sapere e sentire. Non sarà la “moltitudine” come qualcuno ha scritto che farà la leva sufficiente per cambiare il mondo. Bisogna dare una faccia e un nome a queste persone che fanno la moltitudine, ma innanzitutto dobbiamo cambiare noi dal di dentro. Ritrovare la modestia, rimettere in moto la fantasia per cercare strade nuove, dal basso, fuori dagli schemi usati che ci circondano attualmente, partiti, movimenti e tutto il resto. Il momento è venuto per ricominciare a pensare, e non a farci spiegare le nostre idee.

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